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domenica 13 dicembre 2015

Custodi e non padroni: Considerazioni su “Laudato sì” di Papa Francesco

«Laudato si’, mi’ Signore », cantava san Francesco d’Assisi.
In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia:
«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba ».
Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei.
(Papa Francesco)

La lettera enciclica del Papa “Laudato sì”, è qualcosa di incredibilmente bello.

In duecento quarantasei paragrafi, a formare sei capitoli, si dipana un profondo inno alla vita, una Magna Carta del creato, la summa di tutto quello che potrebbe dirsi o scriversi a proposito di natura, ecologia e ambiente.

È soprattutto un appello alla scienza affinché si allei con le religioni per esortare le coscienze a sentire propria la responsabilità della custodia della nostra “casa comune”.

È un impegno ancora più pressante per noi francescani, anche per il titolo scelto dal pontefice a richiamare la più bella poesia del mondo, il capolavoro del nostro serafico Padre Francesco d’Assisi: il Cantico delle Creature, inno insuperato nei secoli per la sua bellezza cosmica che penetra tutto il creato, quasi lambendo l’ineffabilità di Dio.

Era il 1224 quando il Poverello, nel silenzio di San Damiano, malaticcio e quasi cieco, soffiato nel cuore dalla forza dello Spirito Santo, dettò la pagina forse più straordinaria mai scritta per lodare Dio, abbracciando il mistero del creato e della natura e diventando il paladino dell’ecologia.
Questo, suo malgrado, dato che “Il Cantico” è un bellissimo trattato teologico, un testo dettato dall’amore per l’Altissimo e non un qualcosa per celebrare soltanto ambiente e natura.

Papa Francesco, partendo dal mistero della creazione e del Creatore, ha voluto dedicare la sua enciclica a quella lode infinita al Signore e alle sue creature per ricordarci che l’uomo, nello spirito del Genesi, non è il padrone dell’universo.

Solo Dio è tale.

E ha posto l’uomo nel centro dell’Eden “perché lo lavorasse e lo custodisse” (Genesi 2,11).

Egli non ha affidato all’uomo il governo del mondo affinché ne faccia quel che vuole.
Solo il Creatore è Signore di tutte le cose.
Noi, dice Bergoglio, non siamo Dio.

La terra ci precede e ci è stata data in prestito.
Siamo, comunque, i custodi, i guardiani che dovranno, alla fine dei tempi, riconsegnare la sua creazione all’Onnipotente passandoci uno a uno il testimone nel corso degli anni.
Proprio come ognuno di noi fa con la sua anima, nel momento del trapasso.
Parole ovvie ma che spesso dimentichiamo nella società frenetica in cui stiamo vivendo.
Questo immenso dono di Dio lo sporchiamo continuamente, lo deturpiamo così come facciamo per la nostra anima che abbiamo avuto immacolata e che invece rendiamo spesso lercia e purulenta.

Il creato è concesso da Dio all’uomo per godere degli infiniti profumi, colori, sapori e soprattutto benefici, non certo per accumulare ricchezze, mercificarlo e sotterrarlo con immonde speculazioni.

Ma il Papa ha soprattutto a cuore gli Ultimi della Terra e, in gran parte del suo scritto, ripete che il creato è di tutti e soprattutto di chi è posto ai margini della società, quei poveri, derelitti di cui Gesù parla nelle sue “Beatitudini” del meraviglioso “Discorso della montagna”.

Bergoglio propone il “modello San Francesco”, dal quale bisognerebbe imparare come sia “inseparabili la cura della natura, dalla giustizia verso i deboli, l’impegno per una società dell’accoglienza e la pace interiore tanta desiderata”.
È la Perfetta Letizia amata profondamente dal serafico Padre.

