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sabato 5 luglio 2014

Guardiagrele: La città di pietra!

Quando l’amico Raffaele Tini organizza una scorribanda mangereccia, vale sempre la pena seguirlo perché alla buona cucina si abbina anche una lezione di cultura.

Ecco che una bella serata ci porta a fare un po’ di chilometri alla ricerca della “città di pietra che risplendea al seren di maggio”.

È questa l’eterea e immortale definizione del bellissimo borgo di Guardiagrele, nella Majella tra il pescarese e il chietino.

Siamo in un angolo d’Abruzzo bello e discreto, ai margini di un mondo di gole e forre, valli silenti sormontate da immani pareti, guglie e creste scolpite da sole, vento e neve.
Un patrimonio di severa bellezza in ogni stagione dell’anno, che ben si integra con le più profonde tradizioni artigiane di orafi, ricamatori e fabbri.

Nel borgo vivono poco più di mille abitanti. Fuori dal paese, un paesaggio aspro, dove però non mancano pascoli e dolci colline, fino all’Adriatico in circa quaranta chilometri di tornanti.

Più su, fitti boschi incantati, antiche selve dove l’Appennino è più vero.
Chiome d’alberi che hanno ispirato artisti e poeti, che hanno dato rifugio a santi e monaci, chierici e briganti.
Oggi rappresentano l’ultimo vero Eden, il nascondiglio per cinghiali, lupi, aquile e camosci.

Bisogna dire subito che da questa parti si mangia da Dio ovunque, pasteggiando con ottimo vino.

Basti pensare che tra le tante, ottime aziende agricole si annoveri la mitica cantina Masciarelli, marchio famoso nel mondo per il vino abruzzese.
Questa è terra di pastori e gli uomini ai piedi della montagna madre hanno dedicato e dedicano ancora la loro vita ad accudire pecore e a produrre formaggi di bontà infinita.

Sempre qui, non molto lontano, grazie a tecniche tradizionali e acqua pura che arriva dai valloni di montagna, si producono le paste delle migliori aziende del settore come la De Cecco, la Del Verde.
Come dimenticare, poi, che la “Guardia”, come definiscono il paese, i suoi abitanti, è tra i “borghi più belli d’Italia”, speciale classifica nazionale sulle eccellenze paesaggistiche e storiche?

Basterebbe declamare i versi del poeta Modesto Della Porta per scoprire tutta la bellezza naturalistica e i tanti artisti di una città che il D’Annunzio amava profondamente.

Si narra, a tal proposito, che il Vate arrivò la prima volta a Guardiagrele, in giovane età per accompagnare la madre che cercava i famosi utensili in rame forgiati a meraviglia dai maestri artigiani locali, nel borgo antico.

Scoprì allora il grande poeta questa incredibile fucina di arte tra splendide lavorazioni di metalli e sontuosa arte orafa, tramandata dal grande Nicola da Guardiagrele le cui opere sono sparse ovunque a cominciare dalla croce astile che fa bella mostra di sé a San Giovanni in Laterano a Roma e, per finire, al magico “Paliotto”, custodito nel Duomo di Teramo.

Oggi i suoi emuli, nelle loro fucine, battono con perizia il martello sulle loro incudini, forgiando ancora opere d’arte.

Ancora oggi tra feste popolari di rara bellezza e di tradizioni custodite gelosamente, da cinquanta e passa anni si svolge una tra le più belle Mostre dell’Artigianato Artistico Abruzzese, manifestazione famosa in tutta Italia.

Davanti la porta di San Giovanni sembra di essere immersi in un suk marocchino.
Tutto intorno botteghe, turisti infreddoliti dai portafogli imbottiti, artigiani dai larghi sorrisi.

Alle mie spalle, un rimescolio di creste dirupate e biancastre, di fianchi, ora tinti del pallido verde dei prati, ora spruzzati del candido vello bianco di una neve soffice, ora immersi nel colore smeraldo cupo delle boscaglie di faggi.

La guida rossa del Touring recita: “…a Guardiagrele si lavora di fino, si cesella, si ricama!”.
Tra una “presentosa” in filigrana, una sedia in paglia, un merletto in frange e nodi, un baule della nonna, un”barrique” in legno, un vaso di coccio e un pentolone in rame, sembra di essere tornati indietro nel tempo.

Attraverso le strette vie giungiamo in piazza.
All’angolo della chiesa di Santa Maria Maggiore si conservano gli stemmi delle famiglie nobili che si sono avvicendate nella vita politica e sociale del paese.

La basilica dell’XI secolo è meravigliosa, non a caso fa parte di un elenco di monumenti europei da salvaguardare così come notevole è il complesso monumentale di San Francesco d’Assisi.

Ci affacciamo all’altro balcone, quello meridionale rivolto verso il mare di Pescara.

Che meraviglia!
Due vedute speculari fra loro, ad abbracciare mare, colline e monti.
È ora di mangiare e a ben vedere anche in cucina Guardiagrele non ha nulla da invidiare.
Nel menù abbiamo gustato una delicatissima pasta con broccoli, agnellino di montagna in umido con patate al forno.
Infine, ecco il dolce tipico: Le Sise delle monache, due strati di soffice pan di spagna con crema pasticcera che ti rende buona la vita.
Il dolce fu creato da un grande pasticcere locale, tal Giuseppe Palmerio nel 1884.

I clienti, seduti al tavolo del caffè pasticceria, che assaggiarono per primi la creazione dello chef, rimasero estasiati dal sapore e, per la forma delle paste, imposero il nome un po’ dissacrante in onore dei seni delle suore nel vicino convento di clausura.

La passeggiata a Guardiagrele è giunta alla fine.

E mentre la mia gentile signora mi svuota la carta di credito nelle botteghe artigiane, torno verso le mura settentrionali, a rimirare l’impagabile veduta della
dea Maiella.


