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mercoledì 23 ottobre 2013

Nel silenzio di Sant’Irene a Catignano

Il silenzioso diventa fonte di grazia per chi ascolta! (San Basilio)

Il silenzio regna sovrano.
Potrebbe quasi dare fastidio in una società che come afferma Max Picard, ha l’uomo come appendice del rumore.
Invece questo luogo sacro è il posto ideale per ritrovare anche solo un briciolo della propria umanità attraverso la riscoperta dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”.

Nell’entrare all’interno del convento di Santa Irene, a poca distanza da Catignano nel pescarese, tornano alla mente le parole di Eraclito che ai suoi tempi così lontani da noi già si lamentava dei suoi simili “incapaci di ascoltare, capaci solo di parlare”.
Questo santuario è la palestra del silenzio, l’esaltazione dell’essenzialità del silenzio.
È come riscoprire d’un tratto la propria vita interiore, quella autentica che credevamo persa.

Bella la lunetta che sormonta l’entrata dove si trova un bassorilievo di S. Anna con Maria Bambina che ricorda come la chiesa fosse inizialmente dedicata alla Natività della Madonna.

La particolarità della scultura è nei tre fori che si trovano sulla fronte della madre della Vergine a rappresentare la lungimiranza, dal petto della dolcissima Bambina a significare la coscienza e dai piedi delle due donne a simboleggiare la materia e la vita terrena.

Dicono fossero aperture che contenevano gemme preziose che brillavano al sole dando l’impressione di un qualcosa di vivente a chi si approssimava al portale.

Le pietre trafugate dai soliti ignoti, non sono state mai ritrovate.
Scopro attraverso un foglietto posto a lato dell’ingresso, che questo è un tempio censito da un singolare sito internet che si chiama LuoghiMisteriosi.it.

L’edificio in stile abbaziale romanico, dedicato alla santa vergine e martire, custodisce intanto mirabilmente, dall’anno 1847 in un’urna in vetro, le spoglie di questa giovane, recuperate dalle catacombe di Priscilla a Roma, inoltre ha una storia sontuosa che parte dalla realizzazione dei benedettini alla fine dell’XI secolo.

Qualcuno ipotizza anche un intervento precedente da parte dei cistercensi, di cui si notano tracce disseminate nelle tre navate.
Che le spoglie siano autentiche lo testimonia da una lettera del Cardinale Zurla che all’epoca certificò al cappuccino Padre Enrico che le ossa erano proprio della donna martirizzata per il Signore.


La chiesa, che ha avuto notevoli trasformazioni nei secoli, fu ripristinata definitivamente nel 1949 grazie alla Soprintendenza ai Monumenti e Belle Arti dell’Aquila.

A rendere tutto misterioso ci sono, disseminati ovunque, simboli antichi a cominciare da quello importantissimo detto “Sandalo del Pellegrino”.
Era una sorta di firma in pietra di chi aveva affrontato chilometri a piedi per vivere un pellegrinaggio di redenzione.

Preso da incontenibile voglia di scoperta, non sento neanche i passi dietro di me.
Pochi attimi dopo faccio conoscenza con un personaggio affascinante, Fra Giuseppe Antonio da Otranto.

Si tratta di un giovane che da alcuni anni è immerso in studi teologici negli istituti dei Padri Amigoniani che dal 1936 gestiscono come Terziari Cappuccini dell’Addolorata un centro di formazione spirituale nel convento accanto alla chiesa.

La sua voce stentorea m’introduce mirabilmente nei segreti di questo luogo incredibilmente affascinante.
Ecco che ai miei occhi si palesano i “Fiori della Vita”, simboli templari, a sei petali circoscritti in una circonferenza.

Il giovane frate, preparatissimo, mi ricorda che questo segno antichissimo era denominato anche “Sesto giorno della Genesi”, a richiamo perenne della grandezza del Creato e del suo Creatore.

Mi mostra poi degli enigmatici graffiti che riporterebbero un simbolo tra i più antichi al mondo: “La Triplice Cinta”, incastro di quadri attraversati da linee parallele.

Secondo la tradizione templare questo era, in virtù della presenza di queste incisioni sulle pietre, un luogo di enorme sacralità e ad alta carica energetica contenuta nei suoi sottofondi.

Le parole di questo incredibile terziario sono ferme ma parlano il linguaggio dell’amore verso gli altri, di una profondità d’animo di chi si appresta a diventare presbitero.

Usciamo sul retro della chiesa e nella bella parte absidale compaiono inquietanti mascheroni in pietra con volti umani e animali, guardiani posti a intimorire chi volesse entrare senza aver fede nel mistero grande di Dio.

Ma tu non devi temere - mi dice- ho già captato che sei molto credente!
E mi regala una bella immagine della giovane Irene che fece sua l’affermazione di Ignazio di Antiochia che disse: “Cristo è la Parola che procede dal silenzio, facendo risuonare dentro di se la necessità della presenza di Dio”.

Nell’andare via porto con me anche un’interessante pubblicazione a cura dello scrittore Fabio Ponzo che riassume tutte le notizie incredibili di questo luogo santo.
Proprio vero.

Sono questi posti, nascosti ai più, che aiutano a diminuire il prestigio del linguaggio e ad aumentare quello del silenzio.

Arrivare a Catignano:
Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), seguire la direzione Pescara Ovest/Chieti, A 24 per L'Aquila, A 25 per Roma, SS 81 direzione Penne, svoltare sulla SS 602 e percorrerla fino a Catignano.

Da Pescara
Percorrere la SS 16 in direzione Chieti, seguire le indicazioni per la SS 81 direzione Penne, svoltare sulla SS 602 e proseguire fino a Catignano.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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domenica 20 ottobre 2013

Castel Menardo, antica fortificazione cassinese sull’Alento!

Nel mio vagabondare alla ricerca del bello in Abruzzo, una tappa imperdibile è il territorio di Serramonacesca, in provincia di Pescara.
Della splendida abbazia di San Liberatore a Majella, ho raccontato in altra parte del blog, insieme all’eremo di S. Onofrio, raggiungibile con una semplice passeggiata di venti, trenta minuti.

È questo il periodo forse più bello per scoprire dei posti meravigliosi, immersi nei boschi che si stanno per colorare delle tinte incredibili dell’autunno.

C’è un monumento, però di cui dobbiamo fare conoscenza.
 È la cortina muraria dell’antico Castel Menardo.
Posto in posizione dominante sulla bella valle del fiume Alento, i resti sono evidenti e interessanti da scoprire.

