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giovedì 30 maggio 2013

Cesacastina: di pietra, acqua e legno

Un grazie di cuore a Concetta Zilli per la sua preziosa collaborazione nel farci conoscere un paese unico!

Tre parole caratterizzano il paese di Cesacastina, a 1150 metri, nei monti della Laga teramani: pietra acqua e legno.

La pietra e’ stata per secoli la regina.
Ha creato case, strade, muri, è stata utilizzata per altari di chiese, fontane, tabernacoli.

Gli elementi lapidei sono l’anima di questi luoghi.

Il legno dei boschi ha fatto innalzare tetti con travi a vista, ha dato modo di realizzare pavimenti o scuri delle finestre.
È stato sostegno nei lunghi e freddi inverni.

L’acqua è la grande ricchezza di questi luoghi, abbondante e di eccezionale qualità; ha dato forma a ruscelli e fiumiciattoli, cascate e laghetti.

Cesacastina ha una scenografia di grande impatto.
Il paese ha la forma di una croce e, ad ogni estremità corrisponde una borgata: colle, villa mastresco e combrello.
Ognuna di queste zone è a sua volta un piccolo paese con le abitazioni in pietra locale di arenaria, squadrata, solidissima, resistente ai terremoti.

La parte più antica e’ il combrello, contrada “scomoda”, posta in pendenza e per questo la prima ad essere abbandonata dai suoi abitanti.
Secoli fa qui era presente un monastero.
Ecco il perché delle epigrafi in latino, dei moniti, le lodi e i segni d’ispirazione gesuita come le lettere IHS in cui l’H e’ sormontata dalla croce.

Ancora oggi, su un architrave, in piazzetta, si legge un monito inquietante del settecento: DESCENDANDT IN INFERNUM VIVENTES, NE DESCENDANT MORIENTES, se si pensasse più all’inferno da vivi, non ci si andrebbe da morti.
Nel chiuso di una di queste case si trova uno splendido camino fatto in pietra pregiata nel 1780.

Il manufatto è imponente, inciso con fioroni ritorti ed uccelli alati, angeli, grifi con code di leone.

Nella contrada Mastresco c’è una chiesina che può contenere circa venti persone, dedicata all’Immacolata Concezione, dove la messa viene celebrata solo l’8 dicembre.
 Negli anni trenta, nella borgata si contavano più di cento persone tutte con lo stesso cognome: Romani, Marrocco, Tomò.
I capi di bestiame erano oltre cinquemila di cui la metà di proprietà di Samuele Marrocco.

Un discendente della famiglia continua la tradizione pastorale deliziando con la sua ricotta ed il formaggio.
Era qui che lavoravano i più bravi “archire”, intarsiatori di legno, abili nel realizzare le famose arche e madie dove si preparava il pane e si conservavano le scorte di cibo in assenza del frigo.

Le più belle erano incise con una specie di compasso, con motivi di fiori stilizzati.
Di pregio vi era anche il mulino gestito da due donne, cosa insolita per i luoghi e i tempi.

La Villa e’ la borgata centrale.

Vi si erge la bellissima chiesa dedicata ai SS Pietro e Paolo, con la facciata seicentesca e il campanile a vela a tre campane.
Questi bronzi, nei giorni di festa grande, vengono suonati ancora a mano, tirando le funi con una tecnica che pochi conoscono.

Se non vengono agitate le corde con l’esatto sincronismo, infatti, non si ottiene la melodia esatta dei rintocchi.

Due devono essere i suonatori, uno che agita una campana, mentre l’altro che deve trovare il giusto ritmo nelle braccia per tirare le funi delle altre due.
Un terzo uomo e’sempre pronto a dare il cambio al primo cenno di stanchezza.

Sulla sommità della chiesa vi erano due leoni del XIV secolo. Dopo il recente terremoto, per motivi di sicurezza, le fiere di pietra sono state spostate in attesa di restauro e momentaneamente si trovano delle copie realizzate da scalpellini locali.

L’interno si presenta con una pianta a croce e altari barocchi di gran pregio ricoperti con lamine in oro e colonne tortili.
 Quello maggiore, a tre nicchie, contiene le statue lignee dei santi Pietro e Paolo e un Gesù del Sacro Cuore.
In alto troneggia un busto del Padre Eterno e la colomba dello Spirito Santo.

