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sabato 9 agosto 2014

Santa Maria Apparens di Alvi

Alvi , piccola frazione nel comprensorio di Crognaleto, è quanto di più romantico si possa esprimere nei selvaggi monti della Laga.
“Qui il silenzio è utile per coloro i quali vogliono avviarsi alla perfezione”. Lo scriveva Frate Giovanni Pinazza, abitante eremita che vi soggiornò per un anno di vita ascetica.

Il borgo risale al 1300 quando fu costruita la piccola ma bella chiesa di Santa Maria Apparens, con i suoi importanti affreschi, ma la frequentazione di questo luogo esisteva sin dagli antichi Romani.
Pare che sulle pendici meridionali del Monte di Mezzo, in località “il Coppo”, furono localizzati anni fa, i resti di antichi stazzi di quell’epoca. Non c’è da stupirsi.

Questo bel paesino è praticamente da sempre, significativamente collocato lungo un itinerario pastorale che da Crognaleto conduceva a Campotosto.
Il piccolo campanile della chiesa, che fu ideata e costruita definitivamente grazie ai frati dell’Ordine di San Bernardino, si disegna fra un breve pendio e il cielo fuori dal paese.

La leggenda, che vive intorno al luogo santo, è da raccontare.
Si narra che un soldato francese, proveniente da famiglia facoltosa, ferito e abbandonato tra i monti, ormai in fin di vita, invocò l’aiuto della Vergine.
Maria apparve tra le nuvole bianche e salvò il moribondo.
Il giovane fece erigere qui, così lontano da casa e in terra straniera, un tempio alla Madonna che appare.
I vecchi raccontano che all’inizio dell’800, il piccolo luogo sacro fosse frequentato dai tanti briganti che trovavano in queste montagne il loro rifugio.
I malviventi pregavano la Madonna a mani giunte in un’implorazione che raccoglieva le loro umane debolezze, le contraddizioni e le atrocità da riscattare.

Nel 1703 un terremoto devastò questi luoghi e, nei primi anni del ‘900, una grande frana della debole pietra arenaria che circonda il paese, distrusse gran parte del piccolo abitato che fu ricostruito, niente di meno che da un giovane Benito Mussolini.
È una storia raccontatami da un vecchio pallido e zoppicante, incontrato in uno dei miei raid precedenti in paese.

Dal centro di Alvi, c’è un bel percorso sterrato del Sentiero Italia che, utilizzando antichi itinerari provenienti da Campotosto, attraverso la zona del Passo Cattivo, porta a conoscere una montagna poco ambita ma dalla vista bellissima: il Monte di Mezzo, spartiacque tra Laga e Gran Sasso ,dove la vista spazia fino ai Monti Reatini.
Dalla sua vetta si può scendere a Frattoli o tornare ad Alvi.
È un percorso che consiglio vivamente.

Sono fantastici questi borghi dove intrichi selvaggi di rovi rimpiazzano parte dell’abitato e dove alcuni alberi sembrano soffocare a causa di lunghi rami di rampicanti fuori controllo.
Sono paesi fatti di gente solida come le rocce sporgenti che ne determinano il paesaggio.

Mi fanno ripensare a un autore che adoro.
Non so se avete mai letto qualcosa di Mario Rigoni Stern.
La sua “montagna silenziosa e triste” è fatta di contrade piene di case vuote, privi di simpatici merletti, bimbi festosi.
I suoi prati sono inselvatichiti e abbandonati. Paesi che in capo a dieci, venti anni sono passati da cento abitanti a dieci o forse meno.
Quest’abbandono si legge in Dolomiti come in Appennino.
Un tempo mi disse un vecchio abitante di Valle Vaccaro, qui c’era anche bestiame a valle: diverse mucche da latte, qualche arzillo torello per coprire le vacche vogliose con straordinari erotici, poi diverse decine di capre, pecore, maiali, di tutto.

Oggi rimangono poveri cani abbandonati che ululano al vento.
I boschi non sono più governati dalla mano dell’uomo.
E’ una comunità morente.
Il più giovane avrà settant’anni.

