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mercoledì 6 marzo 2013

Il paese che non c’è: Frunti

Ricordo che quando scoprii i “silenzi di pietra” di Frunti, era un mattino primaverile.

Il Gran Sasso pareva delimitare il mondo conosciuto, i Monti Gemelli scuri e netti e la minuscola lingua di mare azzurrissimo dietro le spalle toglievano il fiato.

Il mondo circostante aveva il senso di una pittura con la profondità di un Corot e la chiarità di un Monet.

Ero insieme a Lucio De Marcellis del Coordinamento Ciclabili teramane, pedalavamo verso Valle Soprano e Faieto, non molti chilometri lontani da Teramo, alla ricerca dei mitici resti.
Mi disse che, per scoprire un borgo abbandonato, non era necessario arrampicarsi fin sui monti della Laga, nella valle del castellano.

Alla fonte vecchia, a circa duecento metri da Valle San Giovanni dovetti fermarmi.
Ero entrato in crisi a causa della salita.

Mancava l’allenamento che aveva il mio buon amico nelle sue gambe atletiche. La fontana, dove un tempo, le donne si approvvigionavano d’acqua con le caratteristiche conche di rame, era in gran parte ricoperta di rovi e non fu possibile dissetarsi.

La sete mi passò quando, dalla cresta, mi si aprì un fantastico colpo d’occhio sui due Corni. Lucio era già avanti con la bici, quando una voce alle spalle mi fece trasalire.

L’uomo era salito dal fosso verso il casolare abbandonato al ciglio della strada e aveva voglia di parlare.

Da queste parti le anime sono poche.

Quando gli chiesi dov’era Frunti, armato di carta topografica, il maledetto cominciò prima a ghignare poi a ridere sguaiato, infine mi disse che avevo i piedi sul “decumano” del paese, la direttrice che correva in senso est ovest nelle città romane.


“Bè - disse continuando a sghignazzare - forse ho esagerato, ma stai calpestando il luogo, dove sono nato”.

Il simpaticone abitava nel paese di Valle San Giovanni e dava l’idea di aver studiato bene le sue origini.
Ci sedemmo su quello che rimaneva di una pietra miliare e per venti e forse più minuti mi regalò una storia bellissima che in parte conoscevo grazie alla lettura degli scritti di uno dei massimi storici ecclesiastici teramani, Don Giulio Di Francesco.

L’uomo si basava, invece, per le sue notizie, sugli studi di Don Bernardino Referza, parroco originario di Cavuccio che curò le anime del paese per circa quarantasei anni, dal 1931 al 1977.

Raccontò vicende che si perdevano nella notte dei tempi, al dicembre del 1153 quando il vescovo di Teramo, Guido II con una bolla papale, annesse alla curia teramana l’abbazia che sorgeva non distante da dove eravamo, nel quadrilatero dei borghi di Varano, Prunti o Frunti, Valle Soprano e San Giovanni.

C’era un grande insediamento di monaci benedettini, proprietari di quasi tutte le terre del contado lavorate dai contadini del posto che ricevevano in cambio parte dei raccolti.

Era insomma un grande centro spirituale in tempi bui in cui la civiltà spesso era calpestata.

Il feudo dei “De Frunto” era parte di un grande paese che si chiamava, secondo gli scritti di Niccola Palma, Solignano, sulla strada per Pagliaroli e la rocca di Padula.
Nel 1286, per un breve periodo, il paese fu annesso alla città di Teramo per via di una sorta di contratto tra il “sindacus” dell’Interamnia e Roberto I di Frunti.

Il primo intendeva ingrandire la città, il secondo donare all’anonimo borgo, i privilegi concessi solo a chi fosse annesso a una grande “civitas”.

Appena lasciato l’improvvisato storico, provai ad avventurarmi in mezzo ai pochi ruderi rimasti, appendice di un mondo fantastico, tra monconi di pietra, erbacce colonizzanti e mura pericolanti avvolte dal mistero e da rovi e caprifichi.

Poi seguendo le orme di Lucio, salii su due ruote, lungo la stradina bianca che collega al tratturo sulla cresta della collina. Era l’antica via per San Giorgio, il “passo dell’asino”.

Fu massacrante.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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lunedì 4 marzo 2013

Faraone ovvero la suggestione del nulla!


L’arco d’ingresso in stile rinascimentale, con tanto di stemma e bassorilievo della Vergine Maria, m’introduce a Faraone Vecchio, questa ghost town che fino alla seconda guerra mondiale era un paese vivo, collegato alla vicina Sant’Egidio.

Oggi è un villaggio fantasma posto su di una piccola altura dominante il corso irregolare del Salinello che qui sposa il fiume Vibrata.