Nella cappella di destra, si ammira un dipinto locale delle anime purganti, mentre in quella di sinistra, che conserva il pavimento in lastroni di arenaria antichissimi, c’è un quadro con la Madonna del Rosario, opera di bottega napoletana, fine XVI secolo.

È un piccolo tesoro conservato nella solitudine dei nostri monti.
Oggi ad accogliere i fedeli ci sono delle panche in legno, ma un tempo ogni famiglia aveva le proprie sedie fatte costruire per l’occasione e tutti occupavano un posto definito.

Quando i giovani convolavano a nozze, il suocero commissionava una nuova sedia, intarsiata, per la sposa, che si accomodava negli spazi della nuova famiglia.

Tradizionalmente la cappella di sinistra ospitava solo uomini mentre le donne si riversavano tutte nella navata di centro.
L'ultimo restauro che ha dotato la chiesa di un bel pavimento in cotto, ha cancellato un segno che ha terrorizzato generazioni di bimbi: la botola coperta da una enorme pietra quadrata.
C’era il carnaio dove prima della legge napoleonica, venivano calati i morti con le funi.

In questo luogo sacro si conserva il pregiato calice in argento dorato realizzato dall’orafo Bartolomeo di Sor Paolo di Teramo nel 1426, molto simile a un altro presente nel famoso British Museum di Londra.
I sei smalti sul piede e sul nodo raffigurano il Cristo tra i santi.
Davanti allo spiazzo della chiesa si ergeva l’olmo secolare, alto trenta metri, piantato nel seicento e divenuto famoso in tutt’Italia, per essere il terzo più grande della penisola.

Per abbracciarlo erano necessarie le braccia di undici uomini.
L’olmo è stato il simbolo della comunità.

Quando in paese si costruì una strada e arrivò l’energia elettrica, l’albero per il taglio delle radici e per le scariche elettriche dei fulmini attirati dalla vicina centralina, perì, lasciando il paese sgomento.

L’ultima borgata, il Colle, è in alto.
Nelle sue vicinanze ci sono le sorgenti migliori della Laga: l’acqua “d’ lu pirdir e d’ li finticell “ oltre a quella “d’ la lagnett” che probabilmente verrà imbottigliata (per caratteristiche organolettiche, è tra le prime cinque acque in Italia).

Non lontano c’è la “cunicell d’ lu coll”, il tabernacolo sormontato da uno splendido viso di angelo alato in pietra e una croce in ferro battuto.
All’interno è conservato un crocifisso ligneo egregiamente restaurato da pochi mesi.




Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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mercoledì 29 maggio 2013

Le storie di Sant'Angelo di Abbamano

S. Angelo in Abbamano è una località agreste di Sant’Omero, un tempo ubicata su di una via molto usata dai romani per condurre gli eserciti nel Pretuzio e nel Piceno ascolano.

Nei tempi antichi, esisteva una sorgente di acque sulfuree, oggi prosciugata. Pare che fosse utilizzata per curare le artrosi.

Il luogo era denominato Sant’Angelum ad Puteum probabilmente proprio per l’odore nauseabondo dell’acqua termale.
 Oggi su quella che era una massiccia costruzione romana di bagno pubblico o forse di enorme cisterna, sorge l’incantevole chiesina dedicata al culto di San Michele Arcangelo, con le sue semplici strutture romaniche senza fondamenta.

Questa ipotesi costruttiva, dettata da più di uno storico, pare suffragata dalla presenza di un mosaico, sul lato destro del tempio, coperto da uno strato di ghiaia minuta, fatto di piccole tessere chiare, che doveva costituire il pavimento dell’edificio superiore del bagno termale.
Proprio su questo mosaico è fondata la base del muro della chiesetta, che in alto è di mattoni rinforzati.

Sull’ingresso della chiesa inoltre, volto a occidente, il gradino della soglia non è altro che un frammento di epigrafe il quale reca incise delle lettere a grandi caratteri imperiali.

Il luogo oggi è solitario ma un tempo doveva essere molto frequentato.
Si deduce dai ritrovamenti di scheletri di animali e di ossa umane.

In un paese come Sant’Omero, martoriato dai continui trafugamenti dei tombaroli, non si capisce bene come non sia stata rubata anche una splendida Madonnina lignea gotica, che fino a qualche anno fa impreziosiva il piccolo tempio contadino.
L’opera, che ora è custodita nel Museo Nazionale d’Abruzzo dell’Aquila, rappresenta la Madonna seduta su uno scanno in posizione frontale mentre sorregge con il braccio sinistro il Bambino in piedi.