Se, tutti voi, passeggiando tra i vicoli di questi sparuti villaggi, avreste la sensazione di incrociare lo sguardo di un pellegrino medievale stremato da un lungo viaggio ma con lo sguardo carico di gioia per aver raggiunto la meta, non sareste vittime di allucinazioni.
È come se nelle pietre e negli alberi che affondano le radici simili ad artigli, si fossero sedimentate le voci, le preghiere e i passi di coloro i quali hanno voluto raggiungere questa virgola di mondo unica e affascinante, immersa in una natura selvaggia e maestosa.
Una forza inarrestabile quella della fede, simile alle acque.
Nella pietra, dalla pietra e sulla pietra è fissata la storia di paesi dall’aspetto quasi lunare, inerpicati sui monti.


La chiesa di Santa Maria Apparens dagli scritti di Giovanni Corrieri

Nel territorio teramano, a macchia di leopardo, esistono incredibili gioielli che occorre scoprire, spesso in zone fuori dal mondo "normale" e dalle direttrici canoniche della viabilità corrente, lungo percorsi virtuali impressi nella "memoria" più che sulle mappe territoriali, o quelli millenari dei tratturi, della fede, dei miti.

In questi percorsi sono collocati, come avulsi dalla storia altrove normale, edifici votivi inaspettati e apparentemente al di fuori da logiche.

Ecco allora varie chiesette, ciascuna con una storia tutta propria, sparse un po' dovunque: San Donato a Castelli, San Bartolomeo a Villa Popolo, la Madonna delle Grazie di Alanno, la "Trinità" di Morge, S. Maria della Croce di Pietranico: Santa Maria Apparens ad Alvi è tra queste.

Prima di andare oltre occorre correggere un errore corrente, perché nella tradizione popolare si crede che la chiesetta sia sorta in seguito ad una "apparizione" della Vergine, ma il termine "Apparens" si riferisce ad un'etimo latino poco adusato, che significa "ubbidiente": infatti, in latino, "appareo", oltre che "apparire" significa anche "assentire, ubbidire".

Il termine si riferisce all'accettazione della Vergine del messaggio divino pronunciatogli dall'Arcangelo Gabriele.
La preghiera dell'angelus, infatti, termina con le parole pronunciate dalla Vergine: "fiat mihi secundum verbum tuum" (avvenga di me quello che mi hai detto), cioè che il Verbo si sarebbe incarnato nel suo grembo.
Quindi "Apparens", e tutti gli altri derivati toponimi di chiese (Santa Maria di Appari, ad es.) non vuol dire altro che "ubbidiente" e, per traslato, "Annunziata".

La chiesetta di piccole dimensioni sorge a poca distanza dalla statale 80 sulla sponda sinistra del Vomano, a qualche km da Tottea e da Cervaro, sulla direttrice di un sentiero montano immediatamente a valle del Lago di Campotosto.
E' una chiesetta votiva di origine medioevale,, ricostruita o rimaneggiata nella sua forma attuale nel 1516, mèta di una suggestiva Via Crucis (non so se ancora si effettua) che partiva in un breve percorso in salita dall'abitato di Alvi (ricostruita poco a valle verso gli anni '30 del '900 in seguito ad una frana che aveva distrutto il paese) fino al luogo della chiesetta.

L'importanza della chiesetta poggia sulla sua straordinaria decorazione pittorica dell'interno, con una serie di scene votive di ottima fattura, opera di più artisti, il più evoluto dei quali si allinea ad una eco della pittura marchigiana (ricordiamo che nel 1526 un altro marchigiano, Jacopo Bonfini da Patrignone, lavorava a S.Maria della Misericordia di Tortoreto), ma sono presenti altre "mani" in sintonia con la cultura umbra tra Pinturicchio e Perugino (come nell'Annunciazione di Cerqueto).

La magnifica scena della "Annunciazione", con l'Angelo a sinistra e la Vergine a destra dell'altare, pur se molto rovinata mostra una qualità pitttorica assolutamente insolita nel resto d'Abruzzo.