Una lapide, quasi illeggibile, ricorda ai visitatori la protezione della Vergine Maria quando il paese fu miracolosamente risparmiato dalle incursioni nemiche del 1944.

Chi ha voglia di assaporare il silenzio è servito!
Il fascino del niente è bellissimo.

Dall’antica porta si accede ad una piccola piazza sulla quale si affacciano i resti della chiesa di Santa Maria della Misericordia ad Palatium.

Un tempo era piena di opere d’arte.

Oggi le tele sono custodite nella parrocchiale di Faraone Nuovo.
Un androne misterioso coperto da rovi e caprifichi e, dietro, una sorta di piccola brughiera che corre lungo il fiume, attrae la mia attenzione.

All’orizzonte si staglia il vecchio campanile sopra un tetto parzialmente crollato.

Mentre mi regalo uno spuntino seduto sull’erba, un ragno enorme, con zampe lunghe ed inquietanti, il ventre prominente colmo di uova, se ne sta beato a prendere il sole.

Osservo la ragnatela che sembra cucita sullo stipite del vecchio portale del tempio.

Ecco che noto il fumo di un falò.
Qualcuno, al di sotto del fiume, sta bruciando le stoppie.

Deve sicuramente essere il tizio che ha ristrutturato in fondo al borgo, l’unica casa vera rimasta.
Il resto è fatto di palazzi cadenti dagli architravi nobili, viuzze completamente soffocate dalle erbe.

La curiosità è più forte della paura di crolli.
Nonostante le transenne, entro in quel che resta di un’abitazione.

Ancora intatti i ghirigori cromatici sui muri di quella che doveva essere una camera da letto.
In un'altra stanza ci sono i resti del vecchio camino.

Chiudo gli occhi e mi pare di vedere tutti riuniti intorno al fuoco, la mamma a cuocere polenta, il nonno a raccontare favole ai bimbi, il papà ad armeggiare davanti al lume per riparare il tacco della scarpa.

Di certo la storia di questo borgo fantasma è molto più misteriosa di quanto non dicano le poche carte in mano al parroco del paese nuovo.
Inizia durante il periodo romano quando dalla capitale dell’Impero sembra arrivò una legione romana diretta verso il sito di Santa Maria a Vico, nelle vicinanze di Sant’Omero.

I soldati sostarono su questa piana verde di grano e querce vicina al fiume, cibandosi di fichi, energetici e di poco ingombro per un esercito di guerrieri.

Nel corso degli anni Faraone ha restituito vestigia anche longobarde.
Il popolo barbaro rimase a lungo dalle nostre parti e lo testimoniano resti di necropoli tra Castel Trosino, Valleinquina e la Vibrata.

Nel medioevo il piccolo borgo venne fortificato con mura perimetrali ancora oggi visibili e una torre circolare custodita da guardie scelte.

Faraone era una sorta di unico maniero con la sua contrada.
Un castello sui generis che non aveva la solita ubicazione in posizione dominante su di una valle, ma quasi nascosto, a voler passare inosservato.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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domenica 3 marzo 2013

Geografie dell'abbandono: Masseri!

Non avete idea di come sia sufficiente spostarsi di pochi chilometri a monte di Teramo per scoprire cose del passato belle da raccontare.
“Ghost cities”, così li chiamano quei paesi che vengono abbandonati a causa di eventi naturali, come colate laviche, alluvioni, terremoti o perché la principale o unica fonte di reddito e di lavoro scompare.

Chi non ha mai sentito parlare delle ghost town del far west americano o quelle dell'entro terra australiane, ricche di un particolare fascino?

Ebbene di questi luoghi magici ce ne sono a bizzeffe anche in Italia.

Alcune amministrazioni, insieme a privati si stanno attivando per salvarli o, addirittura, ridare loro nuova vita.

Le città fantasma nostrane sono sparse un po' in tutta la penisola, ma le regioni che ne contano di più sono quelle meridionali.
Qui da noi ce ne sono e non soltanto in montagna.
E’ il caso di Masseri, o di quel che rimane di un antico borgo sventurato sulle colline spartiacque di Teramo e Campli.

Le case di questo antico borgo, in parte squarciate dal terremoto del ’50, ebbero il colpo di grazia in una frana di pochi anni dopo, che decretò la fine del paese e dei suoi abitanti.

Sonia Celii Jotterand è una bella donna che oggi vive in Svizzera.
Le sue origini, le sue radici più intime sono nel ricordo di questo paese che non c’è più.

Sentite la storia d’amore che starebbe bene in uno dei libri di Liala.