Il piccolo Gesù, vestito con una tunica fermata ai fianchi da un drappo, tiene una minuscola sfera nella mano sinistra.
La Vergine velata indossa una tunica coperta da un manto stellato.
L’opera è attribuita ad un maestro ignoto di provenienza umbra.
Sono numerose le leggende che popolano questo luogo dal quale si domina le valli del Vibrata e Salinello.
Storie fantastiche di chiocce con uova d’oro, di tesori nascosti sotto terra e di tumuli bi millenari di grandi personaggi dai corredi funerari ricchissimi.
Il fascino del luogo però risiede nella storia secolare che custodisce.



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domenica 26 maggio 2013

Le terre di Sant'Imerio

Un fiumicello di scarso interesse per brevità di corso nasce dalla montagna dei Fiori, da Colle Appeso a quota 1350, dopo una discesa rapidissima verso Maltignano, con acque fredde e chiassose, prendendo ad Est si allarga in una valle alluvionale tra creste di colline verdi e coronate da cittadine civettuole e borgate ridenti che lo accompagnano nel tortuoso cammino al mare.

"Su una di queste amene colline, a 200 metri di altezza sul livello del mare siede il nostro Sant’Omero … ".

Inizia così il libro di Franco Zechini che, negli anni ‘70, raccontava con dovizia di particolari la storia di questo borgo della Vibrata che gronda di antichità, vigne lussureggianti, badie affascinanti, gastronomia, cultura, folklore e vicende storiche.

Un’esistenza millenaria testimoniata da ritrovamenti di villaggi di epoca neolitica, di sesterzi romani, sarcofaghi di età bizantina, piccoli idoli in pietra o in bronzo, busti marmorei, resti di colonne antiche, frammenti di epigrafi.

Sant’Omero è stato crocevia di popolazioni, dai Siculi ai Viburni, dagli Umbri agli Etruschi fino ad arrivare ai Romani e poi, dopo la rovinosa caduta dell’Impero, alla lunga dominazione barbara, con Visigoti e Longobardi a turno pronti al saccheggio e alla distruzione.

Eppure questo paese, nonostante il suo fascino, è una meta colpevolmente trascurata della nostra provincia, acquattato com’è nella sua valle verde, circondata da terreni ubertosi che paiono dipinti dal pennello di un esperto artista.

Un luogo che facciamo nostro solo d’estate, quando va in scena il Festival del Teatro comico e quando valenti cuochi cucinano in mille maniere il baccalà proveniente dalla Norvegia, in una delle sagre più quotate d’Abruzzo.

Solo allora, tra grasse risate, linguine al sugo di pesce, fritto di stoccafisso, con tanto di trapestio variopinto, ci ricordiamo di questo antico sito archeologico che, nel corso degli anni, ha regalato preziosi reperti dell’antica Roma.
Basterebbe solo soffermarsi a guardare la luce e i paesaggi circostanti, con i Monti Gemelli scuri e netti in fondo all’orizzonte e una lingua di mare azzurrissima alle spalle da togliere il fiato, come davanti alla profondità di una tela di Monet.

Quanta religiosità, poi, nelle vicende del Vico Stramentario che diede i natali ad uno degli anacoreti più studiati dagli agiografi, quel Sant’Imerio che si nutrì per anni di erbe, acqua, preghiere e atti di carità, prima di diventare vescovo a Cremona.
E quanta umiltà nella storia del beato Migliorato, fraticello che per ore e ore custodiva i porci ringraziando Dio per quel lavoro infame.

È in questo posto magico, isolata nella sua altera bellezza, ai margini del torrente Vibrata, nell’antico vicus romano inteso come borgo, che troviamo forse il più antico esempio di edificio religioso anteriore all’anno Mille: la chiesa di Santa Maria a Vico.
Il primo documento storico che parla del sito è una Bolla Papale di Anastasio IV, risalente al 1153.

Architettonicamente il tempio si presenta con la classica facciata in laterizio, con un portale in pietra che reca l’immagine scolpita dell’Agnello Mistico e sormontato da un bel rosone.
La piccola torre campanaria, costruita nel XIV secolo, forma un corpo unico con l’intero edificio.
Entrando si trovano tre minuscole navate, sette arcate con colonne che terminano in un abside semicircolare.