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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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Come raggiungere il borgo:
Da Nord:
Dall'autostrada Adriatica A14 in direzione Ancona, uscire a Pescara Ovest/Chieti e immettersi sull’Asse Attrezzato in direzione di Chieti, prendere la SS 81 in direzione di Guardiagrele.
Da Sud
Dall'autostrada Adriatica A14 in direzione Pescara, uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, continuare sulla SS 81 in direzione Guardiagrele.

giovedì 26 giugno 2014

Casoli di Chieti: dove convive natura, arte e storia

La bellezza dell’Abruzzo a volte ti trafigge come un dardo di Cupido, anche solo attraversando un borgo, sorprendendoti dei panorami, delle case abbrunite dal tempo, di un’agricoltura antica che coniuga sapientemente produttività e piacere degli occhi.


Insomma, è lo sbalordimento di chi ama la sua terra e la vede come un incastro perfetto e quasi magico di pianure, colline e montagne.

Accade anche a Casoli di Chieti, antico villaggio fortificato nella valle del fiume Aventino e raccolto con le sue vetuste abitazioni attaccate al castello su di un colle affacciato sulla dorsale della Majella più aspra.
Arroccato sul bastione verde, pare un’astronave a fil di nubi.

Sotto vette prodigiose si estende anche una piccola pianura coltivata a girasoli e ulivi belli da mozzare il fiato.
I colori della terra, soprattutto in autunno, hanno i magici toni del marrone, ocra accesa e varie sfumature di verde.

Il paese si raggiunge affrontando un saliscendi di colline amene che dalla costa e i suoi abitati nuovi di cemento, portano fin sotto i picchi rocciosi.

Allontanandoci da grigliate, assembramenti e motori in strada, la vita pare più bella.
Casoli ha una storia più che millenaria.
È un concentrato di tracce che partono dalla preistoria, poi etrusche, romane, medievali e rinascimentali.

Da tempi antichissimi questo luogo ha, infatti, accolto importanti insediamenti abitativi e anche al turista frettoloso, quello del classico mordi e fuggi, offre forti emozioni.

Al visitatore non sfugge neanche la bonomia degli abitanti e la comoda lentezza di un piccolo paese in cui puoi guardarti intorno senza urgenze, cliccare istantanee, scambiare due parole con gli abitanti e fare un rapido viaggio nel tempo.

Tribù sannitiche hanno lasciato importanti resti del municipio creato dopo la guerra sociale avvenuta nella seconda metà del I secolo dopo Cristo, fra cui anche vestigia di secolari strutture termali che raccontano di un luogo ameno dove i Romani venivano a “passare le acque”.

Il tortuoso percorso che porta al castello ducale dove fu ospitato il vate Gabriele D’Annunzio, permette, inerpicandosi sulla collina, di scoprire vecchie viuzze dove il tempo pare essersi fermato.
Sono piccoli angoli segreti, autentiche gocce di medioevo.
Molti lungo il percorso sono gli edifici settecenteschi come i palazzi Tilli o De Vincentiis o ancora il De Cinque.

Se potessimo entrare, sicuramente scopriremmo stemmi gentilizi, stanze affrescate, raffinate scalinate.

La parrocchiale di Santa Maria Maggiore è aperta.
Qualcuno sta provvedendo alla pulizia.
M’intrufolo alla chetichella con passo felpato da cheyenne e scopro un bell’interno, impreziosito dal coro e da una bella tela cinquecentesca della Madonna del Rosario.

All’uscita incombe sulla mia testa l’imponente torre maggiore pentagonale del castello.
Affacciandosi dai muri perimetrali della fortificazione si ha la vista dell’Aventino e della valle del Sangro con sopra le montagne a circolo.

Non lontano c’è l’incantevole lago di S. Angelo, contornato da boschi di leccio tra straordinari scorci sulla Majella.
È un posto ideale per il birdwatching con un’antica torretta di avvistamento a difesa della valle.

Il castello ha l’ingresso a pagamento ma entrarci è importante, anche se alla fine sono un pochino deluso.
Ti aspetti comunque una sorta di Caronte all’ingresso e invece trovi una bella ragazza che, stendendoti il biglietto, regala suggerimenti di visita.
Le stanze del maniero parlano di D’Annunzio.

C’è anche in un angolo recondito una scrivania, dove pare che il Vate scrivesse rime.
Oggi c’è un piccolo gufo di legno dimenticato da qualcuno, forse antico talismano in grado di far emergere la vena artistica di chi lo tocca.

Il grande poeta fu ospitato più volte a fine ‘800, quando all’interno della rocca si costituì un importante cenacolo d’arte con incontri di elite tra pittori come Francesco Paolo Michetti di Francavilla, il musicista Francesco Paolo Tosti di Ortona, oltre a scultori e romanzieri.

E' utile ricordare che in ottobre viene celebrata ogni anno la grande festa dedicata a Santa Reparata, la patrona.

Nella chiesa a lei dedicata, dove si trova un bell'altare cinquecentesco e un tabernacolo a trittico su tavola di grande valore, si svolgono funzioni religiose e da lì parte la processione famosa delle "Conocchie", antica tradizione in cui i giovani sfilano in costumi tipici con in testa grandi conche piene di prodotti della terra.

Ora è tempo di muoversi.
C’è da visitare la Riserva Naturale del Lago di Serranella per osservare una delle zone umide più importanti d’Abruzzo.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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Arrivare a Casoli e al lago da Nord e da Sud:

Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara),
uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652 e seguire le indicazioni per Casoli.

Dalla città di Chieti: Prendere la SS 81 e seguire le indicazioni per Casoli.

sabato 26 ottobre 2013

Le storie fantastiche di Lama dei Peligni

Lama dei Peligni è un paese nella valle dell’Aventino, alle pendici del monte Amaro, abitato sin dalla preistoria.
Le prime notizie del borgo medievale si hanno nel secolo XII.

Immerso in un contesto naturale di rara bellezza, nell’Oasi Majella Orientale, si trova a pochi passi dalle famose grotte del Cavallone, luogo immortalato dal Vate D’Annunzio che vi ambientò la tragedia della Figlia di Jorio.

Da non perdere in centro, la parrocchiale cinquecentesca di San Nicola con il suo bel loggiato.
È una parte d’Abruzzo, dove leggende e tradizioni si tramandano nei secoli.

