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sabato 11 maggio 2013

Qui Teramo, Canada


Deliziosa la faccia sorridente di Paola Chiarini che la mia web cam rimanda, dal
Canada.
Potenza della tecnologia che fa diventare piccolo il globo.
Nel paese delle “giubbe rosse”, è il presidente, guarda caso, di un’associazione
di oltre cento conterranei che si chiama Abruzzo Teramano.

"Certo - dice ridendo - ma noi il nome l’abbiamo scelto più di dieci anni fa.
Siete voi ad aver copiato".

Come ti sei trovata di là dall’oceano?
«Dopo il Liceo Scientifico a Teramo, mi sono iscritta all’Università di Roma e, con uno scambio studentesco, sono giunta a Toronto nel gennaio del '90.
La città mi accolse con una nevicata incredibile.
Gli spazi immensi, il verde della natura, l’ordine, accrescevano in me il desiderio di conoscere questo mondo nuovo.
Ottenni un permesso di lavoro e insegnai lingua italiana nelle scuole elementari di Toronto.

Mi ritrovai negli studi di Radio Chin /TV International che entra nelle case di trentatré comunità etniche con programmi nelle lingue di appartenenza.
Iniziai creando spot pubblicitari, arrivai davanti ai microfoni conducendo sei ore di programma pomeridiano dal vivo ogni giorno.
Nel frattempo accumulavo esperienze musicali come organista e direttrice di coro della “Royal Opera”".

Dal tono si intusce un pizzico di nostalgia.

"Teramo conserva tanto di me.
Vorrei passeggiare nei suoi vicoletti, rivedere l’Istituto musicale Braga o la sede della Corale G. Verdi dove ho cantato, la Cattedrale dove ho diretto il Coro Interparrocchiale.
Il mio sogno è ritrovarmi a Teramo per la processione del venerdì Santo, rivedere la fontana di piazza Garibaldi, dove da bambina zampillava l’acqua e i giardinieri mettevano vasetti di fiori con la data del giorno".

Glielo dite voi a Paola che oggi, al posto di quella fontana storica, c’è l’Ipogeo?



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

Tutti gli articoli sono condivisi su Facebook nella bacheca di Sergio Scacchia e nella pagina "Il Mio Ararat" e su Google Plus.

Gli articoli sono inoltre pubblicati da Vincenzo Cicconi della PacotVideo , tra l'altro gestore di questo blog, su:
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mercoledì 8 maggio 2013

Scanno: dove la natura e il tempo danno spettacolo!

A cinquanta chilometri da Castel di Sangro e quaranta da Pescasseroli, al vertice di un triangolo d’itinerari di grande rilevanza turistica, sorge un luogo idilliaco.

Di là delle aspre gole dove, impetuoso, gorgoglia il Sagittario, incastonato tra montagne maestose e silenti, il lago appare al viaggiatore immerso in una pittoresca cornice che abbraccia lo sperone roccioso dove emerge l’antico e affascinante borgo di Scanno, una delle tante meraviglie d'Italia, non a caso presente nel lungo elenco dei "Borghi più Belli d'Italia".

E’ un fascino singolare quello che emana da questi luoghi.
Tutto parla di fantasie e immagini del passato.

Passeggiando per le anguste viuzze non è improbabile che all’improvviso balzi davanti agli occhi, la magnificenza di una donna anziana o di una bella bimba in costume tradizionale.

Di certo non mancherà colei la quale fila un tombolo davanti all’uscio di casa o il contadino che, dopo la fatica dei campi, si ferma a giocarsi un birillo di buon vino alla “morra” davanti l’antica cantina dalla volta a botte!

Non visitate il paese con la fretta di chi vuole scendere al lago per il classico picnic.

Regalatevi tempo per i particolari.

Vagate senza meta tra le case e i palazzi nobiliari.
Incrociate lo sguardo dei volti.


Poi alzate gli occhi e gustate le belle montagne di memoria dannunziana che fanno da sfondo regale al tutto.

Il monte Genzana, il balcone del valico del Carapale da dove, salendo, trovate una veduta splendida del lago, tutto è un affascinante preludio che porta, di là da Passo Govi, a uno dei più vecchi Parchi Nazionali d’Italia, quello d’Abruzzo, vero santuario della natura.