La rocca fu eretta per assicurare la difesa dell’abbazia benedettina.
Nonostante ciò il luogo sacro subì in più guerre, disastri spaventosi fino a essere distrutta sul finire del XV secolo.
La fortificazione è caratterizzata da un impianto triangolare ancora perfettamente riconoscibile.

In una delle sue estremità s’innesta in un corpo quadrangolare mentre, nei restanti vertici liberi, si trovano due torri circolari i cui resti si fanno ancora ammirare.

Con un po’ di attenzione il visitatore riesce anche a individuare i due enormi portali che un tempo davano accesso alle numerose arciere poste lungo la cortina di pietra, evidenziando tutto il carattere difensivo del manufatto.

Il Castel Menardo, per gli appassionati, può essere fonte di studio essendo stato accostato ad alcune fortificazioni cassinesi che hanno fatto tendenza nell’architettura difensiva del medioevo per la singolare accuratezza costruttiva delle murature.

Insomma la rocca, collocata in una spettacolare ambientazione, testimonianza storico culturale d’indubbio valore, potrà regalarvi una gita interessante.
Tornando all’abbazia, vale la pena di terminare la giornata con una bella passeggiata lungo il fiume per scoprire angoli incantevoli e inquietanti tombe rupestri, buchi nella pietra dove incredibilmente vivevano gli asceti in continua preghiera.

I tesori di Serramonacesca si raggiungono attraverso la A25 Pescara Sulmona, uscita Scafa, poi S.S. 539.


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sabato 19 ottobre 2013

L’abbazia fortificata sul fiume Nora: la badia di San Bartolomeo

“Nuvole senza pioggia, portate via dai venti, alberi di fine stagione senza frutto, morti due volte, sradicati. Astri erranti, votati all’oscurità delle tenebre eterne”. (Giuda 12-13)

Il cielo azzurro è striato da vapori bianchi.
Se non avete mai giocato con la forma delle nuvole, allora non siete mai stati bambini.
Io ci gioco anche da adulto.
Il passaggio delle nubi dona libertà alla mente, ai pensieri fragili ma lucidi, sottili come lame, ai pensieri scarnificati, sfrondati dell’inutilità delle cose.

La vallata del fiume Nora, alla confluenza con il Rio de Vito in territorio pescarese, al margine orientale del massiccio del Gran Sasso e a poca distanza dall’immensa piana del Voltigno, luogo ideale di pascolo, è quanto di più verde e boscoso si possa immaginare.
Eppure ogni volta che ci arrivo mi sento turbato.

Qui c’era una meravigliosa abbazia che per colpa di alcuni empi e dissoluti dagli atteggiamenti morali impuri, non riuscì a dare alla vallata un segno più profondo dell’esistenza di Dio.

Lo stemma di Carpineto con i tre alberi sormontati da un alto monte è il giusto biglietto da visita per un paese che, un tempo, sorgeva nel mezzo di un bosco di carpini.

La foresta intorno era così importante che nello stemma del comune e nella pietra bianca esagonale che fa da piedistallo al battistero della chiesa parrocchiale di San Rocco e Agata, trova posto un albero scolpito tra il Vangelo e l’aquila.

Il convento fortificato di San Bartolomeo rappresenta di per sé un valido motivo per arrivare fin qui.

A sorprendere il turista c’è anche uno splendido borgo dalla caratteristica architettura in pietra e altri piccoli villaggi completamente o quasi abbandonati, rimasti per gran parte intatti nel tempo.
Vicoli, ad esempio, é un minuscolo nucleo di case, antico insediamento romano a quasi mille metri di altezza, a strapiombo sul fiume Nora con angoli di gran fascino e i ruderi di un castello diroccato che
domina il borgo silenzioso.

Tornando a San Bartolomeo, la badia si trova a circa tre chilometri da Carpineto su di uno sperone roccioso al centro di un imponente anfiteatro di montagne.
Il 25 agosto, nella festa dedicata al santo, si svolge una bella processione dal paese all’abbazia attraverso un percorso naturalistico notevole.

Sembra che l’insigne abbazia benedettina, sorta nel decimo secolo, fosse stata costruita dal Conte di Penne, Bernardo che, ammalatosi gravemente, pensò di ingraziarsi Dio iniziando la costruzione nell’anno 962 di questo tempio da edificare a gloria del suo nome.
Il luogo sacro fu anche fortificato con poderose muraglie a sfidare gli elementi della natura.
Oggi non resta nulla delle antiche colonne.
Il complesso divenne famoso e fu arricchito da una reliquia importante: l’omero del braccio destro di San Bartolomeo le cui spoglie erano state trasferite dalle isole Lipari a Benevento.

Seguirono anni di grande prosperità per questo scrigno di arte e cultura che influenzò tutti i centri della valle tra cui la fiorente Brittoli e l’antico centro degli Equi, Civitaquana.

Furono memorabili le vicende raccontate da un monaco, Alessandro, che sotto il pontificato di Celestino III, scrisse le sue “Cronache” su grandi personaggi dell’epoca e le loro nefande vicende di guerra in Terra Santa.
Era il Marco Travaglio dell’epoca!

Gli scritti probabilmente, insieme a fenomeni di eresia “gnostica” di alcuni che esaltavano la supremazia dell’intelligenza al di sopra del divino, decretarono la fine di questo baluardo di civiltà.

L’annessione alla grande abbazia di Civitella Casanova, con più di cinquecento monaci in stretta dipendenza dei religiosi casauriensi, nel 1258, fece perdere a San Bartolomeo la propria autonomia,
decretando il progressivo declino.

Il monastero ospitò per diversi anni il monaco Erimondo, grande miniatore i cui codici sono noti a tutti gli studiosi. Nel centro di arte e cultura visse anche Marcantonio Casanova, abate che realizzò epigrammi contenenti aspre critiche al papa Clemente VII.

Il pontefice, dopo averlo conosciuto, rimase così colpito dalla sua inquietante personalità da perdonarlo per averlo deriso.
Incontro qui il mio amico Armando Florio.
È un uomo innamorato di questo luogo sacro.
 Quando penso a lui penso ad un grillo di un’energia irrefrenabile che a volte gli fa mangiare anche le parole.

Ha un sorriso dolcissimo e lo sguardo, dietro all’occhiale, spesso brilla.
Mi apre con gioia la sua casa.
Mi regala anche un bellissimo libro sull’abbazia.
Insieme poi andiamo a visitare il gioiello senza tempo.
La chiesa, dopo i recenti restauri, si presenta in ottimo stato.
È una costruzione semplice e austera, realizzata con blocchi di pietra locale.
Ricorda Santa Maria d’Arabona.

Sono subito colpito dall’armonia visiva trasmessa dall’abside rettangolare con lo splendido rosone, vengo anche accolto da un portale in pietra di rara bellezza scolpito riccamente con animali, tralci e foglie d’acanto intrecciate.

