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domenica 27 luglio 2014

La capitale della “Lega Italica" contro Roma e la sua basilica!

I paesi della piana di Sulmona hanno tutti una caratteristica: odorano buono di antico.
Mi riferisco a Pacentro, Introdacqua, Pettorano sul Gizio, Corfinio e non solo.

Sono borghi dove il tempo è stato rispettato e i ritmi contadini ancora scandiscono l’alternarsi delle stagioni.


La loro storia secolare trasuda dalle pietre delle chiese e dei palazzi.

Questi abitati vetusti si estendono in mezzo ad ampi e suggestivi scenari montani che fanno da preziosa cornice all’indubbia ricchezza monumentale.

Per secoli questi luoghi hanno vissuto riccamente, grazie ai fiorenti commerci e alle produzioni artigiane di prestigio.

È stata, probabilmente, determinante la posizione geografica all’incrocio fra la via Claudia Valeria e il tratturo Celano- Foggia dei transumanti diretti al Tavoliere delle Puglie.

Qui si sviluppava la felice confluenza di sbocchi importanti fra la costa Adriatica da una parte e la Marsica con il napoletano dall’altra.

Era proprio lungo la piana sulmonese, che passava la nota “Grande Via degli Abruzzi”, arteria di collegamento commerciale tra le importanti città di Firenze e Napoli.

Corfinio è uno degli esempi più fulgidi di tanta importanza.

È un paese appartenuto agli antichi Peligni, compaesani del grande Ovidio che, nato nella vicina Sulmona, assurse agli onori più alti della poesia del suo tempo.

Questo è un paese di pecore, zafferano, vino e forse qualcuno oggi fatica a pensare alla grande importanza che rivestiva al tempo dei Romani.

Eppure parliamo della mitica capitale della “Lega Italica”, nella guerra contro la tirannia di Roma, la “caput mundi”, l’unione dei paesi ribelli che contrastavano l’egemonia crudele del popolo capitolino.
Nel “club degli eversivi” c’erano paesi importanti come Popoli, Tocco da Casauria, e gli altri villaggi sulmontini stesi nella piana custodita dai rilievi del monte Morrone.

Può aiutare il visitatore attento a capire tale importanza, la possente architettura della basilica valvense dedicata a S. Pelino con l’oratorio di S. Alessandro.

La cattedrale è composta dall’unione di questi due corpi distinti: l’oratorio rettangolare allungato con abside al centro, che corrisponde al capo croce di una chiesa incompleta, consacrata nel 1092 e la basilica dedicata a San Pelino e terminata nel terzo decennio del secolo successivo, restaurata nel 1235.

La chiesa maggiore appare imponente con tre navate e alti pilastri quadrangolari. C’è un arco a tutto sesto che immette nel transetto sopraelevato, coperto con volte a botte e a crociera.

Lo spazio interno è dal seicento in stile barocco. All’interno si ammirano begli arredi liturgici e uno splendido ambone del XII secolo.

Informazioni: 

Corfinio è un comune montano in provincia dell'Aquila, all'interno della conca Peligna, con poco meno di millecento abitanti. 
Fa parte del Parco della Majella.

Distanza da Roma circa 100 chilometri, da Pescara, circa 65, dall'Aquila, 55 e da Sulmona 10 chilometri.

Per arrivare:
In auto: Autostrada A25 Roma Pescara, uscita casello Pratola Peligna, girare a destra e tre chilometri dal casello
Strada statale 17 da Aquila o da Napoli.

In treno:  Linea L'Aquila Sulmona, stazione Raiano a tre chilometri da Corfinio.


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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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giovedì 26 giugno 2014

Casoli di Chieti: dove convive natura, arte e storia

La bellezza dell’Abruzzo a volte ti trafigge come un dardo di Cupido, anche solo attraversando un borgo, sorprendendoti dei panorami, delle case abbrunite dal tempo, di un’agricoltura antica che coniuga sapientemente produttività e piacere degli occhi.


Insomma, è lo sbalordimento di chi ama la sua terra e la vede come un incastro perfetto e quasi magico di pianure, colline e montagne.

Accade anche a Casoli di Chieti, antico villaggio fortificato nella valle del fiume Aventino e raccolto con le sue vetuste abitazioni attaccate al castello su di un colle affacciato sulla dorsale della Majella più aspra.
Arroccato sul bastione verde, pare un’astronave a fil di nubi.

Sotto vette prodigiose si estende anche una piccola pianura coltivata a girasoli e ulivi belli da mozzare il fiato.
I colori della terra, soprattutto in autunno, hanno i magici toni del marrone, ocra accesa e varie sfumature di verde.

Il paese si raggiunge affrontando un saliscendi di colline amene che dalla costa e i suoi abitati nuovi di cemento, portano fin sotto i picchi rocciosi.

Allontanandoci da grigliate, assembramenti e motori in strada, la vita pare più bella.
Casoli ha una storia più che millenaria.
È un concentrato di tracce che partono dalla preistoria, poi etrusche, romane, medievali e rinascimentali.

Da tempi antichissimi questo luogo ha, infatti, accolto importanti insediamenti abitativi e anche al turista frettoloso, quello del classico mordi e fuggi, offre forti emozioni.

Al visitatore non sfugge neanche la bonomia degli abitanti e la comoda lentezza di un piccolo paese in cui puoi guardarti intorno senza urgenze, cliccare istantanee, scambiare due parole con gli abitanti e fare un rapido viaggio nel tempo.

Tribù sannitiche hanno lasciato importanti resti del municipio creato dopo la guerra sociale avvenuta nella seconda metà del I secolo dopo Cristo, fra cui anche vestigia di secolari strutture termali che raccontano di un luogo ameno dove i Romani venivano a “passare le acque”.