Secondo un’antica credenza, tramandata oralmente dai vecchi abitanti del paese, le gigantesche rocce che si ergono tortuose e dolenti dal terreno, nel cuneo che porta al grande anfratto della grotta, erano mostri pietrificati.
Questi animali popolavano il pianeta prima della comparsa degli uomini.

Una di quelle pietre mastodontiche prese la forma di un enorme cavallo, simbolo di libertà e di una natura che non cede alla dominazione degli esseri viventi.
Da qui il nome dato al complesso ipogeo del “Cavallone”.

Sono soprattutto sacre le storie incredibili che ruotano intorno a questo paese dal sapore leggendario.

Una di queste narra di una statua, neanche molto pregiata, dedicata alla Madonna della Misericordia, un’opera in stucco dipinto del secolo XVIII, attribuibile a una bottega di maestri lombardi che da queste parti e ancor più nella vicina Taranta Peligna, hanno lasciato più di un lavoro artistico.

L’esemplare che oggi si conserva nell’abside della chiesa dei Minori Osservanti di Lama non sarebbe neanche originale ma una brutta copia di una statua lignea andata distrutta nel corso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.
La particolarità è che questa statua sarebbe miracolosa.

Anzitutto si rifiuterebbe di uscire dalla sua nicchia e poi da quel posto, dove si trova, sarebbe in grado di proteggere il paese.
Si narra che molti anni fa, nei giorni di festa a Lei dedicata, la Madonna fu portata dai Lamesi in processione.

Dopo pochi minuti si scatenò una tempesta d’inaudita potenza che scrosciò acqua in quantità paurosa dai valloni della Majella.
L’abitato era in serio pericolo.
La processione tornò indietro e quando la statua fu riposta nella nicchia, di colpo la tempesta scomparve.

Questa tradizione non è soltanto orale ma è riportata anche in un vecchio e interessante libro di Francesco Verlengia sulle tradizioni abruzzesi, edito nel 1958.

La singolare circostanza è che esisterebbe sempre a Lama, un’altra Madonna che invece ama circolare in lungo e largo nei paesini del comprensorio.
Parlo della Madonna dei Corpi Santi, raffigurata con mano un fiore e nell’altro braccio, ricurvo, il Bambino.

La statua veste di rosso con ricami in oro ed è coperta da un manto azzurro trapunto di stelle argentee.

La festa della Madonna si svolge nell’ultima domenica di agosto e accorrono fedeli da ogni parte della valle dell’Aventino.



La leggenda racconta che questa figura di Vergine era originariamente custodita nella chiesa di Montemoresco presso Torricella Peligna.
Da qui la statua era scappata e fu ritrovata, settimane dopo, in una piccola cappella nei soprastanti monti Pizii.
La statua camminò ancora per ricoverarsi nella chiesa madre di Gessopalena.

I gessani fecero grandi feste alla Madonna miracolosa, gioiosi che aveva scelto il loro paese come sua casa.
Si decretò una fiera da celebrarsi ogni anno in onore della Vergine.
La Madonna, inquieta però, tornò a camminare due anni dopo.
Fu ritrovata in un campo da un contadino di Lama dei Peligni.
In mezzo ai rovi pungenti vide il manto rosso della mamma di Gesù e il brillare dei gioielli con cui l’avevano agghindata gli abitanti di Gessopalena.
Così fu portata nella chiesa di Santa Croce, tra i mugugni degli abitanti dei borghi vicini che videro questa cosa come una sorta di furto perpetrato nei confronti di Gessopalena.

La Madonna non si mosse più da Lama e anzi pare che protesse il paese anche dal terremoto disastroso del novembre 1706 che abbatté gran parte dell’abitato e che nonostante tutto non fece un grande numero di vittime così come poteva far supporre l’entità della scossa tremenda.

La Madonna, secondo molti abitanti, ancora oggi benedice le nascite e i matrimoni, veglia infermi e moribondi, protegge i pastori.

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Come arrivare a Lama dei Peligni:

Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, continuare sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.

Da Chieti: Percorrere la SS 81 in direzione di Guardiagrele, proseguire sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.

Da Pescara: Percorrere la SS 16 in direzione di Chieti, continuare sull'autostrada A 14 in direzione Bari, uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, continuare sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.


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venerdì 18 ottobre 2013

L’eremo nascosto della Madonna dell’Altare

"L'ora più solare per me, quella che più mi prende il corpo, quella che più mi prende la mente, quella che più mi perdona, è quando tu mi parli". (Ada Merini)

Sono milioni.
In apparente stato confusionario si muovono brulicando e trasportando un’incredibile massa di aghi di pino per costruire nidi a cupola dove ospitare le famiglie.

Perché le formiche, ne sono convinto, hanno il culto della famiglia forse più dell’uomo.

È un movimento convulso che visto da vicino, può causare stress.
Eppure a me questo incedere forsennato e senza apparente senso, dentro e fuori il buco del formicaio, mi rilassa e quasi mi trasporta in un’altra dimensione.
Immagino una grande danza di massa, dove quest’incredibili insetti laboriosi si muovono sincronizzati al secondo.

Tutti volteggiano incessantemente senza curarsi di me, ignorandomi a più non posso.

Ricordano il meccanismo di un orologio svizzero e fanno percepire la magica illusione di un grande e unico essere vivente o di una società dove ognuno è parte dell’altro.

È la magia di un mondo perfetto che non esiste se non nei nostri sogni più nascosti.
Guardo l’orologio e mi accorgo di aver trascorso quasi quindici minuti ad ammirare questa fetta di ecosistema forestale.

Non sono lontano da Palena, paese della Majella orientale dominato dalle rocce del versante settentrionale del monte Porrara, elegante vetta che chiude a sud il crinale del complesso.

Abitato antico questo, gravemente danneggiato durante gli scontri tra alleati e tedeschi, nell’ultima guerra.

È per fortuna sopravvissuta alla distruzione e le cannonate nemiche, la settecentesca chiesa del Santo Rosario con la statua cinquecentesca della Madonna con bimbo.
Nel bombardamento fu distrutto il bellissimo castello dei duchi di Caramanico.
Oggi quello che si vede è una brutta copia dell’originale edificio.