L’interno è maestoso e inquietante nella sua semplice bellezza, a tre navate separate da archi a tutto sesto.
Mi piace la scultura di una mucca in pietra che allatta il suo vitellino.
Un altare, apparentemente spoglio, a uno sguardo attento mostra originali piccole colonne scolpite finemente con teste di animali.

Ovunque si notano figure di uccelli, quadrupedi e mostri dalle curiose forme.
Troneggia anche la figura dell’Agnello con la croce.
Non perdere la cripta, ammonisce l’amico, conducendomi attraverso uno stretto corridoio.

Chi ha buone gambe, dopo aver ammirato questo capolavoro di arte sacra, potrà salire come faccio io verso il monte Fiore, balcone privilegiato sulla valle del fiume Nora, il Gran Sasso e la piana del Voltigno.

L’ascesa è agevole.
Il saliscendi non è complicato, il piccolo labirinto di strade sterrate non crea grossi problemi.
In cima la vista ripaga dello sforzo.

Tra un sipario e l’altro di nubi compare la cresta di montagne millenarie.

Le pietre lontane, appese a precipizi sembrano parlare.
Decido di accettare l’ospitalità di Armando.
Domani sul presto visiterò il borgo in pietra semi abbandonato di Corvara.
Mi arrampico in cima al passo.

Le curve tortuose mi entrano nella mente.
I due centauri, che sfrecciano a lato della mia auto, mi fanno pensare a “Easy Rider” film manifesto della controcultura americana. Si srotolano davanti agli occhi le immagini dell’inizio della pellicola: i motori accesi, Peter Fonda che getta a terra l’orologio, lancia lo sguardo a Dennis Hopper e, via, verso l’infinito.

“Fa correre il motore a testa bassa, cerca l’avventura, cattura il mondo in un abbraccio d’amore”.
Che bella “Born to be wild” degli Steppenwolf!
Credevate non l’avessi dentro il porta cd?
È un magico inno al viaggio come ricerca della libertà!
Ora, lasciatemi cantare!

Attraverso una “compilation” infinita di tonalità grigiastre, mischiate al verde e al marrone. Scorgo il bianco e nero juventino delle pecore e dei cani pastori che vagano come anime abbandonate.

Spesso vedo grandi fenditure marrone scuro nelle rocce e drammatiche pareti verticali.
I colori sono così vivi che sembrano ritoccati.
Chissà perché la mente mi porta all’opera di Munch, il maestro espressionista con il suo capolavoro de “L’urlo”.
Forse perché qui ci sarebbe davvero da urlare un evviva al Creatore.

Tutti noi creiamo un quadro della nostra vita, vorremmo che le cose si adattassero perfettamente ai nostri desideri.
Poi, ogni mattina controlliamo che il nostro quadretto sia uguale al giorno prima e lottiamo tutte le ore perché nessuno ci dia una pennellata non prevista.

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Raggiungere Carpineto e la badia attraverso A14, poi direzione Pescara Ovest/ Chieti, A24 per L'Aquila, A25 per Roma, S.S.81 direzione Penne, svoltare S.S602 e percorrerla fino allo svincolo per Carpineto della Nora (S.P.33).
Da Pescara percorrere la S.S.16 direzione Chieti, poi indicazioni per Penne, Cepagatti e svincolo per Carpineto.


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giovedì 17 ottobre 2013

Maria e il Paradiso di Tocco

“Stimo, ch’il ciel m’inestasse amore d’eleggere per mia stanza un Paradiso.
A ciò dal mondo fosse più diviso per unirmi via più col mio Signore….
Pongo però nel tempo che m’avanza pria che l’alma si spogli del suo velo nel vero Paradiso ogni speranza”. (Su di una porta del convento)

Era il 1470 quando un gruppo di frati Minori della Regolare Osservanza arrivò fin sulle pendici del Monte Morrone, alla ricerca di un eremo dove condurre una vita ascetica fatta di rigore, privazioni e preghiera.
 Ai viandanti dovette sembrare proprio il paradiso quel piccolo tempio dedicato alla figura di San Flaviano.

Erano seguaci di Giovanni da Capestrano e avevano collaborato con il santo guerriero che girava in lungo e largo l’Abruzzo tra una battaglia e l’altra, a edificare conventi francescani.
Il frate battagliero era stato anche a Campli, dove aveva creato nella piccola piana di fronte al borgo farnese, il convento di San Bernardino arricchito, dopo la morte del fondatore, di un grande ciclo di affreschi dedicato alla sua imponente figura ancora visibili nel chiostro desolatamente abbandonato alla violenza del tempo.

Nel corso dei secoli l’eremo angusto assunse proporzioni ragguardevoli fino agli albori del seicento.
Ciò è testimoniato dalla data 1604 incisa sull’architrave della porta d’accesso al porticato superiore.

Nel bosco che oggi circonda il luogo, sul lato ovest c’è un gigantesco albero di lauro di forma circolare intorno ad un tavolo in cemento, piantato secondo la tradizione proprio dal seguace di S.Francesco.

Qui si raccoglievano in preghiera i religiosi, sul far della sera, per recitare i “vespri”.
Il convento non ebbe vita facile; subì due soppressioni, la napoleonica del 1811 e quella del governo italiano nel 1866.
Oggi, il visitatore che, attraverso la Tiburtina Valeria Claudia che unisce Roma a Pescara, giunge nel borgo di Tocco da Casauria di fronte, simile ad un bastimento immerso nel cupo verde della piccola foresta, scorge il maestoso edificio religioso di Santa Maria del Paradiso.

Pochi si inerpicano sulle pendici del colle per visitarlo.
Molti preferiscono aggirare la collina per andare a vedere la piana dove grandi pale eoliche girano le loro teste di ferro.

Gran parte dei turisti, poi, fermano la loro attenzione sulla splendida abbazia di San Clemente a Casauria nel fondo valle che più che un edificio religioso appare quasi come un palazzo con il suo portico a tre archi, l’ampio atrio, i portali ornati da sculture.

All’interno del complesso edificato dall’imperatore Ludovico II nel 871 e ricostruito nel XII secolo, tutti vogliono ammirare il grande ambone a cavallo tra romanico e gotico cistercense, l’elegante candelabro cosmatesco con l’edicola a due piani, il singolare altare maggiore costituito da un sarcofago paleocristiano e la cripta antichissima.

Eppure il convento di Tocco, alto sul colle a dominare la valle e le gole del Pescara merita una visita. Basta guardare, ad esempio, il chiostro rettangolare con archi sovrapposti che conferiscono all’insieme una veste severa.