Leggende antiche si sovrappongono l’una sull’altra, aumentando l’alone di mistero che permea il luogo.

Storie millenarie raccontate da scrittori dell’ottocento, affermano che queste contrade furono originate da un primitivo ceppo orientale e che, per molti secoli, gli antenati dei feroci Saladini abbiano calcato questa terra.

Avvolto da mistero anche l’etimologia del nome.
Si dice che essendo il borgo adagiato su di un colle circondato da severe montagne, la tradizione fantasiosa degli anziani lo definì uno scranno, uno sgabello!

Non perdete la chiesa di Sant’Eustachio, patrono del paese, di là dell’arco medioevale sormontato dalla Torre Vecchia.

All’interno del luogo sacro c’è una bellissima statua della Madonna con il volto bruno del secolo XV e l’effige lignea del santo protettore del 1700.

Visitate anche la parrocchiale di Santa Maria a Valle con la sua facciata rinascimentale e il campanile di 35 metri del 1500.

L’interno a tre navate è in struttura romanica e contiene due pregevoli acquasantiere, il pulpito e i quattro confessionali di legno.


Le mogli vi costringeranno allo shopping sfrenato nelle gioiellerie, vista la tradizione orafa locale e nei negozi tradizionali, dove fanno bella mostra di sé i merletti a tombolo famosi nel mondo.

Nelle trattorie di Scanno il cibo è sublime.

Provate la ricotta del posto, semplicemente deliziosa e poi “sagne e fagioli”, i “cazzellitti con le foglie”, l’agnello locale e i dolcissimi mostaccioli.

Nel pomeriggio scendete al lago.
Noleggiate una bici e pedalate fino alla ridente Villalago.

Alzando gli occhi, tra faggi dalle radici aeree e tronchi massicci bizzarramente scolpiti, i boschi circostanti regaleranno benessere.

Raggiungete Scanno attraverso la statale 479 che collega Sulmona a Villetta Barrea, utilizzando l’autostrada A25, uscita Cocullo. 
Buona gita!

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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martedì 7 maggio 2013

A Cesacastina "lu Jase Criste de lu colle"

Il restauro dell’antico crocifisso sul tratturo di Campotosto, nella cona votiva che proteggeva i transumanti nel loro cammino.

Non so se vi siete mai soffermati, camminando in montagna, davanti alle piccole cappelle, deliziose icone del buon viaggio, per una preghiera o, semplicemente,
per osservare e penetrare un pizzico dell’immensa devozione che anima gli abitanti
delle “terre alte”.

È quanto di più poetico possa esistere.

La tradizione popolare ricorda che l’immagine santa serviva a proteggere i viandanti dalle forze del male che vagavano senza posa.


Sulla conservazione di tutte queste impronte mistiche non gravano solo le avversità meteorologiche ma, soprattutto, incuria e vandalismo.

C’è ovunque un patrimonio di religiosità popolare impossibile da catalogare con un numero incalcolabile di edicole, nicchie e crocicchi.
David Maria Turoldo, frate dei Servi di Maria, scomparso nel ’92, descriveva così questa devozione di strada: "Povere immagini opere di anonimi artisti che per me sono amabili al pari di Giotto e Cimabue …".

A Cesacastina, nel cuore dei monti della Laga, c’è una di queste creazioni di arte e fede.
Una cona votiva dedicata al transumante che oggi richiama per lo più memorie infantili o statuine di presepe, ma che un tempo significava essere uomini percossi dalle lame acuminate del sole, tormentati dalle piogge.
I pastori attingevano forza fisica dalla devozione cristiana.

Proprio la scorsa estate, in ricordo di questi antichi carovanieri dell’angoscia è terminato il restauro del crocefisso de “lu Jase Criste de lu colle” tornato bello come non mai nel piccolo tabernacolo posto a fianco di un tratturo che arriva a Campotosto, attraverso il Colle di Mezzo.

Era, questo, il percorso delle greggi che, per recarsi ai pascoli romani, invadevano le strade come un fiume di lana, coprendo ogni spazio con i loro velli, tra i cani bianchi abbaianti e polvere sollevata, a sfumare il paesaggio come in un sogno.