Le pareti sono affrescate ed è stata recentemente restaurata una tela raffigurante la Madonna con Bimbo che sale in cielo fra le nuvole.
Il pavimento è fatto di lastre di pietra antiche.
L’interno è volutamente in penombra, per aiutare la meditazione di chi si ferma.

Da quattro finestrelle, chiuse da grate in pietra intagliata, entra la poca luce esterna.
Il monumento, che si trova in campagna e in splendida solitudine, è preservato anche grazie alla sapiente cura dei Cultori di Ercole.

Il nome affascinante di questa associazione culturale nasce dal ritrovamento di una lapide incisa, risalente all’incirca all’anno 100 d.C., rinvenuta a fianco della chiesa, a diversi metri di profondità, ora collocata su di un muro interno del tempio.

La scritta sulla pietra decretava il giuramento dei fedelissimi dell’imperatore Traiano Augusto che, in memoria di Claudia Edonia e il figlio Claudio Imerio, già cultori di Ercole, promettevano solennemente che ogni anno in ricordo della nascita di Imerio, si celebrasse un solenne banchetto nel tempio di Ercole.
Il lauto banchetto commemorativo si svolge ancora oggi ogni anno, ai primi di febbraio.




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venerdì 24 maggio 2013

Dalle faggete di Prati di Tivo alle immensità di Campo Imperatore

Dalla parte alta del borgo di Pietracamela, una mulattiera panoramica a mezza costa consente di addentrarsi in una delle valli più belle degli Appennini: la profonda Val Maone, cuneo fantastico che separa il Pizzo d’Intermesoli dal Corno Piccolo e il Corno Grande.

Il percorso, adatto a tutti, attualmente è in via di ripristino dopo l’interruzione dovuta all’alluvione del 2011.
Si presenta ombreggiato da faggi per il tratto iniziale e può essere intrapreso anche dalla stazione turistica dei Prati di Tivo.

Si arriva alla prima tappa che tocca le cascate e la sorgente del Rio Arno.
Molti potrebbero già sentirsi appagati e trascorrere del tempo a riposare in questo luogo così bello.

Chi ha buone gambe prosegue, tra grossi blocchi di calcare, ai piedi dei pilastri rocciosi del Pizzo.
La salita porta in località “Capanne”, luogo antico di sosta dei pastori e le loro greggi.
Sono stazzi in pietra a circa 1950 metri di quota.
Saranno circa tre ore e mezzo se non ci si farà prendere da un riposo troppo lungo alle cascate.

Da qui, gli incontentabili saliranno ancora per un’ora, ai 2260 metri del Passo della Portella con i suoi caratteristici spuntoni di roccia. Il luogo è stato frequentato per secoli da mercanti e viaggiatori.

Il premio per la fatica?
Un panorama fantastico su quasi tutte le vette più importanti del massiccio e la conca aquilana.
Un comodo sentiero a mezza costa tocca il “Passo del Lupo”, permettendo la discesa ai 2130 metri dell’albergo di Campo Imperatore.



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domenica 19 maggio 2013

Pietracamela: l’alta via degli antichi commerci


La mia casa è quassù fra le altere pareti e misteriosi silenzi... la mia casa è quassù fra garrule acque e dolcissimi ricordi. Qui sono io, qui è la mia casa, qui sono le mie montagne.
(Antonella Fornari, biologa ed alpinista)

Sulle orme dei mercanti che percorrevano i sentieri di montagna per il commercio del Gran Sasso.

Scopriamo la montagna più alta degli Appennini, visitando il borgo più famoso ai piedi delle Dolomiti d’Abruzzo, dove tanti anni fa nacque l’alpinismo italiano.

La mia casa è quassù fra lo sconfinare delle vette

Il piccolo portale quattrocentesco di San Giovanni, nel cuore di Pietracamela, con il suo campanile a vela, sembra nascondersi in un angolo suggestivo.

Tutto intorno, le case in pietra del 1500, imbracate a causa del sisma, sono attaccate l’un l’altra tra viuzze e salite acciottolate.
Qui tutto si è fermato al maledetto aprile del 2009.
“Terremoti, frane, alluvioni, non ci siamo fatti mancare niente”.