La splendida faggeta che porta in otto chilometri al santuario della Madonna dell’Altare è un ambiente spettacolare e selvaggio.
La pittoresca costruzione è a 1272 metri di altezza.

All’inizio della sua lunga vita eremitica, dopo giorni trascorsi nei pressi di Castel di Sangro, Pietro da Morrone, il papa Celestino V, attraversò la zona degli altipiani e scese nella valle dell’Aventino.
Era il 1235.

Il santo rimase quasi tre anni in una grotta scavata sotto di un enorme masso così angusto da doverci stare in ginocchio o disteso.

Il santuario fu poi elevato intorno al XVI secolo per opera dei Celestini giunti da Sulmona a ricordare la presenza in questo luogo del loro fondatore.

I religiosi tennero il luogo sacro e il piccolo convento fino al 1807, anno in cui l’ordine fu abolito.
Allora una facoltosa famiglia del luogo, i baroni Perticone, provvidero a tenere in piedi l’eremo donandolo negli anni ’70 al comune di Palena.
Il nome della Madonna dell’Altare prende spunto dalla roccia su cui è poggiato l’eremo in pietra che fa pensare proprio a un grande altare.
Vado via da questo luogo a malincuore.

Qui regna pace e serenità.
Oltre il bivio dove ho lasciato l’auto, la statale sale al bellissimo e roccioso valico della Forchetta da dove la vista spazia sulle prime propaggini su uno dei più begli altopiani, quello delle cinque miglia.

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Per Palena:
Autostrada A24 uscire a Sulmona e proseguire in direzione Roccaraso – Napoli. Prima di arrivare a Roccaraso girare a sinistra in direzione Palena, Pescocostanzo e proseguire fino alla stazione di Palena. 
Arrivati alla stazione di Palena passare i “Valico della Forchetta” e proseguire in direzione Palena.
Oppure:
Val di Sangro, Casoli, Lama dei Peligni, Lettopalena.
Il santuario è a otto chilometri. 

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martedì 15 ottobre 2013

IUVANUM e PALLANUM: in viaggio tra leggende e storia

La piana di Santa Maria del Palazzo è un fantastico terrazzo naturale affacciato sugli aspri contrafforti della Majella Orientale nel chietino, equidistante da Torricella Peligna e Montenerodomo da cui si gode un panorama fantastico che spazia dal mare alla montagna.


In particolare quest’ultimo centro merita attenzione per le sue grandi mura fatte di enormi blocchi di pietra levigata, testimonianza mirabile delle origini italiche.

È un luogo ricco di acque, di prati e colture che dovette secoli fa attrarre gli uomini antichi tanto da crearci un insediamento civile e sacro.
Ancora oggi possiamo abbeverarci a un paio di fonti, dove attingevano acqua i Romani.
Una di queste, dedicata a S. Agata, era un tempo famosa tra le puerpere per le abluzioni alle mammelle che non avevano latte per i bimbi.

Oggetto ancora di scavi, i resti del municipio di Iuvanum, l’antica città frentana descritta con dovizia di particolari da Plinio Il Vecchio, si trovano qui, a 1100 metri d’altezza.

Il sito archeologico ha una doppia, grande valenza culturale e paesaggistica.
Le sue pietre hanno attraversato quasi trenta secoli di storia, lasciando molta della esistenza ancora da svelare.

Della città antica si conservano, dal VI secolo a.C., le aree sacre, con resti di due templi gemelli, il foro, il teatro, la basilica, le antiche botteghe artigiane e le strade originarie di accesso, lastricate con le pietre originarie.

In posizione spettacolare, dominata dalla Montagna Madre che pare abbracciarsi con gli attigui monti Pizii, l’area archeologica ha l’ingresso libero fino al tramonto ed è una vera chicca per gli amanti dell’antichità e per chi cerca la storia che si perde nella notte dei tempi.

L’area si visita lungo una minuscola stradina ben evidenziata e lastricata da pietre messe per coltello.

Ciò che resta dell’insediamento romano domina una valle punteggiata da filari di alberi nodosi e secolari che crea l’illusione di un mondo ovattato, dove i forti venti spazzano i prati in lotta con le faggete.


Un luogo appartato ma situato comunque a pochi chilometri dai centri abitati.
Non mancate di visitare l’attiguo Museo della Trasformazione del territorio.

Tornando indietro verso Casoli e il mare di Fossacesia nell’oasi marina dei Trabocchi, ci si può inerpicare verso un’altra area archeologica ancora più misteriosa e affascinante, detta di “Pallanum” per la sua posizione in cresta al monte Pallano, vetta minore di poco più elevata dei 1000 metri.

Grandiose mura megalitiche faranno sobbalzare tutti i sensi tra resti di fortificazioni immani di svariati metri di altezza e affascinanti dolmen che giacciono al cospetto di una superba vista panoramica.
Sono avanzi di mura formate da macigni poligonali enormi sovrapposti e messi insieme senza cemento.

Antiche leggende raccontano che questa fortificazione custodiva un grande tesoro ed era stata costruita dai “Palladini”, uomini enormi che, sui loro superbi omeri, trascinavano senza fatica le grandi pietre.
Si accede a quest’antico e affascinante sito da Bomba, il paese a picco sul lago, attraverso le indicazioni.

Si può terminare la giornata visitando il castello di Roccascalegna, uno dei più bei fortilizi abruzzesi, abbarbicato mirabilmente su di un masso roccioso.
Il maniero è dell’undicesimo secolo e vi affascinerà col suo aspetto arcigno.

Il manufatto vive di storie e leggende coinvolgenti come quella del barone Annibale Corvo De Corvis che nel seicento praticava il famigerato “ius primae noctis”.

Si raccontano anche storie dal sapore dell’incredibile come quella che vede protagonista una misteriosa carrozza priva di conducente che sarebbe trascinata da animali infernali che si paleserebbe ancora nella notte più corta dell’inverno, sfrenandosi in una folle corsa fuori dal borgo fino al cimitero, tra urla disumane e rumori assordanti.