La cona votiva di Cesacastina fu realizzata dall’agiata famiglia Baldassarre che commissionò il crocefisso a un falegname locale, Alfonso Vetuschi, alla fine del 1850, ricavandolo da pezzi diversi di legno assemblati tra loro in modo un po’ artigianale.

Lo stesso artista realizzò le due porte della chiesa seicentesca dei Santi Pietro e Paolo a forma di croce con il suo inconfondibile campanile a vela e a tre campane.



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martedì 30 aprile 2013

L’anello di Padula

Alla scoperta di Macchiatornella, borgo magico con le sue cascate.
Panorami che trafiggono per la loro armonia perché la bellezza, come dice Ezra Pound, non si spiega, si ammira!


Il profilo aggressivo del Gorzano, nei Monti della Laga, sembra emergere come un’isola misteriosa all’orizzonte del mare di nebbia che caratterizza in prima mattina la fitta boscaglia ricca di faggi, cerri e castagni secolari.

Superato l’abitato di Padula, si apre il poggio su cui si adagiano le abitazioni di Macchiatornella.

Nel profondo di questi boschi sembrano essersi consumate leggende drammatiche nel corso dei secoli.

Qui pare abbia trovato rifugiato il conte Odoardo della nobile famiglia dei Sticchi, il quale, in preda a sconvolgimenti interiori all’indomani della morte della donna amata, si ritirò nel profondo della selva in eremitaggio.

Fu trovato morto di stenti e di freddo nel cavo di una castagno secolare che aveva adibito a dimora.
Sul luogo sorse un eremo, oggi scomparso.

Storie fantastiche raccontano che il borgo, secoli fa, fosse quasi recintato da una impenetrabile macchia montana, con un castello medioevale posto nella parte più alta del paese a guardia della vallata del Tordino.

Si spiega anche con questa leggenda la posizione dell’abitato, tutto in salita, al di sopra delle splendide cascate Cantagalli, un tuffo d’acqua che per secoli è stato creduto magico.

Un poeta le definì “…l’agitate acque che per gran sassi ribollon cadendo in strazianti grida”.

Nel bosco pare sia vissuto anche un negromante, incantato dalla magia del luogo, i cui amici - raccontano le fole degli anziani abitanti – sembra fossero gatti selvatici, lupi e faine, con i quali il vecchio demoniaco riusciva a comunicare non si sa come.

E più l’eremita si bagnava alle sorgenti di pietra, più sembra divenisse immortale.

In questi luoghi è possibile trovare buone quantità di tartufo, alimento controverso nell’antichità.
Questo tubero dalle forme sgraziate e dal colore nero, secoli fa, veniva guardato con sospetto.

Si credeva fosse animato.

Pianta o escrescenza del demonio e delle streghe che lo avevano eletto a loro cibo, pensare oggi al tartufo come il re della tavola ricercata, strappa un sorriso.

L’ESCURSIONE
Dal centro abitato di Padula, (m.932), si arriva al vecchio mulino e, seguendo il Sentiero Italia per la tappa del Ceppo, si raggiunge il “ponte Flammagno”.
Qui chi ama la flora scoprirà diversi esemplari di tasso, una specie arborea protetta.
Una breve deviazione porta alle cascate Cantagalli, tre balzi con cui il Fosso della Cavata confluisce nel fiume Tordino.
Raggiunta la Radura delle Macere (m.1140), si attraversa il fosso su di un piccolo ponte in ferro.
Una comoda sterrata permette di scendere, con davanti agli occhi una bella vista sull’alta valle del Tordino.

Difficoltà: turistica
Quota massima: Macere (m.1140)
Sviluppo: m. 3500
Dislivello totale: m. 426
Tempo percorrenza: 1h 15’



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giovedì 25 aprile 2013

Un miracolo della Resistenza


Un avvenimento della resistenza teramana rievocato dallo storico Giovanni Di Giannatale, studioso della spiritualità del santo dei giovani.


Il 25 aprile è una data patrimonio di tutti, ancor più per l’Abruzzo teramano che ha vissuto con dolore, tra il 1941 e il ‘44, innumerevoli stragi di civili inermi.