A parlare è Marisa Montauti, che sta preparando la chiesina per la celebrazione eucaristica presieduta dal parroco Don Filippo.
Si dice privilegiata di potersi rendere utile per il Signore.

Scrivilo pure che Pietracamela rimarrà sempre il borgo più bello d’Italia, nonostante la natura si stia accanendo contro di noi”.

È sempre più ostico vivere in questo paese arroccato su di una pendice montana, porta di accesso al versante est del Gran Sasso.
Siamo proprio ai piedi della montagna più alta degli Appennini.

La terra che ha tremato ha interdetto l’ingresso alla parrocchiale di San Leucio, l’antico vescovo di Alessandria, patrono del paese.
La frana al “Sopratore” la parte alta del borgo, tra rocce e fienili ristrutturati, ha distrutto il mondo antico del pretarolo Guido Montauti e le sue singolari pitture rupestri.

Le caverne di Segaturo, a monte dell’abitato, affrescate con le monumentali figure di pastori create dal suo delirio artistico, sono franate miseramente a causa dell’ultima alluvione del marzo 2011.
Anche il vecchio mulino ad acqua è poco più di un moncone di rudere.
Eppure, la magia di Pietracamela non muore!

Ne è convinto il giovane Paolo Di Furia , candidato sindaco alle amministrative con una Lista Civica intenzionata a rilanciare il turismo, unico sostentamento per questo Paradiso in terra.

Lo è anche Paolo della famiglia Trentini, pretaroli da sempre, che sta cercando di far ripristinare il bel percorso del Sentiero Italia che porta ai Prati di Tivo, l’Arapietra e su fino a Campo Imperatore, piccolo Tibet d’Italia.

Secondo il grande Fosco Maraini questa pianura, infatti, somiglia sorprendentemente a quella di Phari-Dzong a 4200 m, sulla strada per Lhasa.

La chiesa di San Rocco, la casa de “li Signuritte” con le bifore del 400, lo stemma civico cinquecentesco, la piazza Cola da Rienzo cui sembra che il paese abbia dato i natali, la cittadella ha ancora tanto per affascinare i turisti.

Qui i residenti ormai sono circa quaranta, gli stessi della frazione di Intermesoli.

Molti ultimamente ci hanno lasciato - mi dice donna Valeria che gestisce una locanda dove si mangia il miglior agnello di montagna -, sono saliti più in alto del Corno Grande a risiedere in cielo. Ma anche in pochi si vive bene, in armonia e pace”.

Borgo storico dell’Abruzzo Ultra durante il Regno di Napoli, Pietracamela apparteneva nel secolo XII al feudo della Valle Siciliana di proprietà dei Conti di Pagliara.

In seguito passò agli Orsini, padroni sotto Angioini e Aragonesi fino a che Carlo V nel 1526 lo consegnò al marchese Mendoza fino all’abolizione della feudalità.

Qui un tempo si lavoravano i metalli, si batteva il rame, si pettinava la lana.
I cardatori del paese erano famosi fino in Toscana e nell’Emilia.
Con la nascita del materasso a molle, l’attività scomparve.

Stessa storia per i famosi “sediai”.
Usavano materie prime locali, legno di faggio e paglia. La robustezza della sedia che si realizzava, dipendeva dall’abile lavoro d’incastro del legno.

Che dire poi dei “casari”?
Erano anch’essi artigiani di grande specializzazione.

Decidevano, con sapienza, quando il latte della munta doveva essere bollito e posto nelle “fuscielle”.

Sempre qui si son dati i natali a tre, quattro generazioni di “Aquilotti”, alpinisti di fama mondiale.

L’antica Petra Cimmeria, compresa nella ristretta cerchia dei borghi più belli d’Italia, con il suo masso sovrastante a forma di cammello, nel fine anno e in agosto vive il suo attimo di gloria.

D’inverno, niente caroselli di piste stile Trentino, niente folle agli impianti, volti noti e riti mondani del dopo sci. Solo turismo familiare e montagna spartana, bella e selvaggia.

In estate il piccolo mondo di case vecchie attrae torme di escursionisti.

Lo spirito del paese è che non importa chi sei e da dove arrivi, qui, nessuno è straniero”, dicono gli ospitali abitanti.
Alcuni di essi, “cardaroli”, indossando i “coturni”, spesse calzature fatte di lana frollata, attraversavano da giovani la Val Maone, lungo l’infido passo della Portella, per vendere mercanzia all’Aquila.