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Il sito di Juvanum si raggiunge dalla costa attraverso la Val di Sangro sulla A14, direzione Casoli, strada Torricella Peligna (47 chilometri circa). Da Roccaraso e Pescocostanzo, il panoramico valico della Forchetta, poi Palena e Iuvanum a 38 chilometri. 
Si può soggiornare a Torricella all'albergo Paradiso cell 333 938 4180


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lunedì 14 ottobre 2013

Gessopalena Vecchia, il paese perduto!

Savina, vecchietta indomita, torna nella casa avita ogni estate.
La sua famiglia aveva una bella abitazione nel borgo vecchio di Gessopalena quando lei era poco più che una vispa bimba.

Correva felice tra le viuzze strette che si aprono su balconi di montagne.

Oggi ha l’incedere incerto, è sorretta da un bastone e, ai primi di maggio comincia a urlare ai figli perché l’accompagnino da Roma nel vecchio luogo dove tutto ricorda tempi spensierati.

Spesso ciò che rende speciale un posto è l’atmosfera che vi si respira, qualcosa d’imprevedibile eppure definito che deriva da chi lo vive come una sorta di patrimonio di affetti ed esperienze sedimentati negli anni.

Cielo e montagne sono i protagonisti dello spettacolo offerto dal borgo abbandonato di Gessopalena posto su di un pendio davanti alla Montagna Madre della Majella, nel regno del lupo e del falco pellegrino.

Le case si trovano a pochi passi dal nuovo paese che sorse dopo l’abbandono delle vecchie abitazioni sventrate prima da un immane terremoto nel 1933 e poi dalla furia omicida delle truppe tedesche in ritirata nell’ultima guerra.

Uno scenario naturale dove la pietra si amalgama mirabilmente con la storia sontuosa di ieri e la solitudine delle rovine di oggi.

Gessopalena, infatti, ha conosciuto la signoria dei Caldora nella prima metà del XV secolo e in seguito dei Capua fino al settecento, infine il dominio dei Caracciolo di San Buono.

Tutte dominazioni che avevano prodotto monumenti insigni andati perduti.

Percorro con le mani in tasca le antiche vie di ciottoli tra le case di sasso rimaste in piedi dopo l’abbandono.

Sulle altre, quelle ormai finite in terra, passo scavalcando qualche maceria.
Quasi mi commuovo nel sentire il suono vuoto delle mie scarpe lungo le vie morte.
Ovunque trionfano ortica secca, bisce, lucertole e ramarri tra fantasmi di pietra.
Emana un’aria di mistero, di presenze, pare di sentire voci di bimbo.

La desolazione circola tra le case, salta dentro finestre vuote mentre un vento ululante accompagna una mattina dai colori indefinibili, insinuandosi nelle vecchie mura e nell’anima.
Una porta giace riversa al suolo, alcune imposte sono scardinate e penzolano nel vuoto come assurde bandiere a mezz’asta per il dolore.

Paese sfortunato questo borgo medievale, nei secoli ha sofferto di frane continue che diverse volte hanno seppellito erba, alberi e massi sotto un manto marrone uniforme.

Siamo alle solite.

I comuni montani in Italia soffrono le vertigini non per l’altezza su cui sono situati, non perché aggrappati a pendii scoscesi o strapiombi mozzafiato, ma per le frane che continuamente modellano marne e arenarie dell’Appennino.

Qui dove la terra è sempre in movimento, sotto i piedi c’è il regno del gesso. Numerose cave hanno determinato anch’esse la fragilità dei terreni.

Oggi un museo, insieme al nome, celebra questa singolarità.

L’antica chiesa di S. Egidio, nella parte alta della “ghost town”, accanto a ciò che resta delle mura del castello, s’immagina solamente insieme all’idea di vecchine che un tempo passavano davanti segnandosi la fronte con la croce.

Arbusti, edere e fitti rampicanti fasciano le pietre in un abbraccio soffocante.

Poi, quasi a lenire la tristezza dolce del luogo, ecco una casina ristrutturata con fiori al davanzale.

Pensare che solo a pochi metri di distanza, la parte nuova del paese riservi piacevoli sorprese con la bella chiesa cinquecentesca della Madonna dei Raccomandati, il Monumento all’Italia con la fontana del 1920 e il ricordo di D’Annunzio.

Per raggiungere Gessopalena Vecchia e Nuova la principale via di comunicazione è la Val di Sangro, autostrada A14, via Casoli di Chieti verso i paesi dell'interno.
Comune tel. 0872 988112

A Torricella Peligna, circa sei chilometri si soggiorna all'Albergo Paradiso ( 0872 969401) per raggiungere l'area archeologica di Iuvanum, l'antica città frentana descritta da Plinio Il Vecchio, conn i suoi templi e la sua acropoli.


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venerdì 11 ottobre 2013

A oriente della montagna Madre

Un fantastico transumare di nubi accompagna la magnifica salita alla Forcella.
Appena sopra il valico, il cielo diventa di piombo.
Come scogliera di Dio, la Majella che brilla sotto un raggio di sole diventa ancora più bella se possibile.

Inutile dire che questi luoghi sarebbero piaciuti un casino ad Arturo Bandini, il protagonista delle storie di John Fante, l’americano la cui famiglia è originaria di Torricella Peligna, da Nick ruvido abruzzese che lasciò la sua terra per emigrare con gli occhi gonfi di pianto.

I libri del John figlio di oriundo sono un must della letteratura di viaggio, racconti saturi di humour nero e vita di strada amara tra poche gioie e molti dolori.
Libri che raccontano la dura esistenza degli uomini d’oltre oceano che molto somigliano a quelli della montagna abruzzese dura, rocciosa, a volte inespugnabile di quest’area tra le più nascoste della regione verde d’Italia, dominata dalla montagna madre e dal fiume Sangro, padre dei corsi d’acqua abruzzesi e linea di confine con il Molise.

Sono luoghi del mistero, secondo la felice definizione del grande Benedetto Croce.

Niente di più vero, penso, mentre m’inerpico sulle alture e le strade tortuose che s’insinuano tra borghi sconosciuti come Borrello e le cascate più alte d’Appennino, quelle del Rio Verde, Rosello con la sua piccola foresta di rari abeti bianchi in un mondo che sa di scandinavo, Altino con i suoi boschi di faggio, Pennadomo, Montenerodomo e i resti archeologici del municipio romano di Iuvanum.