Il tortuoso percorso che porta al castello ducale dove fu ospitato il vate Gabriele D’Annunzio, permette, inerpicandosi sulla collina, di scoprire vecchie viuzze dove il tempo pare essersi fermato.
Sono piccoli angoli segreti, autentiche gocce di medioevo.
Molti lungo il percorso sono gli edifici settecenteschi come i palazzi Tilli o De Vincentiis o ancora il De Cinque.

Se potessimo entrare, sicuramente scopriremmo stemmi gentilizi, stanze affrescate, raffinate scalinate.

La parrocchiale di Santa Maria Maggiore è aperta.
Qualcuno sta provvedendo alla pulizia.
M’intrufolo alla chetichella con passo felpato da cheyenne e scopro un bell’interno, impreziosito dal coro e da una bella tela cinquecentesca della Madonna del Rosario.

All’uscita incombe sulla mia testa l’imponente torre maggiore pentagonale del castello.
Affacciandosi dai muri perimetrali della fortificazione si ha la vista dell’Aventino e della valle del Sangro con sopra le montagne a circolo.

Non lontano c’è l’incantevole lago di S. Angelo, contornato da boschi di leccio tra straordinari scorci sulla Majella.
È un posto ideale per il birdwatching con un’antica torretta di avvistamento a difesa della valle.

Il castello ha l’ingresso a pagamento ma entrarci è importante, anche se alla fine sono un pochino deluso.
Ti aspetti comunque una sorta di Caronte all’ingresso e invece trovi una bella ragazza che, stendendoti il biglietto, regala suggerimenti di visita.
Le stanze del maniero parlano di D’Annunzio.

C’è anche in un angolo recondito una scrivania, dove pare che il Vate scrivesse rime.
Oggi c’è un piccolo gufo di legno dimenticato da qualcuno, forse antico talismano in grado di far emergere la vena artistica di chi lo tocca.

Il grande poeta fu ospitato più volte a fine ‘800, quando all’interno della rocca si costituì un importante cenacolo d’arte con incontri di elite tra pittori come Francesco Paolo Michetti di Francavilla, il musicista Francesco Paolo Tosti di Ortona, oltre a scultori e romanzieri.

E' utile ricordare che in ottobre viene celebrata ogni anno la grande festa dedicata a Santa Reparata, la patrona.

Nella chiesa a lei dedicata, dove si trova un bell'altare cinquecentesco e un tabernacolo a trittico su tavola di grande valore, si svolgono funzioni religiose e da lì parte la processione famosa delle "Conocchie", antica tradizione in cui i giovani sfilano in costumi tipici con in testa grandi conche piene di prodotti della terra.

Ora è tempo di muoversi.
C’è da visitare la Riserva Naturale del Lago di Serranella per osservare una delle zone umide più importanti d’Abruzzo.

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Arrivare a Casoli e al lago da Nord e da Sud:

Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara),
uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652 e seguire le indicazioni per Casoli.

Dalla città di Chieti: Prendere la SS 81 e seguire le indicazioni per Casoli.

domenica 22 giugno 2014

Blockhaus: terra di pastori e briganti


Il brigantaggio in Abruzzo ha radici antichissime, soprattutto nel territorio protetto della Majella.
Tra il Seicento e il Settecento e ancor prima nel Cinquecento con il famigerato Marco Sciarra e la sua banda, la povertà indusse gli uomini della montagna a unirsi nei saccheggi e nelle imprese delittuose.

Intorno al 1860, poi, una dura legislazione piemontese che disattese la riforma agraria, acuì i divieti e la povertà nel popolo, reprimendo sanguinosamente ogni forma di protesta.

C’è un luogo bellissimo, immerso nella natura, che ha una grande valenza storica.
Si trova nei pressi del Blockhaus, vetta che si affaccia sia su Chieti sia su Pescara, all’estremità settentrionale del parco Majella.

Qui i visitatori salgono attraverso le strade che da Pretoro, Roccamorice con gli eremi celestiniani o Lettomanoppello, porta fino ai duemila metri sia per sciare in inverno sia per respirare una boccata d’aria pura in estate.

Gran parte dei turisti si ferma al piazzale, perdendosi una passeggiata meravigliosa tra scenari montani bellissimi e pezzi di storia su pietre.

Incontri ravvicinati con pini mughi, rocce, animali come capre selvatiche, camosci, aquile, panorami sui selvaggi valloni di Selvaromana e Orfento, accompagnano gli escursionisti fino a un posto dove parla anche la storia.

Il sentiero è un vero viaggio nel passato.

Si incontrano i resti del fortino Blockhaus, costruito nel 1866, testimonianza di assoluta importanza del brigantaggio successivo all’Unità d’Italia, luogo anche di rifugio per i pastori e, soprattutto la cosiddetta “Tavola dei Briganti”.

Si tratta di una roccia piatta che si raggiunge facilmente con questo percorso segnalato e molto evidente grazie anche ai segnavia del CAI.

Il tracciato costeggia la cima di Monte Cavallo, scendendo verso i prati di Selletta Acquaviva.
Una piccola deviazione conduce alle iscrizioni su pietra.

Per capire meglio di cosa si tratta, tra le tante scritte, si legge ancora:
Nel 1824 nacque Vittorio Emanuele. Prima del 1860 questo era il regno dei fiori, oggi è quello della miseria”.

Arrivati in questa località dove si può riposare, fare picnic e bere acqua di sorgente, si torna indietro per la stessa strada e in tutto avrete impiegato meno di due ore. Si può scegliere di proseguire se si è allenati e un po’ esperti di montagna.

Il sentiero a mezza costa diventa più impegnativo fino al bivacco Fusco a 2500 metri da dove si apre un meraviglioso belvedere su uno degli anfiteatri più belli d’Abruzzo:
Le Murelle con branchi di camosci in libertà.

In meno di un’ora si conquistano i 2694 metri del monte Focalone, la vetta più a settentrione nella Majella, da dove la vista spazia alla vetta più alta del complesso, il famoso Monte Amaro.