Poco più in alto, sopra la località turistica Prati di Tivo, muraglie inaccessibili di dolomia raccontano, come libro aperto, oltre trecento milioni di anni.



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giovedì 16 maggio 2013

I pilastri della terra (Ovvero sprazzi di benessere)

Gli Appennini sono una delizia.
Pochi ne conoscono la dimensione reale.

Guardi le montagne sulla carta e le immagini come linea sottile che corre da nord a sud dell’Italia. Le guardi invece sul terreno, magari da sopra una cresta, osservi il paesaggio e sogni.

Abbandonando il caos delle spiagge nel teramano è possibile scoprire montagne incantate e vivere sprazzi di benessere, coltivando l’emozione della conoscenza.

Il viaggio affascina tutti dai tempi di Ulisse, anima l’immaginario collettivo.
Esistono modi di viaggiare diversi: uno è quello della velocità, del tempo che stringe, del paesaggio che scorre veloce da dietro i finestrini.

Un altro è quello dell’attenzione, della curiosità, del rapporto con luoghi, gente, natura.

Quello meraviglioso degli odori, dei sapori, del tempo che scorre come fiume tranquillo.
Quello dell’emozione.
Quello del sorriso.

Muoversi e soprattutto a piedi, vuol dire mettere da parte per un po’ l’ansia, immergersi fino in fondo nell’emozione del viaggio, conoscere il mondo toccandolo, gustandolo, ascoltandolo.

Nella nostra provincia tutto ciò è possibile, quindi bandiamo la fretta, entriamo nella vita a tempo pieno, diventiamo potenziali vagabondi.
Perché, chi vive vede molto, ma chi viaggia vede di più!

Se abbandoniamo per poche ore gli assolati arenili delle Sette Sorelle del mare, da Silvi e su fino a Martinsicuro a nord, potremo scoprire vedute superbe entrando nel cuore del Gran Sasso: il grigio Pizzo Intermesoli, con le sue lastre di pietra sfaldata, i due maestosi Corni, il Piccolo con la magnificenza di pinnacoli e creste ardite e il Grande simile a un pezzo di Dolomiti trapiantato da un grande chirurgo nel profondo degli Appennini.

Ammireremo i picchi slanciati di solido calcare che rappresentano il sogno degli scalatori.

Sogneremo cime storiche frequentate fin dal secolo scorso dal gruppo degli “Aquilotti del Gran Sasso” che anticiparono niente di meno che i leggendari “Scoiattoli di Cortina” e i “Ragni di Lecco”, giovani tenaci che salirono tutte le vie classiche e impegnative: il Monolito, le Fiamme di Pietra, Torrione Cambi.

Il teramano può emozionare anche chi ama una montagna più tranquilla fatta di cime arrotondate, di vette che paiono giocare a nascondino, di boschi fitti e rigogliosi, di cascate d’acqua prodigiose, di borghi antichi immersi nel verde.
Sono i monti della Laga!

Sarà sufficiente catalizzare lo sguardo verso il tagliente volo di un falco che disegna infiniti cerchi, sfiorando le imperfette geometrie di cresta, guardare con curiosità il disco fluorescente del sole che scivola oltre la sagoma scura dell’orizzonte, per stare finalmente bene con se stessi.

Potremo vivere della gioia degli alberi sugli erti pendii che crescono lentamente, senza fretta, ammirare la fibra elastica che si slancia verso il cielo dopo aver costruito fondamenta solide e robuste.

Quando guarderemo queste meraviglie vegetali, penseremo ai “Pilastri della terra”, il meraviglioso romanzo di Ken Follett.
Perché le nostre montagne sono ancora luoghi solenni e misteriosi che incutono rispetto e timore.
Un continuo alternarsi di luci, ombre, rumori, musiche, suoni e figure che si confondono tra loro, in un tutt’uno magico. Gli elementi, mescolati fra loro, creano una sinfonia poetica unica, in un insondabile rapporto tra uomo e natura.



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mercoledì 15 maggio 2013

Luoghi comuni, emozioni uniche!

Che cosa possiamo raccontare per presentare degnamente la nostra terra a chi ha deciso di venirci in vacanza, investendo ferie e denaro?
Il teramano è pervaso da un clima di armonia che si riflette tanto nel cibo e nei vini, quanto nella qualità dell’accoglienza che in molti luoghi regala amicizia e simpatia.

Il nostro magazine vuole invitare i gentili ospiti in un ideale tour che può essere:
- sportivo, nel camminare a piedi, a cavallo o in mountain bike sui sentieri del Gran Sasso;
- artistico, per scoprire borghi d’insospettabile bellezza come Sant’Omero;
- storico per calcare le orme di antichi calzari attraverso quella che un tempo era la Via Metella;
- emozionante per scoprire luoghi dell’anima come Cesacastina nei monti della Laga;
- naturalistico, per vivere in sella alla fidata due ruote la Via delle Pinciaie, le case di terra,
- retaggio di un mondo contadino che non c’è più o il Corridoio verde dell’Adriatico;
- religioso, scoprendo il tesoro da non perdere, una delle più antiche chiese d’Abruzzo, Santa Maria a Vico, in mezzo a una rigogliosa campagna o S. Angelo in Abbamano.

Certo, ci sono luoghi che sono luoghi comuni, quelli raccontati con ovvietà dai turisti al ritorno a casa.
Ma in pochi posti in Italia, credo, si riesce a incontrare felicemente il popolo del mare e quello delle pianure e montagne.

Raggiungere, all’alba, il tetto degli Appennini, osservare opere d’arte e vivere il tramonto sul mare nello stesso giorno, da noi è possibile.
Luoghi comuni, sì, ma emozione unica.
Questa è la nostra terra, l’Abruzzo teramano!



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mercoledì 20 marzo 2013

Pedalare sulla via delle Pinciare

Cresce sempre di più, nella nostra Provincia, la voglia d’itinerari che colleghino emergenze storico-architettoniche con luoghi d’interesse paesaggistico e naturalistico.

Nella vallata del Vibrata, cuore della provincia teramana, ricca di paesaggi agresti notevoli e di centri storici preziosi, esiste un percorso nel Comune di Sant’Omero, da poco corredato da apposita segnaletica.

Si presta a essere utilizzato a piedi, in mountain bike o a cavallo:
è la Via delle Pinciare.
Il nome, come si può intuire, deriva da alcuni affascinanti casali realizzati in terra cruda (le pinciare o pinciaie), tipici dell’architettura “povera” abruzzese, che s’incontrano lungo il percorso.

Il dislivello e la difficoltà sono minimi, il fondo in asfalto e, in parte, in terra battuta. Costituisce un esempio, per tutti gli altri comuni, di come si possa valorizzare un percorso esistente, con poca spesa visti i tempi di ristrettezze economiche.

Può costituire il primo ramo di una rete di vie alternative, famose green ways in grado di regalare agli utenti ambiente e storia di un popolo.

Fin dai primi decenni del 1900 le pinciaie, case di terra estremamente povere e immagine della miseria, erano numerose nella fascia adriatica del teramano.

Si può ben dire che queste case, simili a quelle costruite al tempo degli Etruschi, erano comuni nel settecento sia in Romagna che nelle Puglie.

La tecnica costruttiva pare sia stata mutuata, nel secolo scorso, anche dalle popolazioni slave.
Le abitazioni erano realizzate in aperta campagna con argilla e paglia e costituivano mirabili esempi di architettura dell’”arrangiarsi” per contadini, braccianti e pastori.
Erano caratterizzate da fondamenta pressoché inesistenti e poggiavano su tronchetti di legno infissi nel terreno per dare una parvenza di stabilità.

Eppure, a dispetto di una fragilità estrema, le case raggiungevano una certa consistenza, con un piano terra adibito a cucina dal pavimento in terra battuta, camino, camera da letto e magazzino per attrezzi e stalla.

In più, spesso, c’era anche un piano superiore con altri letti.

Finestre minime, locali maleodoranti e umidi, freddo pungente, di certo la vita nelle pinciaie era difficile.

I suoi abitanti beccavano di tutto, dalle malattie polmonari, alla tubercolosi.

Eppure queste strutture sono la storia di quelli che prima di noi hanno abitato la nostra terra e costituiscono l’espressione di un mondo antico che stiamo dimenticando.
Crediamo sia opportuno che si faccia tutto il possibile per preservare questi manufatti dalla loro scomparsa.

