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lunedì 27 maggio 2013

La grotta abitata dal vento

Basta percorrere pochi tornanti sopra i bei paesini intorno a Comunanza in provincia di Ascoli Piceno, per aprire la vista a un panorama meraviglioso.

Ho lasciato il lago di Gerosa, dove canoisti davano fondo alle loro energie di buona ora.
La jeep del mio amico ascolano, over ’60 che chiamo Amedeo Nazzari per via del suo baffo nero sui capelli brizzolati, arranca sulla carrareccia sbrecciata che porta al rifugio del monte Sibilla.

La strada ha sfregiato vergognosamente la montagna in un saliscendi da vertigine, ma ha dato la possibilità di arrivare in alto anche a chi non può permettersi una buona deambulazione.

Il panorama è inenarrabile.
Qualche nube grassa è in movimento in lontananza, ma si scopre tutto: l’intera catena dei Sibillini, le foreste della Laga, i massicci del Gran Sasso, le cime della dea Majella, i reatini e tre quarti di provincia ascolana con il mare Adriatico.
Ho deciso di tornare a visitare la grotta della maga, anche chiamata “antro delle fate”, posta a 2150 metri di altezza.
Mi assoggetto di buon grado alle due ore di camminata.

Chi conosce il posto sa che stiamo parlando di un buco, per giunta quasi ricoperto da pietre muschiate e rocce sfaldate.
Per me è una sorta di “casa degli spiriti” come la chiamerebbe il giornalista Paolo Rumiz.
 Anch’io, come tutti, sono rapito dal mito che ha sempre affascinato l’uomo fin dall’epoca classica.

Credo che abbiamo bisogno di fantasticare, di sognare, di immergerci nel mistero.

Hanno tentato negli anni, di allargare il passaggio della spelonca, utilizzando esplosivi con il risultato di rendere ancora più difficoltoso, anche per speleologi esperti, l’ingresso nella sala interna di circa quattro metri di altezza dove la leggenda dice si trovino ragazze di bellezza inaudita.

Qui c’era la dimora della Sibilla appenninica, punto d’accesso al fantastico regno ipogeo della regina condannata in eterno a vivere nelle profondità della terra per essersi ribellata a Dio.

In realtà lei era la fata buona mentre Alcina era la maledetta.

Sibilla, pensate, inviava anche le sue ancelle ad aiutare le giovani delle popolazioni sotto la montagna, nell’apprendere l’arte del filare e del tessere.

Per un terribile sbaglio la maga profetessa fu scambiata per quella cattiva e dovette pagare il fio di colpe non commesse.

L’incredibile figura ha ispirato il disegnatore delle celebri fatine Winx.
Di queste storie misteriose s’imbeve tutto il complesso.

Dall’anticima, infatti, si scopre il lembo finale del minuscolo lago di Pilato, incassato tra il Vettore e le sue Cima Redentore e Pizzo del Diavolo, luogo infernale dove Ponzio Pilato, dopo aver crocefisso Gesù, si sarebbe inabissato con la biga trascinata da bufali imbizzarriti, cadendo nelle grinfie di demoni assatanati.

Luogo di maghi e negromanti, il piccolo specchio lacustre diventerebbe rosso in inverno, scientificamente per la presenza di un microrganismo unico al mondo che assume questa colorazione, per la tradizione in ricordo del sangue versato dal personaggio biblico.

La notizia è che l’Ente Parco, con i comuni ascolani, sta mettendo a punto un progetto di valorizzazione della zona e delle sue enormi emergenze culturali, antropologiche, geologiche, ambientali e di tradizioni.

Qui non ci crede nessuno, tantomeno il mio accompagnatore che mi dice: “Scommettiamo che fra due anni il buco sarà ancora così?”.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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giovedì 21 marzo 2013

Colle San Marco di Ascoli Piceno: luogo di arcani!

Rosina ha conosciuto la guerra mondiale e l’atomica, ha visto morire il comunismo e abbattere il Muro. Ricorda Mussolini, Picasso, Gandhi, Sinatra e ha ascoltato pure Armstrong suonare la tromba a Sanremo.
Non aveva mai visto però l’orrore dei fatti di cronaca nera che inducono tanti a salire al Colle San Marco di Ascoli Piceno.

Un turismo bieco che s’inebria del fascino di calcare la terra su cui un marito che dicono assassino ha piantato coltellate al petto di una moglie bellissima.
Eppure questo luogo, lo sa bene Rosina che ci è nata quasi cento anni fa, è carico di ben’altro fascino, ricco com’è di bellezze naturali e culturali.