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COME ARRIVAREA25 Roma-Pescara, uscita Alanno-Scafa, quindi SS5 direzione Scafa, prendere a sinistra per Pianopuccia, Lettomanoppello e Passo Lanciano. 
Da qui indicazioni per Majeletta e Blockhaus. 

sabato 26 ottobre 2013

Le storie fantastiche di Lama dei Peligni

Lama dei Peligni è un paese nella valle dell’Aventino, alle pendici del monte Amaro, abitato sin dalla preistoria.
Le prime notizie del borgo medievale si hanno nel secolo XII.

Immerso in un contesto naturale di rara bellezza, nell’Oasi Majella Orientale, si trova a pochi passi dalle famose grotte del Cavallone, luogo immortalato dal Vate D’Annunzio che vi ambientò la tragedia della Figlia di Jorio.

Da non perdere in centro, la parrocchiale cinquecentesca di San Nicola con il suo bel loggiato.
È una parte d’Abruzzo, dove leggende e tradizioni si tramandano nei secoli.

Secondo un’antica credenza, tramandata oralmente dai vecchi abitanti del paese, le gigantesche rocce che si ergono tortuose e dolenti dal terreno, nel cuneo che porta al grande anfratto della grotta, erano mostri pietrificati.
Questi animali popolavano il pianeta prima della comparsa degli uomini.

Una di quelle pietre mastodontiche prese la forma di un enorme cavallo, simbolo di libertà e di una natura che non cede alla dominazione degli esseri viventi.
Da qui il nome dato al complesso ipogeo del “Cavallone”.

Sono soprattutto sacre le storie incredibili che ruotano intorno a questo paese dal sapore leggendario.

Una di queste narra di una statua, neanche molto pregiata, dedicata alla Madonna della Misericordia, un’opera in stucco dipinto del secolo XVIII, attribuibile a una bottega di maestri lombardi che da queste parti e ancor più nella vicina Taranta Peligna, hanno lasciato più di un lavoro artistico.

L’esemplare che oggi si conserva nell’abside della chiesa dei Minori Osservanti di Lama non sarebbe neanche originale ma una brutta copia di una statua lignea andata distrutta nel corso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.
La particolarità è che questa statua sarebbe miracolosa.

Anzitutto si rifiuterebbe di uscire dalla sua nicchia e poi da quel posto, dove si trova, sarebbe in grado di proteggere il paese.
Si narra che molti anni fa, nei giorni di festa a Lei dedicata, la Madonna fu portata dai Lamesi in processione.

Dopo pochi minuti si scatenò una tempesta d’inaudita potenza che scrosciò acqua in quantità paurosa dai valloni della Majella.
L’abitato era in serio pericolo.
La processione tornò indietro e quando la statua fu riposta nella nicchia, di colpo la tempesta scomparve.

Questa tradizione non è soltanto orale ma è riportata anche in un vecchio e interessante libro di Francesco Verlengia sulle tradizioni abruzzesi, edito nel 1958.

La singolare circostanza è che esisterebbe sempre a Lama, un’altra Madonna che invece ama circolare in lungo e largo nei paesini del comprensorio.
Parlo della Madonna dei Corpi Santi, raffigurata con mano un fiore e nell’altro braccio, ricurvo, il Bambino.

La statua veste di rosso con ricami in oro ed è coperta da un manto azzurro trapunto di stelle argentee.

La festa della Madonna si svolge nell’ultima domenica di agosto e accorrono fedeli da ogni parte della valle dell’Aventino.



La leggenda racconta che questa figura di Vergine era originariamente custodita nella chiesa di Montemoresco presso Torricella Peligna.
Da qui la statua era scappata e fu ritrovata, settimane dopo, in una piccola cappella nei soprastanti monti Pizii.
La statua camminò ancora per ricoverarsi nella chiesa madre di Gessopalena.

I gessani fecero grandi feste alla Madonna miracolosa, gioiosi che aveva scelto il loro paese come sua casa.
Si decretò una fiera da celebrarsi ogni anno in onore della Vergine.
La Madonna, inquieta però, tornò a camminare due anni dopo.
Fu ritrovata in un campo da un contadino di Lama dei Peligni.
In mezzo ai rovi pungenti vide il manto rosso della mamma di Gesù e il brillare dei gioielli con cui l’avevano agghindata gli abitanti di Gessopalena.
Così fu portata nella chiesa di Santa Croce, tra i mugugni degli abitanti dei borghi vicini che videro questa cosa come una sorta di furto perpetrato nei confronti di Gessopalena.

La Madonna non si mosse più da Lama e anzi pare che protesse il paese anche dal terremoto disastroso del novembre 1706 che abbatté gran parte dell’abitato e che nonostante tutto non fece un grande numero di vittime così come poteva far supporre l’entità della scossa tremenda.

La Madonna, secondo molti abitanti, ancora oggi benedice le nascite e i matrimoni, veglia infermi e moribondi, protegge i pastori.

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Come arrivare a Lama dei Peligni:

Dall'autostrada Adriatica A14 (da nord: in direzione di Ancona; da sud: in direzione Pescara), uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, continuare sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.

Da Chieti: Percorrere la SS 81 in direzione di Guardiagrele, proseguire sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.

Da Pescara: Percorrere la SS 16 in direzione di Chieti, continuare sull'autostrada A 14 in direzione Bari, uscire a Val di Sangro, seguire la direzione Villa S. Maria, prendere la SS 652, continuare sulla SS 84 in direzione Casoli/Lama dei Peligni.


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venerdì 25 ottobre 2013

“Sulmo mihi patria est”: La città dove Ovidio cantò

La piana della valle Peligna, illuminata dal sole dell’autunno, ha una luce straordinaria.
Gli altopiani, piccoli o grandi, in Abruzzo sono tutti straordinariamente belli e in qualsiasi stagione.

Il fiume Aterno segue placido il serpentone di curve.

In certi punti della statale pare prendere il sopravvento sul cemento, con le sue cascatelle d’acqua e le fresche ombre dei pioppeti lungo l’argine.