Lungo le pareti, nell’arco delle lunette corrispondente alle arcate e alle crociere, sono visibili begli affreschi con episodi della vita della Madonna, della Natività e della Passione di Cristo.

Sono opere realizzate da ignoti pittori di scuola abruzzese con grandi capacità nell’uso dei chiaroscuri e delle prospettive.
Peccato che spesso il complesso sia chiuso a causa dell’impoverimento delle vocazioni.

Sono fortunato questa volta.
Il frate mi accoglie con l’aria di chi non ama immensamente vedere i forestieri.
Quando gli dico di essere un terziario francescano con trascorsi di Consiglio Regionale laico e di conoscere molti suoi confratelli, il sorriso si apre su di una bocca dall’impalcatura carente di denti.

Mi racconta del povero superiore, frate Virgilio, scomparso da poco, mi chiede di Padre Claudio, racconta di frate Candido che ora gira sempre l’Abruzzo e che spesso è nel convento della Madonna delle Grazie a Teramo perché è il centro più importante rimasto aperto.
Mi chiede se lì ci si trova bene il suo amico Padre Pio.
“Siamo ormai pochi” si schernisce.

Mi porta poi nell’improvvisato bar e, mentre carica la sua bella moka, mi dice che il caffè fa parte della liturgia d’accoglienza.

Non oso chiedergli se da solo si alza alle cinque per le orazioni o, al contrario, se ne strafrega beato.

Se trascina gli zoccoli per dire messa nella chiesa che presumo sia poco frequentata nei giorni feriali o se abbia legami forti con la comunità del paese.
In compenso scopro che ha l’artrosi e, purtroppo, anche l’alitosi.

“Vuoi un altro goccio di caffè, magari con correzione? – ecco la battutaccia – abbiamo tutti bisogno di correzione”.

Sarebbe interessante una visita all’antico refettorio dei frati.
Non tanto dal punto di vista architettonico dato che è reduce nel 1979 di un restauro di dubbio gusto, quanto per le tele dedicate alla Annunziata.
Dal chiostro si accede poi alla biblioteca conventuale dalle ampie volte a botte formate da blocchi di tufo.

Ma il vecchio religioso è restio a introdurmi fin là, soprattutto quando gli dico di aver visto tutte le sale qualche anno prima.
Deve aver capito che voglio scattar foto dal borsone che ho con me.

Quella volta che visitai il convento di Capestrano, riuscii a infilarmi dentro la grande biblioteca e vidi addirittura gli scritti di San Giovanni, dei meravigliosi codici miniati e degli incunaboli antichi.
Qui pare debba rinunciare.
Il rito d’accoglienza manca di un degno finale.
La creazione di questo angolo di cultura risale al secolo XV.

Peccato che nel 1811 per Ordine Regio molti dei codici, dei volumi preziosi, degli incunaboli del ‘500 furono trasportati a Napoli, nella grande Biblioteca Nazionale.

La piccola chiesa è in stile gotico rinascimentale e accoglie il visitatore con un bel portale in pietra contenente una lunetta affrescata nel ‘500 che ritrae la Madonna oggetto della devozione, ai lati, di San Francesco e San Giovanni Evangelista.

Nell’interno, prima di ripartire, mi soffermo beato, a guardare il bel coro ligneo di stile gotico con diciassette stalli.
Fuori il piazzale scorrazzano indisturbati e felici un cane e un gatto insolitamente amici.

Sono sempre stato convinto che gli uomini di Dio sanno sceglier bene i posti dove avvicinarsi al Creatore.

Per raggiungere il convento e Tocco, percorrere la Tiburtina Valeria Km.190, bivio Tocco da Casauria. 
A25 Roma- Pescara: 
Uscita Torre dé Passeri Casauria se provenienti da Pescara.
Uscita Bussi sul Tirino se provenienti da Roma  

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giovedì 10 ottobre 2013

Il nobile tempio del Santo Liberatore a Serramonacesca

“Sulla mia tomba non mettete marmo freddo con sopra le solite bugie che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra che scriva, a primavera, un’epigrafe d’erba”. (Nella pietra cimiteriale di Adriana Zarri, scrittrice)

C’era una volta un’abbazia.
Era grande, bella e potente.

Edificato dai monaci di Montecassino, figli spirituali di San Benedetto, il complesso monastico esisteva ancora prima del documento ufficiale dell’anno 884, come tempio pagano donato dai patrizi romani Tertullo ed Equizio.

L’antica e nobile chiesa abbaziale del “Sanctus Liberator ad Majellam”, esiste ancora! E’ sempre qui a Serramonacesca di Pescara, immersa nel verde e nella quiete della storia, testimone silente del passaggio di Carlo Magno.
Il condottiero se ne volle impossessare dopo la sua vittoria sui Longobardi del 781, nella sconosciuta battaglia di Serra e Manoppello.

Ancora oggi una grotta è chiamata “dei Paladini” o”sepolcro dei Franchi” in ricordo dell’epopea carolingia in Abruzzo.

“Serra Monacorum”, quale nome migliore per evocare il legame di questo pezzo di Maiella con la vita monacale che un tempo esprimeva un tesoro d’arte come l’abbazia di San Liberatore e un paio di eremi abbarbicati tra i monti?

Ogni volta che arrivo in questo piccolo agglomerato di case mi sento libero e felice.
Nell’antica terra dei priori oggi sono circa settecento le anime sparse.
Molte di meno di quelle che hanno varcato i confini, emigrando per il mondo in cerca di fortuna.

Basta venire sin qua una sola volta per rendersi conto del perché tanti stranieri abbiano deciso di acquistare rustici da queste parti per godere di tranquillità.

Serramonacesca è un borgo in pietra, alle pendici settentrionali della Maiella, sopra il frastagliato corso del fiume Alento, in un lembo di territorio pescarese tra i più ricchi di antiche memorie, leggende, e monumenti di rara bellezza artistica.

La storia di questa terra va cercata, scoperta e decifrata, esplorando con pazienza le pieghe della montagna e della memoria.

Tra le rocce e gli arbusti scorre una linfa spirituale che fa di questa valle un luogo sacro da vivere intensamente.

Dal condottiero Carlo Magno, la grande chiesa, immersa tra i boschi, prese il nome di “liberatore”, non inteso come santo comune ma come Divino Liberatore di ogni peccato, il Cristo Risorto.

Nelle vicinanze, fu costruito Castel Menardo, fortino per la guarnigione deputata al controllo della valle del Pescara.