E mentre viaggi a bocca aperta colpito da tante sollecitazioni, le ombre e gli spazi di una giornata estiva insolita, meteo parlando, rivelano scorci inattesi sui paesi dell’Aventino e su di un parco, quello della Majella d’inusitata bellezza.
Bisogna comunque dirlo forte, la piccola economia di questi luoghi langue.

Qualche vecchio produttore di formaggi si è intestardito a continuare, qualche piccolo albergatore si da un bel daffare per stimolare le visite: un convegno su Fante, un’escursione a vedere i camosci, la fantastica scoperta del buco nel cuore della montagna, le cosiddette “grotte del Cavallone”, tanto amate da Gabriele D’Annunzio che ci ambientò la sua opera “La figlia di Iorio”.

Poco turismo inspiegabilmente, qualche camminatore, appassionato di natura, nulla più.
Chiedete al simpatico Guerino che gestisce un piccolo albergo a conduzione familiare, ereditato dal padre, dal nome che è tutto un programma, “Il Paradiso”.
Si mangia da Dio a prezzi più che onesti qui dove l’ospitalità è sacra!

Pasticceria sopraffina, specializzata in fiadoni d’Abruzzo, camere ultra confortevoli e cucina casereccia curata dalla moglie tra tartufi, funghi e formaggi incantevoli.
Se non fossimo solo noi di famiglia, i sacrifici di papà andrebbero a carte quarant’otto - mi dice amaro il buon albergatore.

Tutto intorno, borghi dimenticati da chi non conosce a fondo il territorio come l’affascinante Gessopalena con il paese medievale abbandonato e l’inedito museo del gesso.
Più in là verso il confine molisano e la gola della Gran Giara, nella Majella più dura lontana qualche curva, antichi abitati da rivitalizzare, magari con progetti di albergo diffuso per stimolare turismo.
Una finestra su mondi perduti e lontani.


Da nord e sud si raggiunge la Majella orientale, Torricella Peligna, Gessopalena con l'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, proseguire in direzione Colle Zingaro, Torricella Peligna percorrendo la SP 110. 

Per contattare l'albergo Paradiso 333 938 4180 -  0872 9694 01 - pagina Facebook a disposizione


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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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venerdì 13 settembre 2013

Il dominio della natura: La costa dei Trabocchi

Vento teso di bora, mare color zinco che picchia sulla scogliera.
Si parte a piedi sull’antico tracciato ferroviario in disuso.

Il doppio colpo della littorina sui giunti del binario, è stato soppiantato dal muggire rabbioso delle onde sbattute sui sassi, a riva.

Siamo su di un balcone proteso stupendamente sul mare.
Oltre cinquanta chilometri dei circa cinquemila percorsi ferroviari dimenticati, patrimonio perfetto per rilanciare la “mobilità dolce” dopo anni di delirio gommato, di strade piene di polveri sottili che passano i limiti di legge un giorno sì e un altro pure.

“La ferrovia è un ostacolo alla crescita” dissero e di colpo il percorso sul mare divenne obsoleto.
Il Genio Ferrovieri si mise in movimento e in breve nacque una nuova linea in collina.
La breccia rettilinea soffre oggi l’abbandono, contornata com’è da sterpaglie, forse un giorno sarà finalmente una pista ciclabile affacciata sull’infinito.
E’ sempre pronto il progetto del Corridoio Verde Adriatico da Martinsicuro fino a Vasto in bici.

Il mare spumeggia lontano dall’insulto del cemento.
Soffia forte il vento sul pittoresco costone roccioso a picco sul mare dell’antico nucleo di San Vito.
Pare quasi che un capriccioso Eolo, soffiando forte, si sia divertito a scaraventare un mucchietto di case fin lassù, quasi a toccare il cielo.

Lo spettacolo, dall’ardito balcone, è di quelli che lasciano senza fiato.
Lo sguardo, rapito, scorge in lontananza la collina di Venere col monastero di San Giovanni, poi Punta Aderci della Penna di Vasto, paradiso naturale e giù fino alle isole Tremiti.
Sotto il costone ricco di ginestre, c’è il trabocco descritto dal poeta D’Annunzio: "... proteso sugli scogli, simile a un mostro in agguato, con i suoi cento arti..."

I “trabocchi”sono delle ingegnose macchine per la pesca dalla riva.
Per mezzo di passerelle e con la rete agganciata a lunghi bracci a bilanciere, permettono di raggiungere anche senza barca, punti dove l'acqua é più profonda e pescosa.
Le vedette sul mare, ancorate agli scogli, sornione e silenziose, sono fedeli guardiani delle bellezze della nostra costa.

La loro origine si perde nella notte dei tempi.
 L’invenzione è stata originata dalla paura che l’uomo provava, nell’avventurarsi in mare aperto.
Quando qui infuria la tempesta, c’è da aver paura.

Un’antica leggenda racconta che, sullo scoglio sottostante l’eremo dannunziano, pochi tornanti dalla marina di San Vito, lì dove usava rifugiarsi il Vate per creare le sue opere, siano ancora visibili due impronte di zampe animalesche.

Sarebbero i piedi del diavolo che balla per la gioia di vedere i marinai, inghiottiti dai flutti, morire nel peccato.

Lungo la piccola spiaggia sottostante, scatarra, sibila il motore di una vecchia barca.
Il pescatore bestemmia con grida disumane fin quando, come in un simpatico cartoon di Topolino, la piccola imbarcazione guadagna il largo.
Lontano, sulle colline che guardano la Majella e il Gran Sasso, le bretelle autostradali sconciano la valle in nome di un progresso che non si può arrestare.

Lo sguardo a nord arriva fino al promontorio di Ortona con il suo singolare campionario di fortificazioni: tre torri e un castello.
Torre Mucchia è una vedetta costiera, Torre Baglioni apparteneva alle mura fortificate della città e Torre Ricciardi era inglobata in un palazzo gentilizio.