Se riuscissimo a interrompere la corsa frenetica col tempo e lo spirito si dilatasse ad abbracciare sereno i fianchi del monte Morrone con i borghi arroccati, le umili chiese, gli antichi casolari, i castelli, ne gioverebbe di molto la nostra vita.

Raiano, il paese amato da un giovane Benedetto Croce che passava in un’antica casa colonica le sue calde giornate d’estate, ancora oggi offre il suo bel campionario di persone dai volti quadrati.
Sono però le fronti basse, volitive e i toraci capaci, a tradire l’appartenenza a coloro i quali lavorano e amano la propria terra.

E pensare che in questi luoghi ameni, un considerevole numero di abruzzesi non sono mai passati.
Molti di questi contadini si recano a Sulmona ogni giorno a far mercato tra teste di agli e cipolle, frutta e verdura.

La valle è da vivere senza fretta, assaggiando bontà culinarie a base di zafferano, carne di pecora, vini eccellenti, con l’intento di scoprire borghi antichissimi, tipo Pacentro, Introdacqua di origini altomedievali con il suo fortilizio a pianta quadrata e Corfinio.

Quest’ultimo paesino è stato la mitica capitale della Lega dei popoli Italici contro Roma.

Furono proprio i paesi del sulmonese, Popoli, Tocco e gli altri a dichiarare guerra ai Romani, neanche a dirlo, dopo che Sulmona aveva dato i natali al grande Ovidio.

Arrivo in città che già so di dover tornare nuovamente per darvi conto dell’affascinante eremo celestiniano che se ne sta incassato a nido d’aquila, su di una roccia della montagna, aspettando una mia visita.
Sotto lo sperone di roccia che ospita il luogo sacro, c’è l’immensa badia del Santo Spirito, ricco monastero e cenobio di spiritualità dell’ordine monastico dei Celestini sin dai primi anni del duecento.

Anche il monumentale santuario dedicato al culto di Ercole, del I secolo a.C., divinità italica protettrice dei pastori e delle greggi, con i suoi innumerevoli reperti tornati alla luce dalla notte dei tempi, merita ore e ore di attenzione.

Da secoli è lì e alimenta ancora leggende di maghi e stregoni tra polle d’acqua, boschetti di annose querce abitate da divinità, spelonche di asceti nella montagna sacra, casa anni dopo di Pietro Angelerio da Isernia, futuro papa del gran rifiuto dantesco.

Il temporale così come è venuto se n’è andato, lasciando in terra pozzanghere grandi a riflettere il cielo, ora azzurro intenso lavato a nuovo e pronto a regalare emozioni.

La montagna del Morrone è di un verde ancor più forte e le sue pendici sono inondate di un chiarore che le rende color argento.
Una quadricromia incredibile a rendere Sulmona ancora più bella se possibile.
La città dei confetti che diede i natali al poeta dell’amore, Publio Ovidio Nasone, uno degli artisti più sensibili e raffinati del suo tempo, è una bomboniera nell’Abruzzo che non finisce mai di stupire.

Dopo aver scoperto la splendida Rotonda di San Francesco mi trovo ora in piazza Plebiscito nel cuore del centro storico dove si erge l’interessante chiesa di Santa Maria della Tomba .

L’edificio sorge su di un antico tempio pagano dedicato a Giove Pluvio e capisco il perché da queste parti la pioggia è di casa.

Qui si dice, ma nessuno lo conferma, che fosse ubicata la grande villa dove Ovidio creava le sue odi d’amore.


Non è certa la notizia, così come non è certa la data in cui sorse la chiesa, fondata, questo si, su di un disegno di Nicola Salvitti.
La costruzione dovrebbe risalire al 1060, anno in più, anno in meno.

La facciata, per chi ama l’arte, è d’impostazione romanico gotica con uno splendido rosone del ‘400 che riempie gli occhi.
Fu commissionata questa singolare opera che arricchisce il tempio, dalla nobildonna Pelma del casato degli Amabili.
Pare che la signora amasse così tanto l’arte da concedersi a coloro i quali realizzassero per lei opere immortali.

Accanto alla chiesa e sempre nel ‘400 circa, venne costruito un edificio ospedaliero per indigenti, grazie alla confraternita che oltre a gestire la struttura, nel secolo dopo aiutò all’edificazione del campanile, seconda metà del XVI secolo.

L’interno si lascia ammirare con le sue tre navate ad arcate a tutto sesto, soffitto a capriate, e questo è il motivo per cui tante coppie chiedono di convolare a nozze in questo luogo ambito dove sui muri si ammirano piccoli resti di opere pittoriche del trecento.

La piazza del mercato poi è uno spettacolo nello spettacolo.
La mercanzia ha un’esposizione che pare studiata a tavolino.

Le donne che vengono da ogni dove, hanno i volti rosei di chi lavora all’aria aperta. Formaggi, olio e frutta regalano profumi e gioia agli occhi.

Lungo il corso si snoda la fantasia incredibilmente fervida dei maestri confettieri sulmontini, ricca di estro che si manifesta fra mille colori di cestelli, grappoli e fiori di ogni tipo e gusto.
Invenzioni fantastiche che puoi trovare solo qui, nella patria del confetto.

Nella piazza centrale la statua di Ovidio, il Vate peligno che cantava “Sulmo mihi patria est” sembra quella di un santo cristiano che indica le cose belle create da Dio.

Ovidio Nasone e la sua eterna poesia, che si sublima nelle metamorfosi e negli amori, permeano di sé tutta la cittadina.
A lato c’è un uomo buffo che pare uscito dal meraviglioso paese di Alice.
Piccolo, grasso con due grandi baffi bianchi e folti capelli ricci argento vende caldarroste.
L’autunno regala le sue delizie.

Mentre visito la città, ovunque si aprono squarci su ampi e suggestivi scenari montani che fanno da cornice alla ricchezza monumentale di quest’antico centro storico.