La festa della Liberazione è un appuntamento di condivisione dei valori della democrazia al di là delle ideologie perché il fascismo e l’antifascismo - come dice lo scrittore Marcello Veneziani - sono morti insieme.

Grazie al professore Giovanni Di Giannatale conosciuto storico teramano e studioso della spiritualità passionista, rievochiamo un episodio che fa scoprire una Resistenza più nascosta e umile, non riconducibile a parti politiche ma animata dai valori della solidarietà.
Una storia in odore di miracolo per il santo tanto amato dai giovani!

Verso la fine del maggio 1940 – racconta Di Giannatale – prima che l’Italia dichiarasse guerra all’Inghilterra e alla Francia, si presentarono nel ritiro
dei Passionisti di Isola, l’Ispettore della Polizia generale di Teramo, Roberto Falcone, il Questore, Innocenzo Aloisi, e funzionari della Prefettura, per chiedere
spazi adatti ad ospitare internati politici ebrei e successivamente cinesi.

I deportati ebbero come cappellano Padre Antonio Tchang Chan - I, dei Minori conventuali, inviato dalla Santa Sede nel maggio del ‘41 per assistere spiritualmente dei prigionieri di guerra.
Grazie all’opera del religioso si convertirono al cattolicesimo tre ebrei e ottantadue cinesi, quaranta dei quali battezzati solennemente il 4/08/1941 nel Santuario di S. Gabriele.

Padre Antonio continuò il suo apostolato, sostenuto anche dai passionisti, che apprezzavano le sue iniziative religiose e umanitarie.
Il clima di serenità che regnava nel ritiro, pur sotto la sorveglianza dei Carabinieri, fu interrotto in occasione dell’armistizio dell’8 settembre dal generale Badoglio e dagli Alleati, armistizio che segnò il passaggio italiano agli anglo-americani, contro la Germania.

Molti prigionieri inglesi, fuggiti dai campi di concentramento della provincia, giunsero nella Valle Siciliana, a Tossicia, Colledara e Isola, chiedendo
aiuto ai Passionisti.
Per circa un mese, il religioso aiutò molti di loro senza che i tedeschi si accorgessero di nulla.
La delazione di qualcuno fornì informazioni ai militari che lo arrestarono nel novembre del 1943.

La sentenza di morte fu emessa il 3 giugno 1944.

Quando l’uomo fu davanti al plotone di esecuzione, nel cortile del campo di concentramento di Avezzano, alcuni aerei inglesi iniziarono a bombardare, costringendo i militari a scappare di fronte alle bombe che piovevano dal cielo. Padre Tchang, che, rassegnato, aveva raccomandato l’anima a Dio, approfittò della
confusione e fuggì.

Egli attribuì la salvezza ad una grazia di San Gabriele, che aveva pregato ardentemente davanti al plotone di esecuzione.
Lo raccontò egli stesso ai passionisti quando, nell’estate del 1944, tornò nel Santuario per ringraziare il santo che gli aveva salvato la vita e che – aggiungeva pieno di devota gratitudine – aveva operato per suscitare la conversione di ebrei e cinesi.

Dal volume San Gabriele dell’Addolorata. Studi e ricerche [ cap. XII, pr. 11°] in corso di stampa.



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mercoledì 10 aprile 2013

Giù per le antiche strade

Dal mare alla montagna attraverso una delle valli più interessanti del teramano solcata dal fiume Vomano. Arte sacra, storia, cultura millenaria e gastronomia!

Immaginate un tuffo nel passato, tra verdi rilievi, abbazie secolari e cemento intorno a violentare la storia.
Benvenuti lungo la vallata del fiume Vomano e le sue colline, alla scoperta di un itinerario sacro nell’arte del romanico abruzzese.

Un percorso di alto livello storico, religioso e culturale nell’entroterra teramano lungo le vie, dai valichi montani al mare, percorse da pastori, artigiani, soldati e monaci.

Luoghi dove si respira l’aria della fatica che generazioni di contadini hanno fatto per crescere i loro figli.

Posti dove si scoprono le atmosfere mistiche di religiosi che, nelle colline, hanno trovato un insediamento perfetto per l’”ora et labora” caro a San Benedetto.