Il pontefice parla di “conversione ecologica” da un’economia che persegue, delittuosamente, solo e unicamente il profitto creando inquinamento, cambiamenti climatici, distruzione senza precedenti di ecosistemi e deteriorando la qualità della vita umana, causando colpevolmente un degrado sociale.
È un appello senza precedenti alla responsabilità in base al compito che Dio ha dato all'essere umano nella creazione: “Coltivare e custodire il giardino in cui lo ha posto” (cfr. Genesi 2,15).

“Responsabilità” pare essere la parola “chiave” per un’umanità che ha acquisito enormi poteri grazie all'energia nucleare, le biotecnologie, l’informatica e le profonde conoscenze del nostro stesso Dna.

È rischioso che questo tremendo potere sia in mano a pochi individui che dominano la gran parte dei fratelli, con i nefandi risultati sotto gli occhi di tutti.

Prendersi cura della natura è anche combattere le povertà, le diseguaglianze.
Il pontefice auspica, addirittura sottoponendosi senza paura agli strali di chi cerca una crescita avida e irresponsabile, una certa decrescita in alcune parti del mondo per favorire lo sviluppo delle zone buie del pianeta, procurando per esse risorse nuove.

Gioiamo, sembra infine dirci Bergoglio, come buon papà di famiglia, dei doni ricevuti dall'amore del Padre e noi, cristiani combattiamo la buona battaglia, incoraggiando uno stile di vita capace di non essere ossessionati dal consumo, crescendo nella sobrietà e nel rispetto di tutto il creato a cominciare dalle più piccole delle creature.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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domenica 24 marzo 2013

La Domenica delle Palme nella tradizione teramana.

Ancora una volta la piccola processione vespertina della Domenica delle Palme partirà, a Teramo, dalla monumentale chiesa di Sant’Antonio, per giungere davanti al Duomo di Teramo dove verrà officiata la Santa Celebrazione Eucaristica dal Vescovo, Monsignor Michele Seccia.

Il corteo di fedeli con gli immancabili ramoscelli di ulivo sarà ancora il segno tangibile di una partecipazione forte e sentita ai riti pasquali.

Un grande scrittore cristiano, Isidoro di Siviglia, definiva questo giorno, il “Dies Palmarum” il momento della conta per sapere quanto cristiani oggi ancora sopravvivono alle apostasie.

Nella tradizione teramana questo antico rituale nel giorno del "Dies Palmarum", codificato già dall’VIII° secolo, prevedeva oltre alla benedizione delle piantine, una grande processione rievocante scene evangeliche tra le più significative.
I piccoli centri di montagna si univano e preparavano per giorni questo momento di profonda devozione, costituendo degli appositi Comitati organizzatori.

Una di queste grandi processioni, per quel che riguarda la Valle Siciliana, si snodava ad Isola del Gran Sasso, in un momento di fede collettiva tra gli abitanti di Tossicia, Colledara, Castelli e altri centri minori.

Durante il corteo, tra lo sventolio delle palme benedette, alcune comparse inscenavano momenti sacri come l’incontro di Gesù con Maria e Marta e la Resurrezione di Lazzaro.

In alcune antiche edizioni sembra sfilasse anche l’asinello coperto da mantelli (ricordate che nel Vangelo si legge che l’animale era coperto dalle stuoie degli Apostoli?).

Cortei si snodavano ovunque in provincia, avvalendosi dell’organizzazione delle suore che arrivavano da altri luoghi, come le camaldolesi dalle vicine Marche, nell’ascolano.
Tra grossi rami d’albero tagliati per essere agitati ai lati della processione, un coro si elevava all’unisono:

Osanna al Figlio di Davide;
Benedetto Colui che viene nel nome del Signore! (Matteo 21, 8-9).

Era la rievocazione della grande festa ebraica detta delle “Capanne” che nella notte dei tempi, si svolgeva in autunno, quando le piccole palme dovevano essere agitate almeno tre volte, rivolte verso le direzioni dei punti cardinali.