Sulmona, l’antico municipio peligno di Roma deve le sue fortune storiche per la felice posizione geografica, all’incrocio tra l’arteria Claudia Valeria, la “Via degli Abruzzi” del commercio tra Firenze e Napoli e il grande tratturo Celano Foggia, autostrada d’erba della transumanza fin dall’Età del Bronzo.

Imperdibile la visita al Museo Civico con i suoi resti di epoca italica, l’antichissimo acquedotto romano in ottimo stato e il Duomo con la cripta.
Forse il monumento sacro più spettacolare è però la chiesa dell’Incoronata, fuori il centro, un tempo dedicata alla Madonna della Croce, la Vergine nera alla quale le donne affidavano per la protezione gli uomini che partivano con le greggi verso il Tavoliere della Puglia.

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Sulmona è raggiungibile attraverso l'autostrada A25 (uscita "Sulmona-Pratola Peligna") che la collega a Roma (2 ore) e a Pescara (50 minuti). 
Un'altra strada a scorrimento veloce è la S.S.17 che collega Sulmona a Napoli e L'Aquila e la Tiburtina (da Roma a Pescara).
Per chi arriva dal sud non ci sono problemi: l'A14 Adriatica per chi arriva da Termoli, Foggia, Bari e Lecce; per chi arriva dal Tirreno conviene arrivare a Napoli e poi proseguire lungo la S.S.17.



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domenica 20 ottobre 2013

Castel Menardo, antica fortificazione cassinese sull’Alento!

Nel mio vagabondare alla ricerca del bello in Abruzzo, una tappa imperdibile è il territorio di Serramonacesca, in provincia di Pescara.
Della splendida abbazia di San Liberatore a Majella, ho raccontato in altra parte del blog, insieme all’eremo di S. Onofrio, raggiungibile con una semplice passeggiata di venti, trenta minuti.

È questo il periodo forse più bello per scoprire dei posti meravigliosi, immersi nei boschi che si stanno per colorare delle tinte incredibili dell’autunno.

C’è un monumento, però di cui dobbiamo fare conoscenza.
 È la cortina muraria dell’antico Castel Menardo.
Posto in posizione dominante sulla bella valle del fiume Alento, i resti sono evidenti e interessanti da scoprire.

La rocca fu eretta per assicurare la difesa dell’abbazia benedettina.
Nonostante ciò il luogo sacro subì in più guerre, disastri spaventosi fino a essere distrutta sul finire del XV secolo.
La fortificazione è caratterizzata da un impianto triangolare ancora perfettamente riconoscibile.

In una delle sue estremità s’innesta in un corpo quadrangolare mentre, nei restanti vertici liberi, si trovano due torri circolari i cui resti si fanno ancora ammirare.

Con un po’ di attenzione il visitatore riesce anche a individuare i due enormi portali che un tempo davano accesso alle numerose arciere poste lungo la cortina di pietra, evidenziando tutto il carattere difensivo del manufatto.

Il Castel Menardo, per gli appassionati, può essere fonte di studio essendo stato accostato ad alcune fortificazioni cassinesi che hanno fatto tendenza nell’architettura difensiva del medioevo per la singolare accuratezza costruttiva delle murature.

Insomma la rocca, collocata in una spettacolare ambientazione, testimonianza storico culturale d’indubbio valore, potrà regalarvi una gita interessante.
Tornando all’abbazia, vale la pena di terminare la giornata con una bella passeggiata lungo il fiume per scoprire angoli incantevoli e inquietanti tombe rupestri, buchi nella pietra dove incredibilmente vivevano gli asceti in continua preghiera.

I tesori di Serramonacesca si raggiungono attraverso la A25 Pescara Sulmona, uscita Scafa, poi S.S. 539.


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venerdì 18 ottobre 2013

L’eremo nascosto della Madonna dell’Altare

"L'ora più solare per me, quella che più mi prende il corpo, quella che più mi prende la mente, quella che più mi perdona, è quando tu mi parli". (Ada Merini)

Sono milioni.
In apparente stato confusionario si muovono brulicando e trasportando un’incredibile massa di aghi di pino per costruire nidi a cupola dove ospitare le famiglie.

Perché le formiche, ne sono convinto, hanno il culto della famiglia forse più dell’uomo.

È un movimento convulso che visto da vicino, può causare stress.
Eppure a me questo incedere forsennato e senza apparente senso, dentro e fuori il buco del formicaio, mi rilassa e quasi mi trasporta in un’altra dimensione.
Immagino una grande danza di massa, dove quest’incredibili insetti laboriosi si muovono sincronizzati al secondo.

Tutti volteggiano incessantemente senza curarsi di me, ignorandomi a più non posso.

Ricordano il meccanismo di un orologio svizzero e fanno percepire la magica illusione di un grande e unico essere vivente o di una società dove ognuno è parte dell’altro.

È la magia di un mondo perfetto che non esiste se non nei nostri sogni più nascosti.
Guardo l’orologio e mi accorgo di aver trascorso quasi quindici minuti ad ammirare questa fetta di ecosistema forestale.

Non sono lontano da Palena, paese della Majella orientale dominato dalle rocce del versante settentrionale del monte Porrara, elegante vetta che chiude a sud il crinale del complesso.

Abitato antico questo, gravemente danneggiato durante gli scontri tra alleati e tedeschi, nell’ultima guerra.

È per fortuna sopravvissuta alla distruzione e le cannonate nemiche, la settecentesca chiesa del Santo Rosario con la statua cinquecentesca della Madonna con bimbo.
Nel bombardamento fu distrutto il bellissimo castello dei duchi di Caramanico.
Oggi quello che si vede è una brutta copia dell’originale edificio.

La splendida faggeta che porta in otto chilometri al santuario della Madonna dell’Altare è un ambiente spettacolare e selvaggio.
La pittoresca costruzione è a 1272 metri di altezza.