Montepagano, guarda la costa dai suoi trecento e più metri di altezza.
L’antica “Mons Pagus” romana, poi feudo dei Duchi di Atri, accoglie i visitatori con un museo di arti e tradizioni e la torre campanaria sopravvissuta alla distruzione della vecchia chiesa di Sant’Antimo, crollata miseramente.

L’orologio del manufatto, di notte, lo puoi scambiare per luna piena appena sorgente.
Il borgo dura si e no cento passi, ma quanta bellezza!
Appena scoperta la chiesa dell’Annunciazione con le sue statue lignee del quattrocento e l’altare dorato e intagliato, già arriva il belvedere da dove si scorge l’Adriatico fino al pescarese.
A sorprendere è la valle, il vento che l’odore della legna nelle case fa più pungente, il verde che la primavera rende vivido e creativo e la multiforme ricchezza del paesaggio rurale sempre più minacciato dall’espansione urbana.

Qualche chilometro ed eccoci a Morrodoro, l’antica “Morrum”, ricco feudo agricolo dei potenti Acquaviva.

Qui c’è un museo dedicato alla civiltà contadina nell’antico palazzo De Gregoriis che custodisce antichi reperti di vita agreste.

Come in una commedia di Edoardo De Filippo, gli uomini e le donne del paese accolgono con la loro genuina socialità.

Il piacere degli occhi e quello della gola vanno a braccetto in questa che è una delle strade più importanti del vino in provincia di Teramo.

La parrocchiale di San Salvatore, opera del 1331 di Mastro Gentile da Ripatransone, è bella ma impallidisce al cospetto del grande manufatto a qualche chilometro verso la valle: la romanica Santa Maria di Propezzano, l’insediamento più antico e artistico, la cui fondazione risale al 715 d.C. a dar ragione alla scritta, in carattere gotico, sotto il portico.

È il primo dei cinque grandi monumenti sacri di questa incredibile “valle dei templi”.

Un mistero la leggenda dell’edificazione del tempio ad opera di pellegrini tedeschi che, di ritorno da una visita alla tomba di San Pietro, nel riposarsi, assistettero all’apparizione della Vergine desiderosa di avere una chiesa tutta per lei.

L’abbazia fu completata nel 1285 con la sua struttura architettonica essenziale, l’artistico rosone formato da tetti concentrici con fregi in terracotta e, sopra, lo stemma dei soliti Acquaviva.
A destra del porticato, è interessante la Porta Santa che si apre due volte l’anno, il 10 maggio e nella festa dell’Ascensione.

All’interno, sono belli gli affreschi del quattrocento che raffigurano i Papi Bonifacio IX, Alessandro II e Martino V mostranti bolle con i privilegi concessi alla piccola basilica.

A fianco, imperdibile anche se chiuso quasi sempre, il chiostro a pianta quadrata con gli affreschi del pittore polacco Sebastiano Majeski.


Poco lontano è consigliabile una visita al “Giardino delle erbe officinali” dove si coltivano oltre trecento tipi di essenze per medicina, uso alimentare e cosmesi.

Abbandonando di nuovo la valle e salendo verso la collina orientale, si scopre la bella Notaresco con i suoi antichi palazzi.
Un tempo era un emporio famoso con i suoi bachi da seta e il commercio di olio, vino, formaggi e filati.
L’antica “Nutarisco” era la fortezza medievale del re Lotario, punto di riferimento in seguito per le lotte d’indipendenza del Risorgimento fino all’Unità d’Italia.

Non lontano c’è Guardia Vomano e l’abbazia romanica di San Clemente, fatta costruire da Ermengarda nel IX secolo, con il fantastico ciborio dalle decorazioni floreali e animali di Roberto di Ruggero di cui parliamo in altra parte del magazine.

Le colline si ammantano di piccoli centri discreti, arroccati sui poggi con i loro acciottolati, gli archi a blocchetti di pietra, gli stemmi signorili.

Castellalto con la sua entrata antica, è quasi una finestra spalancata sull’infinito.
La vista spazia dalla valle del Tordino a quella del Vomano.
Pochi chilometri sotto, la frazione Castelbasso stupisce con il suo puzzle di vicoli stretti, labirintici spezzoni di tracciati medievali.

C’è da soffermarsi a scoprire la chiesa di San Pietro del 1338.