Il castello è posto ai margini dell'abitato, in una posizione spettacolare a strapiombo sul mare e fu edificato a metà Quattrocento dagli Aragonesi.
Dell'impianto originale rimangono parte di mura esterne e torri affacciate verso la città.

Qualche chilometro più a sud, senza allontanarsi dal mare, si staglia, maestoso, un altro bellissimo castello aragonese, quello di Vasto situato sulla collina dov’è adagiata la città alta.

Era dimora di Jacopo Caldora, cavaliere di ventura e connestabile, personaggio di grande carisma e cultura.
Non tutti i mari sono uguali.
E’ proprio vero.
Come tutte le terre ognuno di essi ha le sue caratteristiche di colori, d’intensità dei profumi, di forme delle onde.
Alcuni però si distinguono nettamente.

Il mare della costa dei Trabocchi, è un universo affascinante, impreziosito talvolta da coreografici insediamenti umani.
Sfregiato altre volte da un’incuria che non esiterei a definire criminale.
Dall’altra parte c’è il verde delle colline, con campi pettinati di zolle arruffate come capelli di una donna riccia dove si adagiano piccoli centri, all’apparenza inutili contenitori di mura imbiancate e finestre, ma la cui storia millenaria si può leggere solo nelle loro viuzze strette.

Mi trovo davanti all’ingresso del trabocco. Qui mi dicono si mangi da re.
Pesce appena pescato con le reti protese sul mare.
Mi si para davanti la cuoca proprietaria che, nel frattempo, continua a parlare in italiano e a tratti in tedesco con alemanni giunti fuori stagione.

“Queste acque - urla con linguaggio misto al dialetto locale - sono piene di fantasmi che si aggirano nel profondo”.

Poi si accorge di essere stata forse troppo inquietante e aggiunge:
“Sono tanti i pescatori ghermiti dal mare in tempesta che preferiscono girare alla larga dai turisti!”
Tutti scoppiano in una fragorosa risata.
Un gabbiano stridulo, si abbassa a pelo d’acqua, volteggia, lancia il suo grido rauco, poi riprende quota puntando dritto verso il trabocco.
Il legno sembra assorbire dai suoi lunghi pilastri tutto l’umore e la salsedine del mare.

La cucina dentro è qualcosa d’inimmaginabile tra bottiglie, spezie, barattoli, riso, padelle grigie e pesanti con manici in ghisa.
Il caldo oggi si fa ancora sentire, è opprimente, avvolge tutto come marzapane rendendo difficile ogni movimento, ogni pensiero o gesto.

La vista, dal trabocco, spazia su di una piccola darsena tra barche di mille colori, intrise dell’odore del pesce e della salsedine.

Le reti sono pazientemente dipanate e riavvolte da mani esperte.
Sono pescatori da una vita, figli anch’essi di uomini del mare.

Le donne con la proverbiale pazienza certosina ricuciono, rammendano gli squarci nelle reti determinati dal dimenarsi del pesce in trappola.
Al porticciolo si avverte forte il contatto del mare.

Guardo l’aquilone volteggiare nel cielo ventoso.
Capisco perché il D’Annunzio scriveva: “ O desiata solitudine, lungi al rumor degli uomini, o dolce speco d’incanto….”

COME ARRIVARE
In auto: da Bologna Autostrada A14 uscita Pescara Nord; 
da Bari Autostrada A14 uscita Pescara Ovest;  
da Roma Autostrada A25 Roma-Pescara uscita Chieti-Pescara.
Le località costiere dell'Abruzzo si trovano sulla dorsale ferroviaria adriatica che collega i grandi centri del Nord e Bologna con la Puglia.
Per raggiungere Chieti, collegamenti diretti partono dalla stazione di Pescara.
La stazione ferroviaria ad alta percorrenza più vicina a Teramo è Giulianova; da lì partono treni locali diretti a Teramo.

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mercoledì 22 maggio 2013

La Montecassino del mare! Alla scoperta di San Giovanni in Venere

“Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario”. (Dal Salmo 27)



Sono diretto verso l’Adriatico dei trabocchi, nel cuore del golfo di Fossacesia, alla ricerca di una grande abbazia, seguendo le orme del patrono di Teramo, il vescovo Berardo.
Qui il sant’uomo affinò il suo dialogo stretto con il Creatore.

A ogni curva della statale che porta verso le spiagge, la strada sembra terminare con un salto nel blu cobalto del mare.
 La vita, dice Don Antonio Mazzi prete di strada, è l’eternità che cammina.
Non voltiamoci indietro, non avremmo milioni a sufficienza per comprarci il minuto già passato.

“Un paradiso terrestre, certo. Io amo chiamarla la Montecassino del mare”.
E’ un fiume in piena il signor Carmine.
Voce piacevole quanto il suono di un’unghia che scorre su di una lavagna ma cordiale e ricco di aneddoti.

Abita qui da ottanta e più anni, tra lecci e ulivi.
Alto, magro ha un grosso gozzo e un’età indefinita.
Porta in testa un buffo cappellino scamosciato bianco color torrone.
Mi chiedo cosa c’entri un copricapo di foggia tipicamente tirolese in mezzo all’Abruzzo del sud.

D’inverno, è solito col tempo buono, passare le ore meno fredde del giorno su questo balcone dove si affacciava anche il grande poeta D’Annunzio.
 Accanto a lui la moglie sembra meditare a occhi aperti.

La vecchietta ha delle nodose vene blu e la pelle traslucida come fosse impregnata di fard.
Forcine tra i capelli, la donna ha occhi arrossati, labbra violacee per la difficoltà di respirazione.
Non dà l’idea della salute.
Temo possa decedere da un momento all’altro.
Mi guardo intorno, rapito.

L’abbazia di San Giovanni in Venere è una meraviglia di pietra, autentico capolavoro di architettura sacra medioevale, posto su di un balcone del panoramico promontorio dedicato alla dea della bellezza, a picco su Fossacesia.

Siamo su di un colle dolce che pare un Getsemani circondato da ulivi e racchiuso tra le possenti mura della struttura religiosa.

Chiudendo gli occhi si può immaginare una piccola Gerusalemme e sentirsi pervasi dalla pace.