Un amico comune mi ha fatto conoscere quest’adorabile vecchietta che abita non lontano da una chiesina dopo il piccolo cimitero di Piagge.
Ha le gambe malferme, l’incedere è ondivago, ma gli occhi sono fiammeggianti e ricorda perfettamente tutto.

È un antico convento quello di San Marco fondato dai monaci cistercensi agli inizi del 1200.
L’edificio è quanto di più suggestivo si possa cercare.
Si sviluppa su due livelli e nell’ambiente inferiore che è una grotta scavata nella roccia, si trovano resti di altari e tombe rupestri. Salendo al piano superiore, si gode di un’Ascoli più bella che mai, posta ai piedi del visitatore con sopra le cime frastagliate del piccolo monte dell’Ascensione.

Si è come affacciati su di una scoscesa forra che precipita verso la città del Picchio.
Dopo un’esclamazione di meraviglia, si può immaginare quello che potevano regalare alla vista i miseri resti di affreschi che s’intuiscono bellissimi.

Secondo la vecchina, quando il sole corre a celarsi tra le montagne della Laga tappezzate di un verde opaco, da queste parti iniziano cose inenarrabili.

Ci sono i fantasmi, mi dice, fanno rumori infernali fino al “Dito del Diavolo”.
Mentre il pensiero irriverente corre agli spiritelli maligni che in questi giorni si divertirebbero non lontano da qui, nella fortezza di Civitella del Tronto e per i quali hanno scomodato anche un “ghostbuster” un acchiappa fantasmi, la vecchia rincara la dose.

Vacci pure, mi dice sgranando gli occhi, di giorno non c’è pericolo, “loro” escono al crepuscolo.

Seguo il sentiero nel bosco e arrivo al dito diabolico che altro non è che un enorme obelisco di roccia, dove giacciono i resti di un altro convento, dedicato a San Lorenzo e fondato pare nel 750 dai monaci cenobiti.

C’è anche un buco gigante nella roccia dove pare dimorasse una sorta di San Giovanni Battista, un eremita oggi beato, tal Corrado anacoreta ascolano che visse di preghiere e penitenze e che scendeva in città lanciando invettive contro chi viveva fuori dalla legge di Dio.

Proveniva da anni di preghiera nel vicino convento diroccato di San Giorgio in Salmasio ai Graniti, in posizione isolata e poggiato su di un travertino rosa.

Da questo viene il nome della frazione che si chiama Rosara a pochi passi da Castel Trosino.
Cenobi appesi a pareti di travertino, luoghi di arcani, un paradiso di quiete da visitare con attenzione.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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domenica 22 gennaio 2012

Arquata del Tronto (AP), un paese tra due parchi




Giuseppe Garibaldi, di cui proprio in questi giorni la Rai ha celebrato la figura insieme all’amata Anita con una fiction, passò per Arquata del Tronto nel 1849.

Rimase così entusiasta dell’accoglienza riservatagli dalle popolazioni di montagna che, nelle sue memorie, volle dedicare un’intera pagina a questo stupendo luogo dell’ascolano.

L’eroe dei Due Mondi transitò faticosamente per le scoscese cime della Sibilla e del Vettore, per osservare la strategica valle del Tronto, frontiera napoletana e raggiungere Roma.

Basterebbe questo per decretare la valenza storica di un luogo dell’anima immerso tra i due parchi nazionali, Gran Sasso - Monti della Laga e Sibillini.

Eppure in questo borgo appenninico, antica stazione romana sulla Consolare Salaria, c’è tant’altro da scoprire.

La presenza dei Longobardi che da queste parti hanno lasciato tracce indelebili e necropoli ovunque; il passaggio di Carlo Magno che, nell’800 vi transitò per raggiungere la capitale ed essere incoronato; la regina Giovanna D’Angiò, napoletana, innamorata della stupenda rocca che sovrasta l’abitato.

La sovrana sarebbe rimasta fino alla sua morte, alimentando la leggenda che ancora oggi il suo fantasma si aggiri nel maniero in ogni notte priva di luna.

Il castello, antica roccaforte strategica dalle torri merlate, costituisce il simbolo della cittadina, una delle tante peculiarità del luogo e domina con la sua imponenza tutta la valle.

Racconti di mercanti passati lungo queste vie per approvvigionarsi del sale prodotto nelle saline truentine, storie tenebrose al limite della realtà, ai tempi della Santa Inquisizione quando furono processati e condannati a morte più di un religioso e giù fino alle memorie dei carbonai e dei pastori che hanno popolato i sentieri e le foreste dintorno.

E a proposito di santità pochi sanno che, a qualche chilometro, è conservata incredibilmente una copia della Sindone, fedele riproduzione del sacro lino con l’identica immagine dell’uomo flagellato e crocefisso ingiustamente.