All’inizio della sua lunga vita eremitica, dopo giorni trascorsi nei pressi di Castel di Sangro, Pietro da Morrone, il papa Celestino V, attraversò la zona degli altipiani e scese nella valle dell’Aventino.
Era il 1235.

Il santo rimase quasi tre anni in una grotta scavata sotto di un enorme masso così angusto da doverci stare in ginocchio o disteso.

Il santuario fu poi elevato intorno al XVI secolo per opera dei Celestini giunti da Sulmona a ricordare la presenza in questo luogo del loro fondatore.

I religiosi tennero il luogo sacro e il piccolo convento fino al 1807, anno in cui l’ordine fu abolito.
Allora una facoltosa famiglia del luogo, i baroni Perticone, provvidero a tenere in piedi l’eremo donandolo negli anni ’70 al comune di Palena.
Il nome della Madonna dell’Altare prende spunto dalla roccia su cui è poggiato l’eremo in pietra che fa pensare proprio a un grande altare.
Vado via da questo luogo a malincuore.

Qui regna pace e serenità.
Oltre il bivio dove ho lasciato l’auto, la statale sale al bellissimo e roccioso valico della Forchetta da dove la vista spazia sulle prime propaggini su uno dei più begli altopiani, quello delle cinque miglia.

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Per Palena:
Autostrada A24 uscire a Sulmona e proseguire in direzione Roccaraso – Napoli. Prima di arrivare a Roccaraso girare a sinistra in direzione Palena, Pescocostanzo e proseguire fino alla stazione di Palena. 
Arrivati alla stazione di Palena passare i “Valico della Forchetta” e proseguire in direzione Palena.
Oppure:
Val di Sangro, Casoli, Lama dei Peligni, Lettopalena.
Il santuario è a otto chilometri. 

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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giovedì 17 ottobre 2013

Maria e il Paradiso di Tocco

“Stimo, ch’il ciel m’inestasse amore d’eleggere per mia stanza un Paradiso.
A ciò dal mondo fosse più diviso per unirmi via più col mio Signore….
Pongo però nel tempo che m’avanza pria che l’alma si spogli del suo velo nel vero Paradiso ogni speranza”. (Su di una porta del convento)

Era il 1470 quando un gruppo di frati Minori della Regolare Osservanza arrivò fin sulle pendici del Monte Morrone, alla ricerca di un eremo dove condurre una vita ascetica fatta di rigore, privazioni e preghiera.
 Ai viandanti dovette sembrare proprio il paradiso quel piccolo tempio dedicato alla figura di San Flaviano.

Erano seguaci di Giovanni da Capestrano e avevano collaborato con il santo guerriero che girava in lungo e largo l’Abruzzo tra una battaglia e l’altra, a edificare conventi francescani.
Il frate battagliero era stato anche a Campli, dove aveva creato nella piccola piana di fronte al borgo farnese, il convento di San Bernardino arricchito, dopo la morte del fondatore, di un grande ciclo di affreschi dedicato alla sua imponente figura ancora visibili nel chiostro desolatamente abbandonato alla violenza del tempo.

Nel corso dei secoli l’eremo angusto assunse proporzioni ragguardevoli fino agli albori del seicento.
Ciò è testimoniato dalla data 1604 incisa sull’architrave della porta d’accesso al porticato superiore.

Nel bosco che oggi circonda il luogo, sul lato ovest c’è un gigantesco albero di lauro di forma circolare intorno ad un tavolo in cemento, piantato secondo la tradizione proprio dal seguace di S.Francesco.

Qui si raccoglievano in preghiera i religiosi, sul far della sera, per recitare i “vespri”.
Il convento non ebbe vita facile; subì due soppressioni, la napoleonica del 1811 e quella del governo italiano nel 1866.
Oggi, il visitatore che, attraverso la Tiburtina Valeria Claudia che unisce Roma a Pescara, giunge nel borgo di Tocco da Casauria di fronte, simile ad un bastimento immerso nel cupo verde della piccola foresta, scorge il maestoso edificio religioso di Santa Maria del Paradiso.

Pochi si inerpicano sulle pendici del colle per visitarlo.
Molti preferiscono aggirare la collina per andare a vedere la piana dove grandi pale eoliche girano le loro teste di ferro.

Gran parte dei turisti, poi, fermano la loro attenzione sulla splendida abbazia di San Clemente a Casauria nel fondo valle che più che un edificio religioso appare quasi come un palazzo con il suo portico a tre archi, l’ampio atrio, i portali ornati da sculture.

All’interno del complesso edificato dall’imperatore Ludovico II nel 871 e ricostruito nel XII secolo, tutti vogliono ammirare il grande ambone a cavallo tra romanico e gotico cistercense, l’elegante candelabro cosmatesco con l’edicola a due piani, il singolare altare maggiore costituito da un sarcofago paleocristiano e la cripta antichissima.

Eppure il convento di Tocco, alto sul colle a dominare la valle e le gole del Pescara merita una visita. Basta guardare, ad esempio, il chiostro rettangolare con archi sovrapposti che conferiscono all’insieme una veste severa.

Lungo le pareti, nell’arco delle lunette corrispondente alle arcate e alle crociere, sono visibili begli affreschi con episodi della vita della Madonna, della Natività e della Passione di Cristo.

Sono opere realizzate da ignoti pittori di scuola abruzzese con grandi capacità nell’uso dei chiaroscuri e delle prospettive.
Peccato che spesso il complesso sia chiuso a causa dell’impoverimento delle vocazioni.

Sono fortunato questa volta.
Il frate mi accoglie con l’aria di chi non ama immensamente vedere i forestieri.
Quando gli dico di essere un terziario francescano con trascorsi di Consiglio Regionale laico e di conoscere molti suoi confratelli, il sorriso si apre su di una bocca dall’impalcatura carente di denti.