Il suo portale regala elementi decorativi singolari con scritte in vernacolo e due leoni rozzamente scolpiti.

Tornando nel fondo valle, in lontananza fa bella mostra di sé la torre, a base triangolare, del piccolo paese di Montegualtieri, frazione di Cermignano, esemplare rarissimo nella storia dell’architettura medievale.

È alta circa quaranta metri, alla sommità ci sono belle merlature e anticamente serviva per avvistare incursioni nemiche.

Il nostro viaggio potrebbe continuare nella valle Siciliana, scoprendo il romanico di Santa Maria di Ronzano, San Giovanni ad Insulam e, non distante dal paretone del Gran Sasso, San Valentino di Isola.

Ma questi gioielli d’arte, converrete, meritano ben altro tempo e spazio!



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martedì 9 aprile 2013

Canzano : Il piccolo paese dai grandi tesori ... culinari


Ricordo, anni fa, un bellissimo incontro con una donna dal volto solare e ipnotico.
Editta Serpente ancora oggi e da molti anni rappresenta a Canzano la storia del merletto di cui il paese si fregia di esserne capitale.

Quel giorno mentre avevamo terminato le riprese video per una trasmissione di Rete 8, la donna fondatrice di una fiorente scuola di esperte ricamatrici, mi disse piena di passione:
“Il ricamo non è solo patrimonio culturale del nostro paese, è amore e riscoperta di un’occupazione antica che ha sempre caratterizzato la donna, sin dai tempi della Bibbia”.
Roba da non credere.

Canzano, a dispetto delle sue dimensioni, offre di tutto: associazioni di anziani che organizzano scuole di cucina e quadriglie, donatori di sangue, una banda musicale dalle tradizioni antiche.

Ma è, da sempre, la gastronomia a farla da padrone con il suo “tacchino alla canzanese”, vero culto della tavola abruzzese.

La deliziosa pietanza in gelatina servita fredda, rappresenta la nostra cucina nel mondo.
Pensate che è stato un piatto del teramano sbarcato niente dimeno che sulla luna!

Infatti, si racconta, quasi come leggenda, che Neil Armstrong, il primo uomo a porre piede sul satellite della terra, lo individuò come cibo ideale per le imprese degli astronauti, perché nutritivo, saporito e con lunga conservazione.
In paese si eccelle anche nei dolci.

Proverbiali sono le ciambelle di San Biagio, il santo patrono del paese, protettore dai mali della gola. Sono incredibilmente buone.
E poi c’è lo “storione” che non è un pesce dei mari del nord ma un gustoso dessert di mandorla, cioccolato e crema, che non giova al colesterolo, ma che mette allegria a fine pasto.



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venerdì 5 aprile 2013

La chiesa di San Salvatore a Canzano, la Cappella Scrovegni d’Abruzzo


L’ampia vallata del Vomano- Mavone è costellata da una serie di edifici romanici di grande valore artistico. Basti pensare all’abbazia di Santa Maria di Propezzano del XIV secolo, San Clemente, Santa Maria di Ronzano, San Giovanni ad Insulam e, nel cuore della Valle Siciliana, San Valentino di Isola.

Forse l’esempio più suggestivo di questa magnifica stagione del Romanico abruzzese è la chiesa dei S.S. Salvatore e Nicola, appena fuori l’abitato di Canzano.

È un monumento che lascia il segno raccontando una storia di fede e arte, scritta nel fascino delle sue pietre e del suo territorio.


L’antica pieve stupenda nella sua semplicità e linearità si presenta solitaria e austera, dall’alto dei suoi secoli di storia.

Bellissima la descrizione che ne fa il noto critico d’arte teramano, Giovanni Corrieri: “La ricchezza della decorazione pittorica di San Salvatore può essere oggi considerata, nonostante la sua frammentarietà, la Cappella Scrovegni d’Abruzzo per la persistenza del linguaggio giottesco, annunciatore di un successivo Rinascimento, che però da noi giunse il modo assolutamente improprio”.

Infatti, l’imponente ciclo di affreschi custoditi all’interno, malgrado vistose mutilazioni dovute dal tempo e dall’incuria dell’uomo, rimane uno dei più estesi e completi esistenti in Abruzzo.
È il frutto prezioso della proficua collaborazione di più artisti di scuola farfense, ispirati dall’insigne Giotto.