Avvenne anche nella mitica Roncisvalle dei Pirenei, dove Carlo fece edificare, per ringraziamento dopo la vittoria sui Mori, una basilica simile a quella del piccolo borgo pescarese.
Né guerre, né saccheggi, né il terribile terremoto del 990 ha sfibrato i fianchi di questo tempio.

I monaci ricostruirono la basilica, ancora più bella, dimorando, durante i lavori, in povere casupole di legno, sotto l’attenta supervisione prima del priore e architetto Teobaldo, poi del reggente Adenulfo. Prese, infine, il volto attuale di gioiello d’arte romanica cassinese.

Guardare questa chiesa, è come vedere l’impetuoso effetto del passare degli anni sul volto di una donna a suo tempo bella e affascinante, oggi ancora attraente.

Il rettore che abita in paese, officia di domenica messe anche in latino e con massima disponibilità illustra le bellezze del luogo santo.

In una domenica di Pentecoste mi capitò, insieme a una famiglia di Cuneo, di assistere a questa celebrazione.

Ricordo mi colpì l’ottima pronuncia del prelato e i suoi occhi profondi e incavati che cercano prima che la tua intelligenza, il cuore.
C’è anche una dinamica associazione di giovani che offre servizi vari come accompagnamento e organizzazione matrimoni.

La grande chiesa è immersa nel verde.
C’è un singolare campanile in stile lombardo a triplice elevazione con finestre a piano che dona unicità al tutto.
Spingendo in avanti l’antica porta si sprofonda nelle tenebre.

La navata centrale pare imprigionata dapprima nel buio, poi gli occhi si abituano e iniziano a vedere gioielli senza tempo, tracce di affreschi bruniti dai secoli, icone rossastre e oggetti che paiono contendere ad altri le gocce di luce distillate dalle piccole finestre.

Tutto qui ha un suo equilibrio interiore: il sagrato in pietra, le basi sagomate delle colonne, i portali con leoni e foglie di palma scolpiti negli architravi.

Fanno bella mostra di sé, tre navate a pianta basilicale che s’innalzano sopra un pavimento cosmatesco, simile a quello della grande abbazia di Montecassino, composto con pietre intrecciate in disegni geometrici di maestri bizantini e il meraviglioso ambone, oggi non originale, delle proclamazioni bibliche e delle predicazioni.
Gli affreschi raccontano dei patrizi romani, di Carlo Magno, dei priori succedutisi alla guida del complesso e poi di San Benedetto il padre dei monaci, seduto in trono con la regola monastica dell’”Ora et Labora”.

 Meta di monaci e anacoreti che abitavano in celle scavate a grande altezza nelle rocce sospese sul fiume, uomini che inseguivano paesaggi santificati, questo luogo è bellissimo.

Il grande prato verde con annessa area faunistica in cui vive un bel capriolo nato nel 2006, il sentiero didattico che scende verso il fiume Alento con una cascata che romba proprio vicino ai resti di tombe rupestri, tutto invita a rimanere entusiasti.

Monasteri, forti, cimiteri, lazzaretti mangiati dal tempo tra cespugli d’incuria.
Tutto maledettamente bello!

Serramonacesca si raggiunge attraverso la A 25 Pescara Sulmona, uscita Scafa, poi S.S. 539.

Non dimenticate di visitare le tombe rupestri lungo il fiume.
E' un affascinante viaggio nel tempo attraverso la più grande forma di devozione dell'uomo verso il Creatore!

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giovedì 19 settembre 2013

L'eremo dell'anacoreta Onofrio

Serramonacesca è un borgo in pietra, alle pendici settentrionali della Maiella, sopra il frastagliato corso del fiume Alento, in un lembo di territorio pescarese tra i più ricchi di antiche memorie, leggende, e monumenti di rara bellezza artistica.
È un paese conosciuto soprattutto per la splendida abbazia di San Liberatore

Eppure la storia di questa terra va cercata, scoperta e decifrata, esplorando con pazienza le pieghe della montagna e della memoria.
Tra le rocce e gli arbusti scorre una linfa spirituale che fa di questa valle un luogo sacro da vivere intensamente.

A meno di mezz’ora di cammino a piedi in un boschetto, su di un sentiero a volte scolpito nella roccia e a picco su di uno strapiombo, si trova l’eremo dell’anacoreta Sant’Onofrio vissuto intorno al XII secolo.
Pochi ne conoscono l’esistenza.

Molti si confondono con l’antro più famoso ubicato sulle pareti del Morrone, testimone dell’esistenza spirituale di frate Pietro Angelerio, papa Celestino V che da quel luogo partì, per il soglio pontificio, arrivando a Collemaggio a dorso di un umile asinello tra lo sconcerto dei cardinali e il giubilo del popolo.

In venti minuti di gradevole camminata, partendo dalla contrada Brecciarola, raggiungo il misterioso antro a 700 metri di altitudine, mirabilmente costruito nella pietra, addossato a un costone roccioso.
La presenza della grotta non lontana dalla Badia del Santo Liberatore fece dell’eremo un luogo di preghiera per diversi religiosi dall’XI al XIV secolo, tempo di fiorenti commerci nella zona.

Mi accompagna un amico di Pescara, Luigi che qui ha un suo piccolo rifugio estivo.

Luogo di antiche leggende, anche la figura di Onofrio, eremita coperto solo da una lunghissima barba grigia e capelli stretti al corpo per mezzo di una cintola, è avvolta da un fitto mistero.

Addirittura la tradizione vuole che fosse figlio di un sanguinario re di Persia.

Il giovane, colpito dalla ferocia del padre, abbandonò gli agi di corte, ritirandosi in questa che divenne una chiesetta incastonata nella montagna.

Nel romitorio aleggia ancora il senso del mistico.
La statua originaria del secolo XV, raffigurante l’uomo di Dio, non c’è più.
Dicono sia al sicuro.
C’è solo una povera foto, ha la faccia rivolta al cielo e la corona del rosario in mano.

Lo sguardo duro e inflessibile ricorda un altro manufatto dedicato al santo, che anni fa si trovava nella cripta della cattedrale di Ortona.
Il culto per questo persiano è diffuso in Abruzzo.

La sua figura si staglia, possente, anche in un affresco medievale di Bominaco, nell’oratorio del San Pellegrino.

Il giaciglio oggi sporco e pieno di paglia umida dove il santo riposava, chiamato la culla di Sant’Onofrio, è ancora utilizzato dai pellegrini che vi si adagiano nella convinzione pazzesca che un potere taumaturgo possa guarire dai dolori dell’addome, delle reni e degli arti.

Luigi racconta che gli abitanti di Serramonacesca più di una volta hanno provato a portare la statua raffigurante il patrono nella parrocchiale in centro paese.