Mi racconta del povero superiore, frate Virgilio, scomparso da poco, mi chiede di Padre Claudio, racconta di frate Candido che ora gira sempre l’Abruzzo e che spesso è nel convento della Madonna delle Grazie a Teramo perché è il centro più importante rimasto aperto.
Mi chiede se lì ci si trova bene il suo amico Padre Pio.
“Siamo ormai pochi” si schernisce.

Mi porta poi nell’improvvisato bar e, mentre carica la sua bella moka, mi dice che il caffè fa parte della liturgia d’accoglienza.

Non oso chiedergli se da solo si alza alle cinque per le orazioni o, al contrario, se ne strafrega beato.

Se trascina gli zoccoli per dire messa nella chiesa che presumo sia poco frequentata nei giorni feriali o se abbia legami forti con la comunità del paese.
In compenso scopro che ha l’artrosi e, purtroppo, anche l’alitosi.

“Vuoi un altro goccio di caffè, magari con correzione? – ecco la battutaccia – abbiamo tutti bisogno di correzione”.

Sarebbe interessante una visita all’antico refettorio dei frati.
Non tanto dal punto di vista architettonico dato che è reduce nel 1979 di un restauro di dubbio gusto, quanto per le tele dedicate alla Annunziata.
Dal chiostro si accede poi alla biblioteca conventuale dalle ampie volte a botte formate da blocchi di tufo.

Ma il vecchio religioso è restio a introdurmi fin là, soprattutto quando gli dico di aver visto tutte le sale qualche anno prima.
Deve aver capito che voglio scattar foto dal borsone che ho con me.

Quella volta che visitai il convento di Capestrano, riuscii a infilarmi dentro la grande biblioteca e vidi addirittura gli scritti di San Giovanni, dei meravigliosi codici miniati e degli incunaboli antichi.
Qui pare debba rinunciare.
Il rito d’accoglienza manca di un degno finale.
La creazione di questo angolo di cultura risale al secolo XV.

Peccato che nel 1811 per Ordine Regio molti dei codici, dei volumi preziosi, degli incunaboli del ‘500 furono trasportati a Napoli, nella grande Biblioteca Nazionale.

La piccola chiesa è in stile gotico rinascimentale e accoglie il visitatore con un bel portale in pietra contenente una lunetta affrescata nel ‘500 che ritrae la Madonna oggetto della devozione, ai lati, di San Francesco e San Giovanni Evangelista.

Nell’interno, prima di ripartire, mi soffermo beato, a guardare il bel coro ligneo di stile gotico con diciassette stalli.
Fuori il piazzale scorrazzano indisturbati e felici un cane e un gatto insolitamente amici.

Sono sempre stato convinto che gli uomini di Dio sanno sceglier bene i posti dove avvicinarsi al Creatore.

Per raggiungere il convento e Tocco, percorrere la Tiburtina Valeria Km.190, bivio Tocco da Casauria. 
A25 Roma- Pescara: 
Uscita Torre dé Passeri Casauria se provenienti da Pescara.
Uscita Bussi sul Tirino se provenienti da Roma  

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martedì 15 ottobre 2013

IUVANUM e PALLANUM: in viaggio tra leggende e storia

La piana di Santa Maria del Palazzo è un fantastico terrazzo naturale affacciato sugli aspri contrafforti della Majella Orientale nel chietino, equidistante da Torricella Peligna e Montenerodomo da cui si gode un panorama fantastico che spazia dal mare alla montagna.


In particolare quest’ultimo centro merita attenzione per le sue grandi mura fatte di enormi blocchi di pietra levigata, testimonianza mirabile delle origini italiche.

È un luogo ricco di acque, di prati e colture che dovette secoli fa attrarre gli uomini antichi tanto da crearci un insediamento civile e sacro.
Ancora oggi possiamo abbeverarci a un paio di fonti, dove attingevano acqua i Romani.
Una di queste, dedicata a S. Agata, era un tempo famosa tra le puerpere per le abluzioni alle mammelle che non avevano latte per i bimbi.

Oggetto ancora di scavi, i resti del municipio di Iuvanum, l’antica città frentana descritta con dovizia di particolari da Plinio Il Vecchio, si trovano qui, a 1100 metri d’altezza.

Il sito archeologico ha una doppia, grande valenza culturale e paesaggistica.
Le sue pietre hanno attraversato quasi trenta secoli di storia, lasciando molta della esistenza ancora da svelare.

Della città antica si conservano, dal VI secolo a.C., le aree sacre, con resti di due templi gemelli, il foro, il teatro, la basilica, le antiche botteghe artigiane e le strade originarie di accesso, lastricate con le pietre originarie.

In posizione spettacolare, dominata dalla Montagna Madre che pare abbracciarsi con gli attigui monti Pizii, l’area archeologica ha l’ingresso libero fino al tramonto ed è una vera chicca per gli amanti dell’antichità e per chi cerca la storia che si perde nella notte dei tempi.

L’area si visita lungo una minuscola stradina ben evidenziata e lastricata da pietre messe per coltello.

Ciò che resta dell’insediamento romano domina una valle punteggiata da filari di alberi nodosi e secolari che crea l’illusione di un mondo ovattato, dove i forti venti spazzano i prati in lotta con le faggete.


Un luogo appartato ma situato comunque a pochi chilometri dai centri abitati.
Non mancate di visitare l’attiguo Museo della Trasformazione del territorio.

Tornando indietro verso Casoli e il mare di Fossacesia nell’oasi marina dei Trabocchi, ci si può inerpicare verso un’altra area archeologica ancora più misteriosa e affascinante, detta di “Pallanum” per la sua posizione in cresta al monte Pallano, vetta minore di poco più elevata dei 1000 metri.

Grandiose mura megalitiche faranno sobbalzare tutti i sensi tra resti di fortificazioni immani di svariati metri di altezza e affascinanti dolmen che giacciono al cospetto di una superba vista panoramica.
Sono avanzi di mura formate da macigni poligonali enormi sovrapposti e messi insieme senza cemento.

Antiche leggende raccontano che questa fortificazione custodiva un grande tesoro ed era stata costruita dai “Palladini”, uomini enormi che, sui loro superbi omeri, trascinavano senza fatica le grandi pietre.
Si accede a quest’antico e affascinante sito da Bomba, il paese a picco sul lago, attraverso le indicazioni.

Si può terminare la giornata visitando il castello di Roccascalegna, uno dei più bei fortilizi abruzzesi, abbarbicato mirabilmente su di un masso roccioso.
Il maniero è dell’undicesimo secolo e vi affascinerà col suo aspetto arcigno.

Il manufatto vive di storie e leggende coinvolgenti come quella del barone Annibale Corvo De Corvis che nel seicento praticava il famigerato “ius primae noctis”.

Si raccontano anche storie dal sapore dell’incredibile come quella che vede protagonista una misteriosa carrozza priva di conducente che sarebbe trascinata da animali infernali che si paleserebbe ancora nella notte più corta dell’inverno, sfrenandosi in una folle corsa fuori dal borgo fino al cimitero, tra urla disumane e rumori assordanti.

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Il sito di Juvanum si raggiunge dalla costa attraverso la Val di Sangro sulla A14, direzione Casoli, strada Torricella Peligna (47 chilometri circa). Da Roccaraso e Pescocostanzo, il panoramico valico della Forchetta, poi Palena e Iuvanum a 38 chilometri. 
Si può soggiornare a Torricella all'albergo Paradiso cell 333 938 4180


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lunedì 14 ottobre 2013

Gessopalena Vecchia, il paese perduto!

Savina, vecchietta indomita, torna nella casa avita ogni estate.
La sua famiglia aveva una bella abitazione nel borgo vecchio di Gessopalena quando lei era poco più che una vispa bimba.

Correva felice tra le viuzze strette che si aprono su balconi di montagne.

Oggi ha l’incedere incerto, è sorretta da un bastone e, ai primi di maggio comincia a urlare ai figli perché l’accompagnino da Roma nel vecchio luogo dove tutto ricorda tempi spensierati.

Spesso ciò che rende speciale un posto è l’atmosfera che vi si respira, qualcosa d’imprevedibile eppure definito che deriva da chi lo vive come una sorta di patrimonio di affetti ed esperienze sedimentati negli anni.

Cielo e montagne sono i protagonisti dello spettacolo offerto dal borgo abbandonato di Gessopalena posto su di un pendio davanti alla Montagna Madre della Majella, nel regno del lupo e del falco pellegrino.

Le case si trovano a pochi passi dal nuovo paese che sorse dopo l’abbandono delle vecchie abitazioni sventrate prima da un immane terremoto nel 1933 e poi dalla furia omicida delle truppe tedesche in ritirata nell’ultima guerra.

Uno scenario naturale dove la pietra si amalgama mirabilmente con la storia sontuosa di ieri e la solitudine delle rovine di oggi.

Gessopalena, infatti, ha conosciuto la signoria dei Caldora nella prima metà del XV secolo e in seguito dei Capua fino al settecento, infine il dominio dei Caracciolo di San Buono.

Tutte dominazioni che avevano prodotto monumenti insigni andati perduti.

Percorro con le mani in tasca le antiche vie di ciottoli tra le case di sasso rimaste in piedi dopo l’abbandono.

Sulle altre, quelle ormai finite in terra, passo scavalcando qualche maceria.
Quasi mi commuovo nel sentire il suono vuoto delle mie scarpe lungo le vie morte.
Ovunque trionfano ortica secca, bisce, lucertole e ramarri tra fantasmi di pietra.
Emana un’aria di mistero, di presenze, pare di sentire voci di bimbo.

La desolazione circola tra le case, salta dentro finestre vuote mentre un vento ululante accompagna una mattina dai colori indefinibili, insinuandosi nelle vecchie mura e nell’anima.
Una porta giace riversa al suolo, alcune imposte sono scardinate e penzolano nel vuoto come assurde bandiere a mezz’asta per il dolore.

Paese sfortunato questo borgo medievale, nei secoli ha sofferto di frane continue che diverse volte hanno seppellito erba, alberi e massi sotto un manto marrone uniforme.

Siamo alle solite.

I comuni montani in Italia soffrono le vertigini non per l’altezza su cui sono situati, non perché aggrappati a pendii scoscesi o strapiombi mozzafiato, ma per le frane che continuamente modellano marne e arenarie dell’Appennino.

Qui dove la terra è sempre in movimento, sotto i piedi c’è il regno del gesso. Numerose cave hanno determinato anch’esse la fragilità dei terreni.

Oggi un museo, insieme al nome, celebra questa singolarità.

L’antica chiesa di S. Egidio, nella parte alta della “ghost town”, accanto a ciò che resta delle mura del castello, s’immagina solamente insieme all’idea di vecchine che un tempo passavano davanti segnandosi la fronte con la croce.

Arbusti, edere e fitti rampicanti fasciano le pietre in un abbraccio soffocante.

Poi, quasi a lenire la tristezza dolce del luogo, ecco una casina ristrutturata con fiori al davanzale.

Pensare che solo a pochi metri di distanza, la parte nuova del paese riservi piacevoli sorprese con la bella chiesa cinquecentesca della Madonna dei Raccomandati, il Monumento all’Italia con la fontana del 1920 e il ricordo di D’Annunzio.

Per raggiungere Gessopalena Vecchia e Nuova la principale via di comunicazione è la Val di Sangro, autostrada A14, via Casoli di Chieti verso i paesi dell'interno.
Comune tel. 0872 988112

A Torricella Peligna, circa sei chilometri si soggiorna all'Albergo Paradiso ( 0872 969401) per raggiungere l'area archeologica di Iuvanum, l'antica città frentana descritta da Plinio Il Vecchio, conn i suoi templi e la sua acropoli.


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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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