Il linguaggio artistico di questo grande pittore penetrò nel ‘300 da Rimini, fino alle Marche e poi in Abruzzo.
Si rimane stupiti, entrando nell’enclave del XII secolo, nell’ammirare opere come “Il Giudizio di Salomone” e “S. Anna e la nascita della Madonna”.

Poche notizie certe sull’ignoto architetto che mirabilmente utilizzò le pietre marroni per innalzare la massa muraria e i pilastri di questo capolavoro.



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giovedì 4 aprile 2013

Canzano : Il borgo sospeso nel cielo

Un cucchiaio di buon cibo, un pizzico di paesaggio, una manciata di cultura.
Ecco tre ingredienti per catturare l’attenzione del turista su Canzano.
Il borgo, tra vedute pittoresche e scorci da cartolina, nasconde tesori da non perdere.


L’indimenticabile Tiziano Terzani, vestito di bianco candido, descriverebbe così, nella sua maniera forbita, questo posto meraviglioso:
“Il Divino Artista è inesauribile con le sue sorprese. Gli spazi sono magici e, nei paesaggi del cielo, le montagne e le colline rivaleggiano con l’atmosfera …”.

Risalendo la valle del Vomano, attraverso la zona rurale di San Martino, il borgo di Canzano appare agli occhi, con il suo tipico aspetto che lo fa sembrare un gigantesco essere vivente, arroccato su di un colle olivato.
Nell’epoca dei social network, del cemento che ingombra i panorami, tra centri commerciali e città assediate da ruspe, è bello trovare ancora luoghi dell’anima.

Parliamo di uno di quei villaggi collinari in Italia pieni di storia e di storie, per chi cerca il bello, l’autentico per ospitalità, gastronomia e arte minore.
 Un luogo sospeso nel cielo tra scorci da cartolina.
Storia sontuosa quella di Canzano.

Alcuni reperti archeologici confermano un insediamento romano.
Il massimo splendore è nel medioevo quando fu costruito un castello.
Allora il luogo si chiamava “Canzanella”, cittadella della Buona vista.
Seguirono anni di dominio degli Acquaviva, Duchi di Atri, le vicende del Regno delle Due Sicilie e l’unificazione d’Italia.

Qui non si è mai rinunciato ai ritmi lenti.
Il piccolo centro defilato in alto, guarda il mare volgendo le spalle alle vette dell’Appennino.
Si respira l’aria dell’”arriere-pays”, come chiamano i francesi, i piccoli paesi dell’entroterra, immuni dall’ostentazione del lusso e dagli schiamazzi della costa.

Dal balcone di una signora che si è prestata a ospitarmi per il tempo di scattare foto di un’incomparabile veduta, il Gran Sasso ancora innevato, luccica come fosse di metallo.

Il borgo è minimo, ma è un’acropoli di antiche dimore e archi, torri, porte e scale dentro un anello di mura, che si sciolgono in rivoli di strade e abitazioni.

Il paese inizia dalla “porta Nuova”, attraversa via Roma e, in piazza, si dirama in un intarsio urbano di vicoli stretti a spina di pesce, come la “strada piazzetta” larga appena 65 centimetri.

Un’antica cinta muraria segna il suo profilo con un torrione merlato del secolo XI.

“Noi viviamo di economia agricola - mi dice Antonio Parnanzone, per anni componente della dinamica Pro Loco - ecco perché con Benito Marsilii e Angeloandrea De Martiniis abbiamo il sogno di allestire un museo di cultura contadina con un’associazione che potrebbe nascere grazie alla collaborazione dell’azienda agricola Cerulli Irelli Spinozzi”.

E’ uno scampolo di meraviglia visitato anche dalla Madonna.

Un’antica tradizione racconta del miracoloso apparire della Vergine che, dall’alto di un albero, comunicò a un contadino il desiderio di una chiesa eretta in suo onore.

Oggi questo luogo sacro sorge su uno dei tre colli dell’abitato: Il Castellano, con la chiesa gotico- barocco della Madonna dell’Alno, il Civetta, con un ameno boschetto e San Salvatore con la solitaria pieve omonima.