Il nonno di lei andò a vivere in questo sperduto villaggio teramano, per amore.
La suocera, Giovanna Romantini, si era sposata lì vivendoci tutta la sua esistenza.
Il giovane nel ’40 fu fatto prigioniero in Libia, trattenuto in Inghilterra fino al 1946, e quando riuscì a tornare a casa conobbe il figlio, futuro padre di Sonia, che aveva già sei anni.

Allora, mi raccontò in e-mail la donna, erano solamente diciotto le famiglie, prete incluso.
C’erano i Bianconi, i Baldassarri, i bisnonni Paolizzi, i Pucci, i De Santis.
Molti si ricordavano per i loro soprannomi, perché tutti ne avevano.

I De Santis erano i benestanti della comunità. La piccola chiesa, la scuola, erano di loro proprietà, lascito antico della ricchissima famiglia Palma, da cui nacque il famoso storico teramano.

Quando giunsi ai ruderi di Masseri li trovai quasi mimetizzati tra impervi sentieri che morivano al cospetto di fitti querceti e scampanii di pecore a bucare il silenzio dell’abbandono.

Rimasi affascinato all’idea che le pietre mute avessero conosciuto tempi in cui si mangiava pane e lenticchia, polenta al sugo, qualche fico selvaggio in estate e le castagne in autunno.

Tempi duri quando, nei piccoli borghi e non solo del teramano, il prete era anche il medico e ti propinava, in caso di malattia, infusi di erbe e poi sacramenti.

Questi luoghi persi tra le sterpaglie sono paragonabili a formicai perduti.


Mentre ero intento a perlustrare i tetti in parte caduti, stando attento a non farmi crollare qualche pietra addosso, incontrai Mimì.
Non sapevo di certo chi fosse.
Lo vidi chino, che cercava le lumache uscite fuori dopo l’abbondante pioggia dei giorni prima.

Si aggirava tra un cortiletto e una stradina sghemba di quello che era il paese, mentre i raggi del sole s’ insinuavano tra i vicoli.
Sembrava muoversi come una lucertola a cui hanno mozzato la coda, ombra di un mondo che non c’è più.
Il suo botolo lo seguiva, fedele, a ruota.

Il fisico ancora asciutto, gli occhi di un nero ardente, cappello a visiera e bastone per deambulare con sicurezza.
Quel pezzo di legno, di lì a qualche minuto, roteò nervosamente al cielo.
D’improvviso, drammatica, era montata la rabbia dell’uomo.

“Sti disgraziati hanno lasciato che tutto venisse giù”!
Fu questa la risposta alla mia domanda sul perché ci fosse un simile abbandono.
Mimì alzò la voce di molti decibel, nonostante io fossi accanto a lui, pronto ad ascoltarlo.
La voce stridula non facilitava la comprensione.

Raccontò di aver vissuto la sua giovinezza in una casa colonica non lontana da dove i figli avevano costruito un bel villino per loro e il genitore superstite.

“Meglio che vivere in una pinciara - mi disse il vecchio - come è accaduto a mia madre e mio padre”.
Erano questi manufatti le famose case a un solo piano fatte di argilla mista a paglia.

Un solo piano, una sola stanza che serviva da cucina, camera da letto e un ripostiglio dove prendeva dimora spesso una piccola capretta o qualche coniglio.
Abitazioni molto più resistenti all’acqua piovana e ai terremoti di quelle costruite oggi da delinquenti in cerca di facili guadagni.

L’infanzia di Mimì si era svolta nella casa colonica a due piani dove, a terra, c’era la stalla con buoi e mangiatoia e, al primo alla fine di una piccola scalinata, una cucina con un camino enorme e due piccoli rinsacchi per camere da letto.

Il mio loquace interlocutore ricordava perfettamente che intorno al fuoco, seduto su di uno sgabello ascoltava le favole del nonno che popolavano il suo mondo di maghi, streghe, lupi mannari, orchi di ogni genere.

I personaggi fantastici che preferiva erano i vispi “mazzmarill”, che si muovevano pur rimanendo con i piedi incollati al terreno, contorcendosi e fissando i malcapitati con due occhi troppo grandi per il piccolo viso.

Mimì bambino, se l’immaginava vestiti come i personaggi delle leggende quattrocentesche, che si muovevano roteando assurdamente fianchi e manine, emettendo striduli urletti.

Ascoltando le sue parole, trovai, di colpo, incomprensibile il perché dell’abbandono di questi luoghi magici.

Non è facile arrendersi alla fuga degli uomini e al disfacimento di queste chiocciole di pietra che in mezzo a lastroni di arenaria a volte evocano i menhir di Stonehenge.
Quando lasciai il vecchio a continuare la ricerca delle lumache, fui preso da infinita nostalgia.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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