A pochi chilometri c’è la bella Lanciano con le sue eleganti torri Montanare, la chiesa di San Francesco del 1258 che ospita la reliquia del Miracolo Eucaristico e l’elegante esempio di architettura neo classica di Santa Maria del Ponte.

“Ma non credere che sia sempre così con quest’azzurro splendente fino all’orizzonte – ammonisce il loquace vegliardo- quando infuria il vento, quello che fa cadere i denti senza la tenaglia, il mare muggisce da metter paura!”

Guardo in lontananza la grande distesa d’acqua dell’Adriatico con i suoi trabocchi, macchine ingegnose di pesca e le colline digradanti fino l’arenile.

La pioggia degli scorsi giorni ha spazzato via la polvere immobile, lasciando libero il respiro infinito della natura.


Mi sento stregato dalla bellezza che ho negli occhi.
Il mare m’incanta quanto la montagna.
Il pianeta liquido è un mondo fantastico al pari di quello terrestre.
La sua energia positiva dovremmo farla entrare dentro di noi, nelle miriadi di cunicoli che attraversano il nostro povero corpo.

Osservo e immagino gli antichi marinai manovrare i remi, gli agguerriti saraceni cercare di sbarcare a riva per depredare e uccidere.

Poco distante c’è il trabocco turchino, la macchina da pesca immortalata nella tragedia dannunziana, che sembrava, per il Vate, una terribile catapulta romana in procinto di lanciarsi contro le acque profonde.

Tutto intorno alla collina dell’abbazia, boschi di lecci, agrumeti, olivi, vigne e macchie di ginestre che puntellano di giallo il verde ocre a formare, col blu del mare e il grigio lontano della Majella, una tavolozza del Tintoretto.

Siamo in un anfiteatro di straniante bellezza solcato nel cielo dai gabbiani che, incessanti sentinelle di questo bello assoluto, accompagnano lo sguardo dal mare verso i monti.

I monaci cistercensi che vi giunsero intorno al mille erano buon ultimi dato che, numerosi rinvenimenti preistorici nel corso degli anni, hanno testimoniato l’esistenza d’insediamenti umani a partire dal VII millennio ante Cristo.

Durante alcuni lavori di scavo nell’abbazia, vennero alla luce frammenti di materiali provenienti da periodi storici diversi che vanno dall’età del ferro all’ellenistica.

Suppellettili, scheletri e anfore recanti scritte in greco e in latino che fanno presumere il ruolo della costa dei Trabocchi e delle vicine Tremiti, punto di contatto e di scambio con mondi diversi.

I religiosi dovettero faticare non poco per vincere la fede per la dea Venere.

Costruirono convento e chiesa acquisendo proseliti cristiani grazie anche ai tanti ulivi, vigneti e alberi da frutta che furono impiantati per dare benessere a chi viveva solo dei prodotti del mare.

Ancora oggi gli scheletri dei patriarchi di quegli ulivi millenari sono in piedi, nonostante i fulmini e le intemperie subite, fieri di non temere il lento trascorrere del tempo.

Si racconta che l’abate di questo luogo sacro, tal Oderisio I, nel 1076 costruì il bel paese di Rocca San Giovanni che si raggiunge a pochi chilometri dalla costa, tra fossi e calanchi spettacolari. Parliamo di uno dei borghi più belli d’Italia, inserito nella speciale classifica italiana, unico nella provincia chietina dal 2006. Il priore lo fortificò con mura possenti e torri di avvistamento.
Ancora oggi, il camminamento sulle antiche balaustre emoziona e non poco.
Fra l’altro a Rocca si beve ottimo vino e si pasteggia con olio sopraffino, passeggiando tra palazzi aristocratici e giardini.

La facciata dell’antica basilica è austera e semplice.
Attraverso il portale decorato da bassorilievi in pietra bianca, entro e il buio, trafitto da polverosi raggi di sole, sembra urlare.

L’abbazia oggi si presenta a tre navate separate da due file di cinque pilastri, di stile cistercense dalle maestose volte con travi di legno.
Le grandi pareti sono spoglie.
I dipinti si concentrano tutti nella cripta di sotto dell’immenso presbiterio a pianta rettangolare e con ben tre absidi.
La luce è fioca, i personaggi degli affreschi sembrano volersi strappare dal muro per bere gocce di chiarore.

Tutto invita a dimenticare il mondo esterno: la leggerezza delle colonne pur maestose, l’insieme e soprattutto, il silenzio leggero e non incombente che permette ai cuori di ricongiungersi con la parte più intima e segreta del proprio animo.

Penso allo splendido Cantico di Sion, frutto del genio poetico e profetico di Isaia (2, 2-5): “Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore”.

Due donne sono immerse nel rito devozionale del rosario.

Pietro Calabrese, giornalista recentemente scomparso, ateo ma non troppo, ammoniva a non sottovalutare la forza e la dolcezza delle preghiere di quei fortunati che possiedono il dono della fede.
Vero che, anche per i non praticanti secondo lo scrittore, le preghiere conservano un senso di mistero e infinito che solo uno stupido accecato dai pregiudizi sottovaluterebbe.

Colpiscono l’immaginario i troni in pietra usati dai monaci e la stele che ricorda la breve permanenza, in questo luogo sacro del vescovo Berardo che qui si raccolse in preghiera prima di ascendere alla
cattedra episcopale di Teramo.

Getto uno sguardo al lussureggiante giardino mediterraneo del convento. Cipressi, palme, rododendri, quasi si abbarbicano sul portico a tre lati.

Il piccolo parco è testimone della serenità e della pace di un antico stile di vita legato ai valori spirituali.
La temperatura ora è decisamente dolce. Mi fa sudare ma si accorda bene con il mio umore.

Respirare i salmastri che giungono dal golfo, è un tranquillante dello spirito.
Non trovo le parole per rendere la bellezza del luogo.

Il promontorio di San Giovanni in Venere si raggiunge dal casello di Val di Sangro della A14 statale Adriatica fino a Fossacesia Marina e deviando all'interno. Da Fossacesia si può risalire l'Adriatica a nord per la via dei Trabocchi fino a Ortona!

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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