Tra le altre scene dipinte, una "Crocefissione", un "San S. Rocco", un "S. Sebastiano", una "S. Maria Maddalena" ed altre figure di Sante Martiri.
Una vera e propria pinacoteca, tragico residuo di una stagione pittorica in gran parte perduta per le ingiurie del tempo, ma soprattutto per l'incuria degli uomini.
Malgrado detti affreschi abbiano subito un recente restauro (circa 30 anni fa) ora è la struttura della chiesetta che ha bisogno di un vigoroso salvataggio, in quanto infiltrazioni di acqua e precarietà del tetto rischiano di danneggiare questo patrimonio pittorico che è uno dei pochi rimasti nel teramano dell'inizio del XVI secolo.

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Per arrivare a Alvi da Teramo, ci sono circa circa Km.37: si percorre la S.S.80 in direzione di Montorio al Vomano, proseguendo poi verso il Passo delle Capannelle.
Giunti ad Aprati si gira a destra e poi, dopo il ponte, subito a sinistra, seguendo le facili indicazioni stradali.

Grazie all'amico Alessandro de Ruvo per le splendide foto a corredo dell'articolo tratto dal libro "Il mio Ararat".


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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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sabato 18 maggio 2013

Sentinelle silenti sul mare!

Alvarez de Toledo e Parafan de Ribera, Viceré spagnoli del Regno di Napoli, sognavano da tempo di realizzare uno dei più grandi sistemi difensivi della costa.

La seconda metà del XVI secolo era funestata da miriadi di devastanti incursioni turche che si concentravano proprio nel tratto di costa oggi abruzzese.

Nacque così un reticolo di torri di avvistamento distribuite lungo il perimetro costiero del Regno, ognuno in vista dell’altro, in una sorta di “fratellanza” di pietra, da Martinsicuro a Vasto.

Questo si rivelò come una grande intuizione e le torri svolsero per molti anni la duplice funzione sia di respingere il nemico e sia di avvertire, con spari e con altri mezzi rudimentali, le popolazioni dell'interno.

Buona parte delle torri abruzzesi fu costruita da Vincenzo Tavoldi, un bergamasco che con il fratello si stava occupando delle fortificazioni di Pescara e Civitella, che nel 1568 si aggiudicò l'appalto per otto di tali edifici, impegnandosi a finirli entro diciotto mesi.
Sulle ultime torri, la “Mucchia” di Ortona e su quella a guardia del porto vastese, nel capo di Punta Penna, non lontano dall’oasi protetta di Punta Aderci, i nobili fecero apporre il “Crux et Ignis”.

Era questo lo stemma del ferro e fuoco raccolto dalle labbra del frate eremita, San Celestino V. Il famoso Papa per “virtude” e non “viltade”, come sosteneva Dante nel canto dell’Inferno, fece il gran rifiuto.

Quel percorso di fede e virtù che evidenziava il cammino celestiniano, tra Spirito Santo e fuoco dell’Amore, era divenuto per mano dei boriosi signori il segno della distruzione per chi osava mettersi contro.
Storia vecchia come il mondo.

Erano i tempi in cui l’Adriatico forgiava i cuori degli uomini assegnando loro un destino impossibile da cambiare.

Le torri, insostituibili sentinelle solitarie, ancora appaiono oggi, all’improvviso sulla strada e sembrano raccontare leggende perse nella notte dei tempi.

Ne contiamo circa diciotto, tutte di epoca medioevale, con le quali in quei tempi bui, si cercò di porre un argine alle continue scorrerie di turchi e saraceni, seguendo un piano unitario e organico di difesa.

Certo, la modernità non ha trovato il cancello chiuso e questi antichi manufatti sono cambiati rispetto ai tempi originali, se si eccettua la “Torre del Vibrata” nei pressi di Alba Adriatica.

Alcuni di questi torrioni d’avvistamento sono scomparsi, come ad esempio, quello di Giulianova sulla sinistra delle rive del fiume Tordino, distrutto nell’ottocento da una piena terribile delle acque, o quello di Roseto degli Abruzzi denominato “del Vomano”eretto nel 1568.

Oggi è noto solo in antichi documenti storici.
Il manufatto fu abbattuto, come accade per le cose belle di questa città che tutto distrugge, per far posto al solito devastante palazzone.

Si gira lo sguardo intorno, a trecentosessanta gradi, ed eccolo ancora lì intatto il fascino selvaggio di queste sentinelle che appaiono ancora indomabili nonostante l’abbandono.