Di notte il santo sarebbe sceso giù dalla montagna per riportare all’eremo l’effige lignea che lo raffigura, ricollocandola in quella lurida grotta dove aveva trascorso lunghi anni di ascetismo.
Chissà come sarà adirata la statua dove ora si trova celata.
Perché per me l’originale è stato rubato!

Agli occhi del visitatore, appare forte il contrasto tra la zona originaria dove l’asceta viveva e la parte nuova ricostruita dai fedeli negli anni ’50, così come appare d’altri tempi l’ostinazione nel credere alle innumerevoli leggende di cui questi boschi sono permeati.

Sopra l’eremo, dopo una zona picnic, è d’obbligo la visita alla statua bianca della Madonna, per molti, dispensatrice di guarigioni.
C’è una croce di ferro con sopra una data resa indecifrabile dal tempo.

Devono aver imperversato fulmini su di essa un po’ come accade alla Chiesa di oggi.

C’è anche una fonte definita miracolosa, dove sgorgherebbe acqua curativa.
Mi spiace dovervi deludere, non credeteci.
Mi sono bagnato abbondantemente nelle parti più atrofizzate del mio povero corpo senza averne giovamento alcuno.
Luigi si muove sapientemente tra i cespugli sotto un cielo color genziana.

Incurante delle panchine di legno, s’installa su di una pietra levigata dalla pioggia e allestisce il suo personale banchetto tra frittata d’asparagi selvatici e sorsi di buon trebbiano.
Poi, di colpo, prorompe nel suo immancabile: “Questa è vita”!
Incredibile come riesca a evocare i sapori d’Abruzzo con il buon pane dell’Aquila.

Si raggiunge l'eremo attraverso la A 25 Pescara Sulmona, uscita Scafa, poi S.S. 539.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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mercoledì 18 settembre 2013

Il nobile tempio del Santo Liberatore a Serramonacesca

“Sulla mia tomba non mettete marmo freddo con sopra le solite bugie che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra che scriva, a primavera, un’epigrafe d’erba”. (Nella pietra cimiteriale di Adriana Zarri, scrittrice)

C’era una volta un’abbazia.
Era grande, bella e potente.

Edificato dai monaci di Montecassino, figli spirituali di San Benedetto, il complesso monastico esisteva ancora prima del documento ufficiale dell’anno 884, come tempio pagano donato dai patrizi romani Tertullo ed Equizio.

L’antica e nobile chiesa abbaziale del “Sanctus Liberator ad Majellam”, esiste ancora! E’ sempre qui a Serramonacesca di Pescara, immersa nel verde e nella quiete della storia, testimone silente del passaggio di Carlo Magno.
Il condottiero se ne volle impossessare dopo la sua vittoria sui Longobardi del 781, nella sconosciuta battaglia di Serra e Manoppello.

Ancora oggi una grotta è chiamata “dei Paladini” o”sepolcro dei Franchi” in ricordo dell’epopea carolingia in Abruzzo.

“Serra Monacorum”, quale nome migliore per evocare il legame di questo pezzo di Maiella con la vita monacale che un tempo esprimeva un tesoro d’arte come l’abbazia di San Liberatore e un paio di eremi abbarbicati tra i monti?

Ogni volta che arrivo in questo piccolo agglomerato di case mi sento libero e felice.
Nell’antica terra dei priori oggi sono circa settecento le anime sparse.
Molte di meno di quelle che hanno varcato i confini, emigrando per il mondo in cerca di fortuna.

Basta venire sin qua una sola volta per rendersi conto del perché tanti stranieri abbiano deciso di acquistare rustici da queste parti per godere di tranquillità.

Serramonacesca è un borgo in pietra, alle pendici settentrionali della Maiella, sopra il frastagliato corso del fiume Alento, in un lembo di territorio pescarese tra i più ricchi di antiche memorie, leggende, e monumenti di rara bellezza artistica.

La storia di questa terra va cercata, scoperta e decifrata, esplorando con pazienza le pieghe della montagna e della memoria.

Tra le rocce e gli arbusti scorre una linfa spirituale che fa di questa valle un luogo sacro da vivere intensamente.

Dal condottiero Carlo Magno, la grande chiesa, immersa tra i boschi, prese il nome di “liberatore”, non inteso come santo comune ma come Divino Liberatore di ogni peccato, il Cristo Risorto.

Nelle vicinanze, fu costruito Castel Menardo, fortino per la guarnigione deputata al controllo della valle del Pescara.

Avvenne anche nella mitica Roncisvalle dei Pirenei, dove Carlo fece edificare, per ringraziamento dopo la vittoria sui Mori, una basilica simile a quella del piccolo borgo pescarese.
Né guerre, né saccheggi, né il terribile terremoto del 990 ha sfibrato i fianchi di questo tempio.

I monaci ricostruirono la basilica, ancora più bella, dimorando, durante i lavori, in povere casupole di legno, sotto l’attenta supervisione prima del priore e architetto Teobaldo, poi del reggente Adenulfo. Prese, infine, il volto attuale di gioiello d’arte romanica cassinese.

Guardare questa chiesa, è come vedere l’impetuoso effetto del passare degli anni sul volto di una donna a suo tempo bella e affascinante, oggi ancora attraente.

Il rettore che abita in paese, officia di domenica messe anche in latino e con massima disponibilità illustra le bellezze del luogo santo.

In una domenica di Pentecoste mi capitò, insieme a una famiglia di Cuneo, di assistere a questa celebrazione.

Ricordo mi colpì l’ottima pronuncia del prelato e i suoi occhi profondi e incavati che cercano prima che la tua intelligenza, il cuore.
C’è anche una dinamica associazione di giovani che offre servizi vari come accompagnamento e organizzazione matrimoni.

La grande chiesa è immersa nel verde.
C’è un singolare campanile in stile lombardo a triplice elevazione con finestre a piano che dona unicità al tutto.
Spingendo in avanti l’antica porta si sprofonda nelle tenebre.

La navata centrale pare imprigionata dapprima nel buio, poi gli occhi si abituano e iniziano a vedere gioielli senza tempo, tracce di affreschi bruniti dai secoli, icone rossastre e oggetti che paiono contendere ad altri le gocce di luce distillate dalle piccole finestre.

Tutto qui ha un suo equilibrio interiore: il sagrato in pietra, le basi sagomate delle colonne, i portali con leoni e foglie di palma scolpiti negli architravi.

Fanno bella mostra di sé, tre navate a pianta basilicale che s’innalzano sopra un pavimento cosmatesco, simile a quello della grande abbazia di Montecassino, composto con pietre intrecciate in disegni geometrici di maestri bizantini e il meraviglioso ambone, oggi non originale, delle proclamazioni bibliche e delle predicazioni.
Gli affreschi raccontano dei patrizi romani, di Carlo Magno, dei priori succedutisi alla guida del complesso e poi di San Benedetto il padre dei monaci, seduto in trono con la regola monastica dell’”Ora et Labora”.