Da non perdere la chiesa di San Biagio con il suo campanile in cotto e le “neviere”, freschi sotterranei dove, in un’epoca senza frigoriferi, le donne conservavano le provviste familiari.



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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mercoledì 3 aprile 2013

La chiesa di San Clemente a Vomano e il tesoro di Ermengarda a Guardia Vomano

Un viaggio senza tempo nella preziosa eleganza benedettina di San Clemente, perla del romanico abruzzese e capolavoro dell’architettura medievale.


Il mostro, istoriato nella pietra bianca del capitello, ha il viso beffardo e la lunga barba.
Intorno si annidano demoni, uccelli, serpenti e fiori d’ibisco.
S’intrecciano voluttuosamente, creando un immaginario fantastico che risalta ancor più nella preziosa eleganza dell’interno e nel rigore della semplicità benedettina dell’esterno.

L’antico cenobio di San Clemente sovrasta il piccolo abitato di Guardia Vomano che custodisce nel suo toponimo il ricordo di una sofferta dominazione longobarda.
L’austera facciata in pietra si raggiunge lasciando la costa adriatica di Roseto degli Abruzzi, inoltrandosi lungo la statale 150, superando il casello dell’autostrada A14.

La chiesa è una splendida derivazione della più famosa abbazia casauriense, dalla quale ha ereditato, oltre al nome del santo, anche un meditato confronto con l’arte classica dei suoi capolavori.
Il tempio non ha guglie prominenti, né rosoni fantastici, non mostra immense finestre dai vetri istoriati, ma l’intrigante gradinata in ciottoli di fiume è l’anticamera di un vero scrigno d’arte.

Adagiato a fianco di un antico cimitero, tra il verde dei campi di una collina che permette di raggiungere con lo sguardo sia il mare sia la montagna, il minuscolo gioiello dell’arte romanica abruzzese domina la vallata.


Le origini di questo monumento sono avvolte nel mistero.
La tradizione vuole che la famiglia reale di Ludovico II re d’Italia dall’844, associato all’Impero con il fratello Lotario e in guerra perenne con i Saraceni, fosse uscita miracolosamente illesa da una congiura ordita dal duca di Benevento, Adelchi.

L’imperatore, dopo lo scampato pericolo, era impegnato nella costruzione dell’abbazia di Casauria e la famiglia imperiale proseguì il suo viaggio verso Nord.

L’imperatrice con il suo seguito si fermò presso il Castrum Wardae, (Castello di Guardia) e fu qui che la madre dell’imperatore, donna Ermengarda, decise di fondare sull’esempio del figlio, un secondo monastero intitolato a San Clemente.

Il complesso divenne la più importante dipendenza casauriense.

L’abbazia nasceva proprio quando il monachesimo benedettino si avviava al suo massimo splendore configurandosi lungo le direttrici delle antiche strade romane, come importante propaggine dei grandi monasteri quali Montecassino, Santa Maria di Farfa, San Vincenzo al Volturno.

Il portale all’esterno si presenta con una pietra scolpita con lussuosi tralci vegetali.

All’interno, in tre navate e con il presbiterio rialzato, l’immagine che ci si aspetta cupa, sepolcrale, in penombra è, al contrario, festa d’immagini.

Dai capitelli che rimandano alle importanti testimonianze di San Liberatore a Majella e Santa Maria di Bominaco dell’Aquila, spuntano volti demoniaci tra grovigli inestricabili dai quali s’intuiscono teste di arieti e capri, oltre a un uomo che curiosamente si morde il piede.

Sul presbiterio sopraelevato, spicca il ciborio a base quadrata con una copertura sostenuta da quattro colonnine.

È un vero capolavoro attribuito alla bottega artistica di Ruggero e dei figli Roberto e Nicodemo, un’opera notevole caratterizzata da un’estrosa decorazione con intrecci di nastri, figure antropomorfe, forme vegetali e grifoni alati.

Da alcuni anni sono tornati alla luce, pietre della prima fondazione e una serie di ambienti utilizzati come sepolture.

I ritrovamenti sono visibili con un piano calpestabile in vetro.

San Clemente al Vomano merita una visita.
È un presidio di fede, testimonianza del primato di Dio.



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