Guardarle è come tuffarsi nella magica atmosfera di un mondo incantato fatto di realtà e fantasia.
Sembrano sculture scaturite dall’estro guerriero, concrezioni dettate dalla natura ribelle.

La più importante delle torri, di certo la più conosciuta, è isolata sullo splendido tratto di spiaggia fra Silvi e Pineto che attende ancora la definitiva consacrazione a oasi protetta.

E la famosa “Torre del Cerrano”.

Insiste proprio sul territorio nel quale sorgeva il porto Cerrano-Matrinus del periodo romano, I e II sec. d.C, di vitale importanza per i commerci e le guerre dei Romani.

Era lo scalo della famosa Hatria, riferimento insostituibile della successiva politica espansionistica mercantile della Repubblica della Serenissima a Venezia.

La torre è ben inserita in un habitat meraviglioso, direi magico, tra pini e mare, connubio ideale tra natura e arte dell’uomo.
Molto dell’antico manufatto è mutato.

Sulla originaria torre a tronco di piramide, con base quadrata e apparato a sporgere su robusti beccatelli con tre caditoie per lato, fu innestata, all’inizio del XX secolo, un secondo livello, molto riconoscibile, costituito da una torretta quadrata coronata da piccoli merli.

In quel frangente molto mutò, anche con scadimento della qualità architettonica, negli interni dell’antico manufatto, tra improvvide scale, tremende finestre a oblò tipo sommergibile (sic!).

Lo sconvolgimento continuò negli anni ’80, per adibire la torre a Laboratorio Biologico marino.

Oggi grazie all'oasi protetta del Cerrano si ha la possibilità di visitarla all'interno.
Di certo è andata peggio ad altre strutture come quella del “Vibrata” del 1568, che ha subito una sorta di interramento nel corso del tempo.
Si trova in Alba Adriatica via Cavour.

La torre si presenta come una costruzione tutta in mattoni, molta tozza, presidiata.

Oggi è inutilizzata, fino a poco tempo fa era adibita a pollaio con tanto di bruttissimi cassonetti dell’immondizia accanto.
Sorte simile è toccata alla “Torre di Salinello”, in via Galilei 327 un paio di chilometri dal centro di Giulianova Lido.

Oggi in disuso, il manufatto ha ricordato anche l’onta dell’improprio utilizzo di cantina.

La “Torre di Martinsicuro”, località Colonnella, meglio conosciuta come la torre di Carlo V, visibile prima del ponte sul fiume Tronto, oggi  ha un utilizzo di servizio al museo "Antiquarium".

Fu progettata dal valenciano Pirro Luis Escribà, capitano e grande architetto militare che contribuì all’edificazione del Forte Spagnolo della città aquilana.
A dispetto della giovane età, Martinsicuro è comune da 1963, il paese vanta origini antichissime, come villaggio dell’età del Bronzo e del Ferro e custodisce i resti di Truentum Castrum Truentinum città fondata dai Liburni come testimonia Plinio il Vecchio.

A Martinsicuro sono passati grandi condottieri come Giulio Cesare, Annibale, oltre al mitico Federico II e Vittorio Emanuele.
La torre esisteva probabilmente da secoli precedenti, ma ebbe un rifacimento radicale nella prima metà del cinquecento dal maestro Portolano d'Abruzzo Martolino di Segura, per volontà di Carlo V.

Oggi la costruzione è in buone condizioni e a lato si trova l'interessante museo di cui si parlava poche righe prima.

L’Antiquarium Castrum Truentinum, il Museo della città di Martinsicuro con sede presso i cinquecenteschi Torrione di Carlo V e Casa Doganale, raccoglie i reperti archeologici rinvenuti nell'area Colle Marzio durante una pluriennale attività di scavi diretti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Abruzzo.

Gli scavi, iniziati nel 1991, hanno portato al rinvenimento di uno dei più antichi insediamenti dell'intera vallata del Tronto, la città romana di Catrum Truentinum.
 Gli scavi archeologici hanno portato alla luce reperti riferibili ad epoche protostoriche, databili tra la Tarda Età del Bronzo e la prima Età del Ferro.

Nell'Antiquarium è allestita una tomba Longobarda con i reperti datati VI-VII sec. d.C., rinvenuti presso l'area del fiume Tronto proprio a Martinsicuro.