 Meta di monaci e anacoreti che abitavano in celle scavate a grande altezza nelle rocce sospese sul fiume, uomini che inseguivano paesaggi santificati, questo luogo è bellissimo.

Il grande prato verde con annessa area faunistica in cui vive un bel capriolo nato nel 2006, il sentiero didattico che scende verso il fiume Alento con una cascata che romba proprio vicino ai resti di tombe rupestri, tutto invita a rimanere entusiasti.

Monasteri, forti, cimiteri, lazzaretti mangiati dal tempo tra cespugli d’incuria.
Tutto maledettamente bello!

Serramonacesca si raggiunge attraverso la A 25 Pescara Sulmona, uscita Scafa, poi S.S. 539.

Non dimenticate di visitare le tombe rupestri lungo il fiume.
E' un affascinante viaggio nel tempo attraverso la più grande forma di devozione dell'uomo verso il Creatore! 

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martedì 17 settembre 2013

“Tocco senza vento, diavolo senza denti”. Nel regno di Casauria

Tocco da Casauria è un avamposto hi-teach di energia alternativa.
È un piccolo comune ai piedi della Majella, ai confini con le rocciose gole del centro termale di Popoli, teatro di scatenati rally internazionali automobilistici lungo le sue mitiche “svolte” ma è il simbolo della green economy internazionale!
Roba da non credere!

Pensate un po’, un paese con pensionati che giocano a briscola, badanti rumene e tante case vuote che si riempiono solo in agosto. Eppure dell’abitato ha parlato il “New York Times”definendolo un modello di sviluppo sostenibile.

“Tocco senza vento, diavolo senza denti”, scrisse poi il Corriere della Sera, riportando la frase di una signora del bar di fronte al municipio.
Niente di più vero!
Che Tocco sarebbe senza le sue belle raffiche che agitano continuamente le pale eoliche, torri da sessanta metri che girano per l’intero giorno, dando energia a tutto per chilometri e chilometri?
Il giorno, con il sole alto, ha ripreso un po’ di colore come le guance dei bimbi dopo la malattia e la convalescenza.

Mentre mi accingo a fotografare in una luce quasi perfetta le macchine rotanti, dopo aver a fatica raggiunto il colle dove si trovano, mi si para davanti un elegante signore di circa settant’anni dalla faccia simpatica e buffa.

È proprietario di una villetta malmessa ma ubicata in un posto incantevole tra il verde degli ulivi.

C’è un orticello e un giardino con rosmarini, alloro, un melograno da frutta e una pianta di limoni a spandere profumi.

In breve mi racconta di vivere gran parte delle sue stagioni a Roma ma che in estate torna sempre in questa casa che volle costruire tanti anni fa, tra i risolini dei concittadini che lo credevano pazzo per isolarsi così.
Dice che nella capitale soffre di male alle ossa e crampi ai polpacci.
Qui no, qui i dolori scompaiono miracolosamente!
E di notte confida di ascoltare con gioia i rumori del buio e i gorgoglii della natura, intervallati dai fruscii dell’aria smossa dalle pale.

Oggi molti hanno offerto pozzi di soldi per la vendita della proprietà, ma lui ha sempre cortesemente rifiutato. Si dice convinto che la morte lo coglierà qui, intento ad annusare i profumi della sua terra.

Sono fuori il paese, tutto dovrebbe essermi estraneo, eppure un perfetto sconosciuto mi offre amicizia, m’introduce nel giardino, offrendomi una deliziosa fetta di anguria fresca.

Mi consiglia, in paese, pane di Tocco con prosciutto tagliato al coltello.

C’è un genere alimentare che prepara questa bontà di Dio!

Gran comunità quella dei “toccolani”.
Si danno tutti da fare, chi nel campo enologico, chi nel commercio, chi nel teatro.
Ci sono anche pastori che un tempo risalivano il tratturo dall’abbazia di San Clemente a Casauria, su per Campo Imperatore.
Oggi i transumanti usano camion moderni per spostare velocemente le greggi e le stalle sono governate con il vento e il sole che alimentano frigoriferi e macchine per produrre formaggi.

Una gustosa leggenda riportata proprio dal Corriere che racconta di un D’Annunzio che qui creò i presupposti per la realizzazione della sua grande opera “La figlia di Jorio”, dopo aver appreso la storia di una ragazzina che fuggì tanti anni prima per salvarsi dalla furia erotica di un branco di ragazzi ubriachi.

Il paese antico è bello da visitare.
Quattro vecchi sono intenti al gioco delle carte.
Uno di essi, guardando la mia Nikon, mi chiede se sono un reporter americano. Gli amici lo prendono in giro.

Mi dicono che ha una fibrillazione atriale e che ogni tanto il cuore perde colpi e il cervello ne risente.
Qui ormai sono abituati alle visite oltre oceano dopo la vicenda dell’articolo.

Fa piangere il cuore, l’abbandono del castello, reso ancor più pericolante dal terremoto del 2009 e transennato ovunque.

Lo trovo invaso da erba alta, rifiuti e gatti randagi.
È l’unica nota stonata!

Raggiungete Tocco da Casauria percorrendo la Tiburtina Valeria km.190, bivio Tocco.
A25 Roma Pescara, uscita Torre dé Passeri/ Casauria se provenienti da Pescara o uscita Bussi sul Tirino se provenienti da Roma. 

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domenica 15 settembre 2013

L’eterna lotta tra il Bene e il male: Santa Maria Arabona

“La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”. (Romani 13,12)

Il sole è appena nato ma già l’angusta via risuona del martello sulla pressa del mastro ciabattino.
Sulla vetrata del piccolo laboratorio, una bottega umida colma di calzature dove le scarpe da consunte riescono quasi nuove, c’è l’effige di San Crispino il patrono dei calzolai.

Un santo che aveva percorso così tanta strada per annunciare il Cristo, da morire quasi scalzo.

Rocco è l’ultimo di questi aggiusta scarpe che trinciano cuoio come nel secolo scorso.
E’ la vecchia guardia che sta scomparendo sotto i colpi impietosi del tempo.

Tira su rumorosamente col naso, ci passa sotto il dorso della mano per asciugare le gocce.

Si aggiusta, quasi si vergognasse di esser preso per trasandato, il suo grembiale nero, odoroso di colla e cera d’api, allarga le braccia e dice:
“E che vuoi che ti dica? La gente oggi, la calzatura che ha fame e apre la bocca, non l’aggiusta più. Nel negozio se la compra nuova a 20 euro! Certo, non scricchiolano come quelle di costoso artigianato. Nelle scarpe di oggi c è solo il collante”.