È un territorio tutt’intorno spettacolare, che dai 600 metri trascina il visitatore sbalordito fino ai 2400 sopra il livello del mare.

Un luogo memore di antichi splendori, così bello da colpire la fantasia di registi e scrittori, non ultimo il grande Pietro Germi che volle ambientare qui le riprese del suo capolavoro “Serafino” con Celentano protagonista.

Visitare Arquata del Tronto, le sue pietre impastate di vita, i suoi boschi secolari, è come sfogliare un volume di storia e di geografia: un condensato di passato e natura che affascina e fa innamorare.

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Il video, della durata di 3m 27s è stato realizzato il 22 marzo 2006 da Vincenzo Cicconi (www.PacotVideo.it).

L'articolo è stato redatto da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

L'articolo è stato pubblicato su 2 blog
(blog della Città di Teramo - blog di Pensieri Teramani)
in 2 pagine Facebook
(Il blog della città di Teramo e della sua Provincia - Il mio Ararat)
e nella pagina di Google Plus
(La Città di Teramo e la sua Provincia.)
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domenica 5 giugno 2011

La Salaria dei carbonai

L’antica consolare Salaria che unisce Roma con le coste del piceno, è un autentico “museo diffuso”, tra i confini del parco nazionale Gran Sasso Monti della Laga e quello dei Sibillini.

Parliamo di un itinerario da vivere tra castelli, rocche, conventi, borghi antichi e paesaggi di roccia, l’antica “via dei pellegrini” che portava i fedeli al santuario mariano di Loreto, snodo sacro tra il convento della Madonna del Lambro di Montefortino e la via dei farfensi.

Il paese da visitare assolutamente è Arquata del Tronto.
Qui il folclore è legato ai Sibillini, magici monti dove, da sempre, la fantasia popolare ha individuato inquietanti presenze, quali la Sibilla e la Fata Alcina.

Alle più antiche leggende si sommano recenti memorie storiche; per questo, nel mese di agosto, è celebrata la presenza della Regina Giovanna nella Rocca di Arquata e la discesa delle Fate a Pretare.

A pochi tornanti, c’è il piccolo villaggio di Quintodecimo, un tempo importantissimo comune che raggruppava fino alla metà dell’Ottocento, sette frazioni di montagna, inerpicate su creste rocciose e castagneti rigogliosi. Al di fuori del piccolo centro sono evidenti i resti di uno dei ponti più antichi dell’Abruzzo e delle Marche.

Il manufatto, che aveva resistito alle intemperie del tempo e l’incuria dell’uomo, fu divelto da una delle proverbiali piene del fiume Tronto.

Salendo sopra il paese, nel sottobosco, è facile trovare piazzole, un tempo utilizzate, soprattutto nel periodo fra le due guerre, per costruire carbonaie.

I più vecchi ricordano che, nella tarda primavera, dal bosco salivano fili di fumo provenienti dal foro superiore delle caratteristiche strutture a cono che erano innalzate da questa gente rude che si assoggettava a una vita durissima di stenti.

I boschi hanno contribuito, prima dell’avvento del petrolio e del gas, a rendere facile la combustione per far muovere locomotive e riscaldare le case.
La produzione del carbone era favorita anche della povertà di risorse che il territorio offriva.

Il mestiere del carbonaio è scomparso e non rappresenta un’attività lucrativa ma rimane una risorsa culturale che affonda le radici nel cuore delle popolazioni locali.

I carbonai partivano nei mesi di settembre e ottobre con maglie e calzettoni di lana dentro un sacco di iuta, qualche manico di legna per l’accetta, la roncola, la lima e un pezzo di lardo che con polenta e pane, costituiva il pasto dell’artigiano.

Erano uomini che avevano imparato a capire gli umori e le collere dei venti, che si fermavano solo per mangiare quel pezzo di pane povero seccato in madie di legno e che trascorrevano le notti in piccole capanne di frasca e terra, capostipiti delle famose “pinciare”.


Uomini che molto somigliano a quelli delle Alpi, perché i loro volti sono uguali in qualsiasi sperduto angolo di montagna si trovino.

L’uomo e la natura hanno convissuto per secoli in simbiosi perenne e il carbonaio è stato parte integrante del bosco durante la composizione del carbone, confondendosi nell’insieme con il suo viso nero di fuliggine e terra in un incredibile contrasto tra le tinte monocrome di questi sguardi fieri e i colori della natura.

La tristezza in fondo agli occhi per una vita di stenti, che si contrappone alla felicità del canto armonioso degli uccelli nel bosco.

Sembra tutto una favola.

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Articolo redatto da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di due libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat".