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martedì 31 dicembre 2013

Pacot Video: la vita delle immagini

"Le riprese video non necessitano di molte parole; esse stesse sono parole del vissuto"

Ecco la storia di un teramano, ragioniere in una tranquilla azienda manifatturiera.
Rincorreva un sogno: regalare momenti indimenticabili.

Un mattino del 1992, abbandonò aridi registri, calcolatrice e penna e brandì una telecamera, fluttuando tra matrimoni, comunioni, compleanni, recite scolastiche.

Nasceva la “Pacot Video” , una delle prime ditte di post produzione in Abruzzo, capostipite nel teramano.

Un’autentica fabbrica dei ricordi con filmati sempre originali, capaci di raccontare in modo brioso la storia unica di ogni evento da immortalare.

Perché, ditemi, cos’è l’atto creativo, se non un qualcosa che solo in quel momento ci avvicina a Dio?
Un nanosecondo irripetibile in cui l’arte si fonde con la passione e la perizia.

Forse esageriamo parlando di video.
Ma, in effetti, nelle occasioni che meritano di essere ricordate nel tempo attraverso immagini, ciò che conta è riuscire a beccare il momento che farà emozionare lo spettatore.

Nel tempo la storia si è arricchita di video istituzionali per enti, pubblicitari per aziende, docu- film storici sulla Resistenza teramana con un “riconoscimento alla carriera” nel Premio Internazionale Fotografia Cinematografica “Gianni Di Venanzo”.

Ancora, video sociali, culturali, filmati su convegni e manifestazioni di grande livello, collaborazioni con la tv locale Rete 8 e con il Parco Gran Sasso Monti della Laga.

Poi, nel dicembre 2009, la Pacot Video sale agli onori della cronaca nazionale per la realizzazione di uno scoop giornalistico conosciuto come "Il Fuori onda di Giancarlo Fini" con il magistrato Trifuoggi, che mise a rischio la tenuta del governo e che fece conoscere cosa veramente pensava il Presidente della Camera dell’allora capo del Governo Berlusconi.

Nel frattempo si è specializzata in lavori internet, diventando gestore e webmaster di siti e blog.

Noi ospitiamo Vincenzo soprattutto per la passione dimostrata al territorio, regalando video su borghi d’arte teramani, tra i quali Campli, Atri, Canzano, Castellalto, luoghi magici come Pietracamela e il Gran Sasso e la città di Teramo.



Articolo redatto da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

L'articolo è stato pubblicato su N°2 blog
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giovedì 7 marzo 2013

Valle Piola ... Il fascino della storia

Il video è stato realizzato dalla PacotVideo il 26 aprile del 1997



Le case di Valle Piola sono simili a un gregge riunito.

Sono passate generazioni, vissuto in queste povere case, dormito su alti letti di tavole, e ora riposano per sempre nella fossa comune della chiesa; è passato qui re Manfredi, e la sua anima erra ancora, a notte, senza pace, tra le rovine del suo castello.

È passato qui anche Carmine Santini «il giacobino senza pace» che, dopo una vita di violenza e di travaglio, è scannato, in una forra, dagli uomini del brigante Sciabolone; e qui s’è nascosto Delfico per mesi, vivendo in una grotta e cibandosi d’erbe.

Tutto è storia, tutto ha seguito nel mondo l’ascesa del progresso, ma i montanari di Valle Piola, come quelli degli altri villaggi di questa montagna, sono rimasti quelli che erano.

Esseri primitivi, terrorizzati ancora dal demonio e dalle streghe, che si riuniscono la notte del venerdì dinanzi al vecchio mulino.

Le ferrovie attraversano la terra, gli aeroplani sorvolano le vette ma nulla il montanaro ha voluto apprendere dagli uomini moderni, nessuna meraviglia della civiltà lo ha incuriosito.

Vive come viveva mille anni fa, mangiando ancora il suo farro, che pesta nel vecchio mortaio che già fu degli antenati; bevendo ancora l’acqua della medesima sorgente...”.
(Il giornalista Fernando Aurini in un articolo del 1959)


Valle Piola è nel distretto “Tra due Regni” del Parco Nazionale Gran Sasso-Laga.
È un nucleo di circa dieci edifici più una chiesa e un casale per pastori, a un’altitudine di circa 1000 metri sul versante nord orientale del Monte della Farina.

Da oltre un trentennio è in stato di abbandono.

L’abitato, nel corso degli anni, è stato depredato da gentaglia senza scrupoli.
La vetusta chiesa, con il tetto crollato, non ha più la campana, rubacchiata dai soliti vandali. Scomparsa la statua lignea del patrono San Nicola.

Le pitture sui muri del tempio sono state asportate chirurgicamente insieme all’intonaco.

Identica sorte hanno subito antichi chiavistelli, balconi di legno incastonati nei muri di pietra e portoni di legno intagliato.
Eppure, il fascino di questo grumo di case è incredibilmente intatto!

Il borgo, insieme alla vicina località Case Menghini, era il baluardo rassicurante sull’antica mulattiera, battuta da carbonai e pastori, che collegava la vetta del Monte Farina, rifugio dei partigiani della Resistenza teramana, con gli abitati di Acquaratola e Santa Cecilia.

Da qui i pastori abbandonavano i pascoli per raggiungere i tratturi che collegavano con il Tavoliere delle Puglie o l’Agro Pontino romano per far svernare le greggi.

Valle Piola era un centro importante per questi uomini costretti a mutare improvvisamente le loro condizioni di vita, in quella che era definita la “mala stagione”, di là dall’andamento del tempo atmosferico.



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

Tutti gli articoli sono condivisi su Facebook nella bacheca di Sergio Scacchia e nella pagina "Il Mio Ararat" e su Google Plus.

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lunedì 18 febbraio 2013

Inizia il nostro viaggio nell'entroterra teramano ... le ghost town della Laga

Paesi semideserti, scippati della loro identità.
Sembrano calabroni ronzanti furiosamente, alla ricerca di una via d’uscita contro il vetro di una finestra.

Sono troppi i borghi montani nella Laga e nei Gemelli che rischiano l’estinzione, candidati a divenire “ghost town”, villaggi fantasma.
Legambiente, a proposito dei piccoli comuni, si dice certa che oltre un quinto dei circa 8000 in Italia, stanno già agonizzando.

Il profondo della provincia teramana è un territorio affascinante e ricco di valenze storico-ambientali, ai margini dei flussi turistici che prediligono il massiccio del Gran Sasso d’Italia, meglio strutturato a livello di servizi e capacità ricettive.

Questo ha determinato, negli anni, un inesorabile declino con l’abbandono dei territori da parte delle giovani generazioni e l’inevitabile chiusura di servizi primari quali uffici postali e scuole.

La Laga è piena di borghi dissanguati di uomini, luoghi ricchi di fascino, dove il tempo sembra essersi fermato.
I paeselli si ripopolano, in agosto, di gente legata alle origini in un affetto ancestrale che tiene insieme, con un filo invisibile, una comunità.

Poi, i minuscoli agglomerati di case sprofondano di nuovo nell’abbandono.
Se il senso di appartenenza cedesse il posto alla voglia di vacanze esotiche, queste famiglie non tornerebbero più neanche nella bella stagione.
Un piccolo mondo antico sarebbe condannato senza scampo.

Le casette con piccole logge, i caratteristici “gafi”, balconcini di legno, i portici ad archi, gli angoli incantevoli di natura, non avrebbero più senso neanche per chi ci è nato.

In un mondo in cui tutti si abituano a vivere nell’orbita cittadina, dove a pochi metri hai il necessario, dove il telefonino ha sempre “campo”, dove hai cinema e connessione internet, diventa difficile sedurre con l’arma della natura incontaminata.


Oltre agli agenti atmosferici, che hanno determinato crolli d’intere abitazioni, spesso questi paesi sono stati oggetto di azioni vandaliche da parte di balordi per trafugare materiali di recupero ricercati nel restauro edilizio, depredando le chiese e alimentando traffici illeciti di opere d’arte.


Oggi, comunque, sembra rinascere una nuova sensibilità e interesse per le aree interne, anche da parte d’imprenditori stranieri a caccia di abitazioni rurali da ristrutturare a fini turistici.
Sono in maggioranza inglesi e tedeschi, che negli anni passati investivano in regioni più blasonate come Umbria e Toscana.

Il modello S. Stefano di Sessanio, prima esperienza in Abruzzo di “Albergo Diffuso”, ha fatto scuola.
Molte iniziative di società private si stanno muovendo per acquisire immobili da recuperare negli antichi abitati di “Tavolero”, “Magliano”, “Serra”, “Martese”, “Valle Piola”, “Santa Cecilia”.

Che sia un volano di sviluppo turistico per i nostri giovani?

L’idea vincente potrebbe essere quella di creare un "Museo diffuso" dove i borghi diventino luoghi espositivi di mostre a tema che spronino il turista a visitare i paesi e approfondire la conoscenza delle tradizioni locali.



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domenica 17 febbraio 2013

La semplicità del bello!


C’era bisogno di una nuova rivista, per giunta dedicata al territorio teramano nei suoi molteplici aspetti?

Noi crediamo di sì, ovviamente!

Perché, cari lettori, la magia di questo lembo d’Abruzzo non ha confini.

Scende dalla natura prepotente delle montagne del Gran Sasso, Laga e Gemelli, attraversa borghi ricchi di storia e di umanità, s’inoltra verso colline ubertose, immense campagne colme di prati, vigneti e uliveti e giunge al mare blu Adriatico delle “sette sorelle”.


È un viaggio senza fine tra paesaggi fonte d’ispirazione per dipinti di Monet e atmosfere da sabato leopardiano.

Gli itinerari verdi diventano mirabile scrigno di chiese, torri e rocche.

Scoprire l’ambiente è solo l’inizio di un lungo percorso, il resto è architettura e cultura millenaria.
Un volo d’aquila su montagne, foreste, borghi, opere d’arte per disegnare l’immagine più limpida di un territorio. Infinite suggestioni da cercare e vivere.

L’Abruzzo teramano è anche celebrazione dell’operosità dei suoi uomini, della famiglia, della festa, del buon cibo e del vino puro.
E ha la capacità di trasformarti.

La nostra è una terra nata quasi da un ordine cartesiano, che ti culla spingendo un’altalena di emozioni, sentimenti, che ti afferra per mano accompagnandoti lì dove puoi perderti nella bellezza.
Perché nel teramano è la bellezza, il filo che lega strettamente storia e tradizione.

C’era bisogno di una nuova rivista?
Noi crediamo assolutamente di sì!
E voi?



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domenica 15 aprile 2012

Percorsi d’arte: Il barocco di montagna

Un itinerario d’arte nel cuore montano della provincia tra panorami mozzafiato e opere senza tempo per avvicinarci all’Eterno!

I borghi delle nostre montagne nascondono gioielli di architettura sacra al cui interno si trovano preziosi altari di legno intagliato.
Sono l’espressione mirabile di un barocco di matrice veneto- friulana, adattato al gusto abruzzese, opere in gran parte realizzate tra il ‘600 e il ‘700.

Il nostro itinerario parte dalla chiesa di San Rocco a Montorio al Vomano, esempio illuminante di questa corrente artistica con i suoi quattro monumentali altari lignei.

Sono il frutto della maestria senza tempo di artigiani intagliatori.
Il più bello è sulla parete di fondo, dove si ammira anche una tela dedicata all’Ultima Cena di Gesù.

A Fano Adriano, un portale di sobria bellezza introduce nella cinquecentesca chiesa dei S.S. Pietro e Paolo.
Oltre agli altari meritano attenzione i preziosi arredi interni tra i quali l’importante organo del ‘700 e il bel soffitto a cassettoni dipinto d’azzurro.

San Nicola a Piano Vomano regala altari arricchiti da statue secolari provenienti dall’omonima pieve medievale di Colle del Vento.

Qui la vita si vive in lentezza, immersi nel silenzio e nella natura.
L’anima del borgo è rimasta intatta nei secoli così come i tesori di questo luogo sacro.

La parrocchiale di Tottea ha la suggestiva facciata in arenaria, il tetto a capanna e il sobrio altare dagli artistici ornamenti intagliati.
Nell’antico villaggio si trovano un Ecomuseo e un Centro di documentazione del Parco Gran Sasso e Monti della Laga.

Merita una visita anche la piccola chiesa di Santa Maria Apparente di Alvi del 1300, con interessanti affreschi del XVI secolo.

Il tempio fu edificato grazie ai frati dell’Ordine di San Bernardino.

Altri luoghi dove scoprire il barocco di montagna sono: San’Andrea di Cervaro, con un soffitto ligneo interamente dipinto, San Giovanni Battista nel paese degli scalpellini, Frattoli, con il suo inaspettato portico seicentesco delle “logge” e il non plus ultra dell’arte, a Cesacastina con la chiesa dei S.S. Pietro e Paolo.

Qui gli occhi gioiranno vedendo l’altare maggiore del ‘700, dedicato al Sacro Cuore, sulla cui cima troneggia un Padre Eterno Benedicente.

La chiesa seicentesca è a forma di croce con il campanile a vela e a tre campane, chiuso in alto da due eleganti volute del trecento.

Al suo interno si custodiscono un prezioso calice d’argento smaltato e inciso del quattrocento e una croce processionale dello stesso periodo, di bottega aquilana.


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venerdì 13 aprile 2012

Chiesa di Santa Rufina a Villafranca di Valle Castellana

Il borgo di Villafranca appare come unico edificio, un continuo di case in pietra e viuzze che culminano in una piazza attraverso un arco.

Il ragazzino che incontro ha i capelli arruffati.

E’ spigoloso come sa esserlo un giovane svelto di cervello.
Mi indica l’anziana seduta su di una panca di pietra.
Con il dito della mano decreta che "la vecchia è un po’ rintronata ma sa tutto di tutti e ha pure le chiavi della chiesa".

S. Rufina è isolata tra i campi.
Emana il fascino discreto dell’apparente abbandono.
Evoca bucoliche sensazioni del passato, la suggestione di un placido borgo contadino.

La donna non proferisce parola, neanche un saluto, mi porge con mano rude le chiavi.
Guardo la piccola chiesa nella sua semplicità architettonica.
E’ proprio nella caratteristica di umiltà, che si rispecchiano i caratteri degli abitanti di queste montagne.

Ha subito un rifacimento nel XIII secolo, cento anni dopo la costruzione.
Un trittico, opera di Pietro Alemanno, per motivi di sicurezza visto l’isolamento, è custodito nel museo dell’Aquila.

Una lapide del 1958, nella casetta in pietra adiacente alla chiesa, riporta un fatto prodigioso.

Il tre ottobre 1943, mentre su queste montagne infuriava l’attacco sferrato dai tedeschi contro i partigiani, Luigi Ambrosi, un avvocato di Ascoli Piceno, fu circondato con altri sette giovani e stava per cadere sotto il fuoco nemico.

Un’invocazione dal profondo del cuore a chiedere soccorso alla Vergine e, quando tutto sembrava perduto, un violento terremoto scosse forte la terra.
Grossi macigni rotolarono generando panico fra i soldati tedeschi.
Si diedero alla fuga precipitosa, risparmiando i giovani.

Era il giorno dedicato al Santo Rosario.



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giovedì 5 aprile 2012

Valle Castellana ... Un mondo che scompare

Valle Castellana, estremo confine teramano in un sorprendente scenario naturale.

La valle del fiume Castellano, battuta per secoli da eserciti, mercanti, pastori, pellegrini, si è persa nell’ultimo trentennio un pezzo della sua identità.

Il corso d’acqua scorre placido in una delle più selvagge lande teramane.

"Un paesaggio così se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.
Poi lo trasporti al Louvre e lo metti tra i capolavori dell’arte".

Usa iperboli il buon Umberto per descrivere la sua amata terra.
Quarant’anni spesi a far la spola tra la casa paterna, dove vive ancora l’anziana mamma e il suo lavoro ad Ascoli Piceno.

Il paese di Valle Castellana, "capoluogo" del comprensorio, è in gran parte popolato di anziani.
Alcuni di essi con tanto di vigili badanti polacche al seguito, fornite, pare, dalla “Caritas Diocesana” ascolana.

Donne poco avvenenti perché quelle più belle non ne vogliono sapere di andare in montagna e se ne stanno ad Ascoli Piceno.

La corriera che giunge da Teramo è quasi vuota se si eccettuano alcuni studenti e qualche donna.
Il bus denota tutti gli anni di onorato servizio lungo i numerosi tornanti a gomito.
Ha più crepe il vetro anteriore che rughe il viso di Rita Levi Montalcini.
Ruggine e ammaccature a iosa ma l’autista è impeccabile col suo completo blu Arpa.

A pochi chilometri, c’è il territorio di San Vito con le sue “caciare”, capanne in pietra cui si aggrappavano, come naufraghi alla zattera, i poveri pastori.

Umili ma laboriosi individui con la mente a dimensione spartana, priva di alcun rigurgito di tecnologia.

Un popolo di transumanti che da queste parti ha vissuto giorni duri attraverso i viaggi del gregge, ponendo tappe intermedie con il catasto di questi piccoli avamposti in pietra dove poter riposare le stanche membra.

In piazza mi avevano avvertito: "Se vuoi capire la Laga, contatta l’Umberto … lui è astuto perché da piccolo gli hanno fatto mangiare il cuore di una rondine".
Questa frase è stata buttata lì da un vecchio guitto geniale che mi ha raccontato di un’usanza tribale in voga sino alla fine degli anni ’60.

Divorare il cuore del volatile assicurava grande forza, visto che trascorreva parte della sua esistenza in volo migratorio per delle rotte intercontinentali.
Immaginate oggi cosa avrebbero da dire gli animalisti al riguardo.
Il problema è che le rondini sono quasi completamente scomparse.

Umberto mi presenta il parroco proprio davanti alla bella chiesa dell’Annunziata con la parte antica risalente al Mille, una cripta romanica fatta di pietra arenaria dorata e grigia e un presbiterio rialzato.
È ancora chiusa a causa del terremoto del 2009.
Le porte si aprono quando dico che devo scrivere un articolo sul paese.
Il curato è prodigo di notizie.

Nel 1400 fu edificato il corpo centrale del tempio, originariamente dedicata all’Assunta dopo che, nella vicina Stornazzano, l’edificio sacro era stato distrutto da un terremoto, anche allora devastante.

La statua, molto venerata, fu spostata a Valle Castellana.

Sui muri tracce di affreschi dal carattere popolaresco raffiguranti santi e benefattori che avrebbero contribuito con soldi e lavoro all’edificazione della chiesa.

"Queste pareti - termina il sacerdote - erano state intonacate, ricoprendo le opere d’arte.
In parte sono state recuperate con profondi restauri.
Qui nella vallata tutto cade a pezzi.
Vada a vedere Santa Rufina.
E’ a pochi chilometri.
Scriva che da anni attendiamo fondi per dei restauri".



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sabato 17 marzo 2012

Il comprensorio dei Monti Gemelli ... i due regni della bellezza

Una terra dalla bellezza infinita dove incontrare il popolo della montagna, la storia del mondo, la potenza della natura. Territori inaspettati a pochi passi da Teramo.

Ai piani di S. Angelo in Volturino l’aria è tersa.
Cielo d’alta quota.

Posizione impervia per quello che un tempo era un arco cenobio, il più importante dei tanti luoghi di culto rupestre della Montagna dei Fiori.

I boschi hanno tonalità grigio scuro.


D’inverno i colori perdono incredibilmente vigore.
Faggi e abeti si contendono una frontiera di ecosistemi.
A primavera qui volano i falchi.
Ora la natura riposa.

Il monte Girella, una delle due vette gemelle, sembra una piramide che si alza, regina del tempo che qui sembra essersi fermato.

Torno nel rustico paese di Macchia da Sole per balze tra ciuffi d’erba, pietre, sprazzi di verde misto al bianco delle nevi e, in alto, cumulonembi gonfi di acqua.

L’antico borgo dei Priori, popolato di monaci, oblati e pastori, oggi soffre di spopolamento a causa delle scarse risorse della montagna teramana.

Pensare che un tempo qui esistevano due mulini di cui uno, in località Cannavine, che lavorava a pieno regime.

Dall’altra parte della valle la vista spazia sulla sfortunata Macchia da Borea, la parte povera del paese, dove il sole non abita mai e il freddo “fa cadere i denti senza la tenaglia”, come dice il vecchio Oscar, una vita trascorsa, in ogni stagione dell’anno, tra pecore, capre e formaggi.

Dai resti della possente rocca del Re Manfredi, a picco sulle selvagge gole del Salinello, il mare in fondo all’orizzonte, appare come un miraggio lontano.

Da questa sorta di scatolone tozzo, cubo di pietre transennate dei cui restauri si favoleggia da anni, l’Adriatico lo si può immaginare spumeggiante in inverno tra le spiagge di Alba Adriatica e Tortoreto.

Monte e mare divisi da chilometri di scenografici tornanti.


Il comprensorio dei Gemelli potrebbe vivere turisticamente di rendita tra natura, storia e gastronomia.
E anche misteri!

Le leggende che popolano ciò che resta dei mitici bastioni di Castel Manfrino e le orride gole, gli affascinanti paesi abbandonati di là di Leofara, potrebbero essere ulteriore richiamo per il turismo.

Coperti agli occhi dei comuni mortali, i tanti eremi sparsi lungo il frastagliato corso del fiume, un tempo rifugio di asceti e briganti, avvolti da un intricato dedalo di vegetazione, evocano storie inquietanti.

E invece qui le presenze non decollano nonostante che nel piccolo e unico hotel ristorante della zona si mangi benissimo.

La promozione del territorio è poca cosa.
Eppure qualcuno aveva idee grandiose per il distretto dei “due Regni”.

Molti affermano che l’Ente Parco dimentica questa zona, nonostante anni fa in pompa magna fosse stato inaugurato un bel punto informativo.

A una manciata di tornanti, oltre 1000 metri di altitudine, il borgo di Piano Maggiore col suo pugno di case abbandonate che si animano in estate, ricorda una storia terribile del 1500 quando un gruppo di nove donne ritenute responsabili di crudeli sortilegi, furono processate, costrette a confessare reati mai commessi e condannate al rogo.

La vecchia chiesina di San Pietro custodisce un ossario, dove la tradizione orale racconta fossero custoditi i resti di alcuni temibili briganti quali Antonio di Forca e Berardino di Celidonia con parte del manipolo di manigoldi con cui dividevano le loro malefatte.

Il brigantaggio da queste parti non è mai mancato dal Medioevo in poi, col suo carico di temibili personaggi quali Marco Sciarra, Ursino di Sabatuccio, Alfonso Piccolomini.

Il tempo volge al bello ora che si va verso il tramonto.

Il cielo si tinge di colori.
Le striature di rosso rubino si alternano al blu dei lapislazzuli al topazio color sole, al viola dell’ametista. Una meraviglia!



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sabato 3 marzo 2012

Ruspe a Martese di Rocca Santa Maria, nel borgo dedicato al dio Marte!

Il paese sorse nel 1600 per accogliere un gruppo di persone costrette a fuggire dal loro borgo natio, “Force”, incendiato da una masnada di briganti.


L’ultima volta che avevo visitato il borgo abbandonato di Martese, puntino indefinibile sulla mappa, pulviscolo di carta geografica nei pressi dell’abitato di Rocca Santa Maria, era sempre pieno inverno.

Ricordo il vento e la luce prodigiosa di quella domenica.

Il minuscolo paese, affogato nella sterpaglia tra topi e serpenti, invitava a un eremitaggio perfetto in simbiosi con la terra.

Le magiche sensazioni provenienti dal passato si univano all’emozione trasmessa da un paesaggio incredibilmente bello.


Le famose faggete della foresta martese esibivano colori vividi nonostante la stagione del riposo.

Gli alberi da queste parti, si sa, crescono lentamente, senza fretta.

La loro fibra elastica acquista vigore e si slancia verso il cielo solo dopo aver costruito fondamenta solide e robuste.
Meraviglie vegetali che fanno pensare ai “Pilastri della terra”, il romanzo di Ken Follett.

In paese, l’architrave di una finestra con la data del 1772, apriva uno squarcio sulla storia.

Tra un sipario e l’altro di nubi comparivano, ciclopi di pietra, le creste del Pizzo di Moscio e del monte Gorzano.
Persino le case sventrate e ingiuriate dal tempo, il pugno di tetti crollati e i monconi di mura, destavano ammirazione.

Le vecchie abitazioni, irrimediabilmente mute, di una rusticità ancora orgogliosa, continuavano a trasmettere il calore di famiglie ormai scomparse.

Sui rami del vecchio fico alle porte del paese, si erano raccolte decine di uccelli selvatici che sparavano trilli incredibili e schiamazzavano come vecchie comari che riempiono del loro chiacchiericcio una piazza.
 
Ricordo che pensai alle parole del giornalista Paolo Rumiz che, parlando di rovine, ebbe a dire che saranno pure sinistre ma piene di storie e che i morti fanno sempre meno paura dei vivi.

Quell’essere in una terra di nessuno, quel visitare uno spazio dove non era rimasto nessuno ti eleggeva cacciatore di segreti.

Che bello che era lo sbecco di un comignolo che resisteva su di un tetto semi crollato in mezzo a un ginepraio irto di spine e cespugli di more.

Pareva quasi che gli antichi inquilini proteggessero la loro privacy in questo bazar impazzito di valli e cime.
Tornarci ora e trovare le misere case imbracate come unico cubo di tufo è stato un colpo al cuore.

Martese non è più rassegnata all’abbandono.

Oggi è interamente in ristrutturazione.
Ruspe, gru e operai a lavoro squarciano il silenzio di lunghi anni.

Anzi squarciavano perché è anche vero che i lavori sono fermi da alcuni mesi.
Le maestranze che hanno realizzato l’albergo diffuso di Santo Stefano di Sessanio, vorrebbero mutuare anche qui la fortunata esperienza aquilana ma i problemi sono tanti.

Prima o poi comunque le mura screziate di marrone con pietre in ocra di tinte ammuffite dal tempo, lasceranno il posto a nuove abitazioni.
E da queste parti, inglesi e americani saranno di casa.

Speriamo che saranno salvati alcuni particolari stilistici di tutto pregio come l’arco che si apriva sulla strada maestra e che si preservino le tecniche costruttive e i materiali tipici del luogo.

Perché, il punto cruciale è: riusciranno le nostre montagne a conservare la propria identità, le proprie radici?




Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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