Pensare che a Tolentino nelle Marche, non così lontano, un tempo c’era l’università per apprendere l’arte del conciare le pelli, montare tomaie e preparare calzature a mano e oggi non c’è quasi più chi ripara i tacchi.
Mi guardo intorno e osservo gli utensili abbruniti dal tempo: raspe, spazzole, martelli.

“Ho provato a portar su un ragazzino, a insegnargli il mestiere. Gli ho detto, giovanotto se sbagli a piantar chiodi sulla suola, poi l’orlo viene storto e la tomaia non regge. E lui sapete che ha risposto? Vecchio mio, questo mestiere è per chi vuole morire di fame e non per me. E non l’ho visto più”.

Come dargli torto?
Ogni scarpa riparata rende si e no cinque euro e in Italia, nell’ultimo censimento sugli artigiani calzolai, gli esemplari in estinzione sono rimasti tremila circa.
Non più di cinque anni fa erano oltre 4500!

L’anziano artigiano, originario della valle dell’Aventino, conosce tante storie che è un piacere ascoltarlo.

Racconta di Alanno, borgo appeso su di una collina sopra la valle del fiume Pescara, luogo un tempo ricco di ville romane, battuto spesso dalla furia del vento proveniente dalle gole di Popoli attraverso Casauria.

Nel paese si venerava San Clemente cui è dedicata la bella abbazia vicina.
La statua, opera del ‘400 della bottega abruzzese di Guardiagrele, pare si voltasse ogni qualvolta era in arrivo una tempesta di vento, riuscendo a placarla con lo sguardo.
Il vecchio si è accorto dal mio sorriso sarcastico che non credo a questo tipo di devozione e rincara la dose.

Mi parla del Santissimo Crocefisso di Taranta Peligna che un contadino, nell’ottocento, trovò sotto terra mentre arava il suo campo.
Gesù, nella croce di legno, appare nello spasimo dell’agonia e non ancora morto, bocca semi aperta e respiro affannoso.

Il Cristo pare abbia protetto per molti anni le famiglie locali dalle disgrazie e calamità e qualcuno è andato sotto terra con la convinzione che il Santissimo sia anche sceso da quella croce per svolgere meglio il suo compito.

Il mio interlocutore crede infinitamente nei poteri taumaturgici della religione.
Mentre vado via, mi ammonisce sibillino:
“Guarda attentamente il Male e il Bene nell’abbazia, ora che vai a visitarla. Sappi che ancora oggi combattono furiosamente e non sempre a Manoppello trionfa il bene …”.

Santa Maria d’Arabona è trascurata dai grandi circuiti turistici- religiosi.
Eppure la badia è uno dei più importanti esempi tra le grandi chiese costruite dai Cistercensi, quando giunsero in Abruzzo alla fine del XII secolo, a quaranta anni circa dalla fondazione dei primi monasteri nel Regno di Sicilia.
Qui sono passate molte etnie d’oriente: albanesi, slavi, greci, arabi.

La situazione del monachesimo benedettino mostrava, allora, una fortissima presenza di patrimoni appartenenti a grandi insediamenti fuori regione, come Montecassino, S. Vincenzo al Volturno e S. Maria di Farfa, e una serie di siti autonomi.
Il principale di questi era quello di S. Clemente a Casauria.

Ma, credetemi, ce n’erano tantissimi: San Salvatore a Majella, San Liberatore, San Martino della Valle.

Tutti posti che rendevano bene la quotidianità dei monaci, ritmata dalla preghiera, dalla liturgia, dalla fraternità sobria, dalle giornate semplici fatte di umile lavoro e vicinanza spirituale alla popolazione dei villaggi intorno.

I monaci erano i rami, la gente gli uccelli che vi si posavano.

Nel 1191 era stata edificata Santa Maria di Casanova, nel 1209 furono innalzate proprio le mura di Arabona, diretta derivazione dell’opulenta abbazia di Casamari, raggiungibile attraverso l’autostrada Frosinone Sora.
Di questo importante esempio di architettura gotica cistercense, il complesso pescarese propone in parte la pianta.
Le stesse maestranze realizzarono poi la costruzione del piccolo monastero di Santo Spirito, a picco d’aquila sul paese di Ocre, oggi convento francescano.

Il nome dato alla badia di Manoppello scalo, che a quel tempo servì come tessuto connettivo religioso e sociale delle campagne circostanti, sembra fosse collegato al culto italico della dea Bona.

L’abbazia è rimasta incompiuta e in tempi recenti è stata realizzata una poco attraente parete in mattoni.

Quello che può motivare una visita sono i due elementi in pietra bianca, tabernacolo e cero pasquale che racchiudono in sé la storia della salvezza dell’uomo scolpita con incredibile maestria da un artista a me sconosciuto, beata ignoranza.


Il tabernacolo, retto da due esili colonnine, ricorda l’importanza della sapienza cui l’uomo deve tendere, custodendo gelosamente libri sacri e oggetti di culto a Dio.

Il candelabro ha invece in sé una moltitudine di significati allegorici.
Alla base si trovano quattro animali, tre dei quali ancora visibili.
I due cani e i due leoni rappresentano il peccato.
Il male, tra menzogna ed eresia, aggredisce l’uomo allontanandolo dalla salvezza.
Il cane si morde rabbiosamente una zampa a significare che il peccato lacera se stesso senza posa.

L’altro animale, con la testa all’indietro, simboleggia il peccato verso Dio che svuota la vita di ogni significato.
Le deformità delle figure animalesche ammoniscono sul deturpamento che il peccato opera in noi.

Nel capitello si riprende il tema della vite e dei tralci attaccati a essa.
Foglie e grappoli d’uva avvolgono a spirale il fusto della colonna che simboleggia la figura del Cristo cui il tralcio, cioè il discepolo deve rimanere ancorato per avere la vita eterna.

Chi andrà a vedere questa meraviglia, troverà nella parte culminante del cero, dodici piccole colonne a simboleggiare gli apostoli e la chiesa con la propria vocazione e missione.

Tra la base del candelabro e la parte alta, l’autore ha inserito una colonna centrale assolutamente nuda, liscia, una barriera invalicabile fra il cristiano nella grazia e il peccato originale.


Per raggiungere Santa Maria d'Arabona, ai piedi del versante settentrionale della Majella, percorrere l'autostrada A 25 direzione Pescara, uscita casello Alanno- Scafa. Da Pescara con la S.S. 5 Tiburtina Valeria .

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