Le processioni più grandi si svolgevano a Montorio al Vomano, Atri e Pietracamela, dove il corteo dei fedeli giungeva, anche in presenza di neve, dalla frazione di Intermesoli.
Tutti, alla fine del rito, portavano a casa il ramoscello d’ulivo, conservandolo gelosamente accanto al crocifisso che non mancava mai sopra la testata del letto o attaccata ad una immagine sacra, come segno di benedizione divina per la casa e i suoi abitanti.

I non credenti vedono in queste manifestazioni religiose, tra asinelli, piantine e villici che battono le mani, una parodia grottesca di magnificenze imperiali.
Al contrario, questi piccoli trionfi popolari hanno rappresentato la fede più pura.

 La scena del Cristo entrante in Gerusalemme acquistava con questi cortei, solennità, colorandosi di un segno di glorificazione messianica.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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venerdì 22 marzo 2013

La processione antelucana della Desolata!

Il rito antichissimo nel cuore dell’Interamnia resiste al tempo.

Se è vero che l'anima di una città è riassunta in particolari avvenimenti, la processione antelucana, all’alba del Venerdì Santo a Teramo, è uno dei modi più intensi per esprimere la propria natura e la propria storia.

Si tratta di una devota rappresentazione paraliturgica della Madre del Cristo alla ricerca angosciosa del Figlio condannato a morte, nelle chiese del centro storico.
Le “Addoloratine” sfilano con la statua sofferente della Vergine, cantando antiche lamentazioni funebri.

Il corteo di fedeli segue, a lume di candela e in assoluto silenzio.
L’uso delle campane è interdetto in segno di lutto.
L’evento è di grande impatto patetico, sia per le ombre, che avvolgono la città che per l’atteggiamento raccolto di tutti.

Una processione risalente al tredicesimo secolo, povera di apparati scenografici con la sola presenza di una croce nuda e della Madonna listata a lutto.
Attendibili documenti attestano che la tradizione ebbe origine nel 1260, anno di fondazione dei Disciplinati della Morte, confraternita con sede nella vecchia chiesa di San Giacomo, distrutta da molti anni.

L’associazione laico religiosa esercitava opere di carità e culto ed era una delle diverse realtà cittadine che operavano nelle chiese.
La più importante di esse era quella dello Spirito Santo che gestiva un ospedale e assisteva malati e condannati a morte.
Oggi l’organizzazione dell’evento è assicurata dalla Confraternita della chiesa dell’Annunziata, sede diocesana dell’Adorazione Eucaristica.
L’affannosa ricerca del Figlio da parte della Madre abbraccia idealmente tutta la città.

Nel corso degli anni il percorso è mutato a causa della scomparsa di alcune chiese come quella di San Matteo il cui edificio è stato alienato nel 1940, la Misericordia, sconsacrata e oggi dedicata a sala conferenze per i mutilati di guerra o quella di Sant’Antonio Abate del vecchio psichiatrico, fatiscente.

Ciò che non è mutato nel tempo, è la grandiosità della devozione cittadina di cui parla in un libro, Padre Donatangelo Lupinetti, attento osservatore e custode delle tradizioni abruzzesi.
Il religioso ammoniva di non erodere alle radici le tradizioni popolari.

Ricordava, insieme alla processione della Desolata, la celebrazione delle “tre ore di agonia del Cristo”, liturgia particolarissima detta delle “sette parole” pronunziate da Gesù durante le sue tre ore di strazio, pendente sulla croce.

Il pio esercizio, più della Via Crucis, si imbeveva di misticità e raccoglimento, tra canti, prediche, preghiere che facevano rivivere i minuti finali della vita del Salvatore.

Lo scenario era inquietante: un grande Calvario, le finestre della chiesa oscurate, il coro che intonava il “Miserere” e l’ambone listato a lutto con il lettore che commentava le ultime parole di Gesù.

Il popolo in assoluto silenzio ad ascoltare, per poi formare alla fine un serpentone interminabile pronto all’atto della umiliazione e adorazione davanti il legno sacro.

Tradizioni sacre ormai disperse dal vento dei tempi!

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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