Grazie per le foto e la collaborazione del professor Lucio De Marcellis del Coordinamento Ciclabili Teramane.



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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domenica 3 giugno 2012

Biciclettando sul litorale

Pellegrini, ciclisti, filosofi della lentezza, passisti, scalatori, onore a tutti quelli che guardano il mondo da un altro punto di vista, rallentando i ritmi per soffermarsi, osservare, respirare l’aria. Il motto è: "non si va mai abbastanza piano".

Non sono un ciclista abituale, è la frase che mi ripeto, mentre pedalo insieme a una decina di amici del Coordinamento Ciclabili Teramane.
Non potevo disertare però la proposta di trascorrere una giornata in bici sul tracciato del grande Corridoio Verde Adriatico da Ravenna a Santa Maria di Leuca che, nell’Abruzzo Teramano ha uno dei suoi tratti più belli.

Basta osservarmi per rendersi conto: una bici che quasi tutti i ciclisti snobberebbero, uno zaino legato al portapacchi al posto di graziose sacche, abbigliamento adatto più ad una passeggiata che a una pedalata e i chili di troppo che confermano la mia scarsa frequentazione delle due ruote.

Vi assicuro che lo faccio per voi, carissimi lettori!

L’appuntamento di buon’ora, è davanti al monumentale Torrione di Martinsicuro, all’interno del quale c’è l'Antiquarium di Castrum Truentinum, che conserva ed espone i reperti archeologici raccolti nel corso di diverse campagne di scavo, realizzate nel territorio comunale.

Sul nuovo ponte stradale della SS 16 sul Tronto c’è una fascia ciclabile che attende di essere connessa con il lungomare di Martinsicuro e Porto d’Ascoli.

Nel lato teramano c’è la promessa, da parte della Provincia, di realizzare un percorso sopra l’argine che congiunga il ponte alla passeggiata al mare.
Appena si riuscirà a collegare - superando il Tronto - la ciclabile abruzzese con quella marchigiana, si avranno immediatamente 40 km pedalabili che ci darà il primato della ciclabile costiera più lunga del Mediterraneo!

Percorriamo il lungomare di Martinsicuro e Villa Rosa, lasciandoci sorprendere dai colori forti della natura.

Facciamo sosta nell’Oasi di Protezione "Foce del Torrente Vibrata".

Riprendiamo a pedalare lungo la frequentatissima ciclabile di Alba Adriatica e Tortoreto lido.

È stata la prima pista della costa, realizzata più di 40 anni fa.
Ampia, ombreggiata e separata dal percorso pedonale, è un esempio per tutti i comuni della costa.
Superato il ponte ciclopedonale sul Salinello, in breve raggiungiamo Giulianova, attraversando l’interno del suggestivo porto.
Avendo tempo, il turista attento potrebbe fare una sosta salendo al paese per scoprire il bel santuario mariano dello Splendore e godere del fantastico panorama del belvedere.

Attraversiamo il ponte di legno ciclopedonale sul Tordino, il più lungo d’Europa.
La comitiva è allegra.

Ho una sensazione nuova: quella di andare piano.

Pedalare su di un tracciato senza salite è meno faticoso del previsto, sento le ruote della vecchia mountain bike urbanizzata, scorrere felici.

Raggiungiamo Cologna spiaggia, costeggiando la ferrovia lato mare.
Decidiamo, con le nostre bici a gomme larghe, di attraversare, un po’ a piedi e un po’ a pedali sul bagnasciuga, la Riserva del Borsacchio per evitare la pericolosa statale, in attesa della pista ciclabile che colleghi Cologna con Roseto, indispensabile.
In città ci regaliamo un fantastico gelato.

Pochi minuti di sosta e poi, via di nuovo sul lungomare fino alla foce del Vomano attraverso il piccolo porticciolo di Roseto che attende piena valorizzazione.

Quindi attraversiamo il ponte della statale dove auspichiamo si ricavi una fascia ciclopedonale protetta lato mare e iniziamo la ciclabile di Scerne.

Una breve visita al Villaggio Hapimag è d’obbligo.
È un luogo ben curato e bello da vedere.
Una piccola Svizzera in Abruzzo.
Sempre su ciclabile, attraversiamo una selvaggia e suggestiva campagna che arriva a lambire la spiaggia. Mare e campagna si fondono.
Ecco Pineto.

Una sosta sotto i pini d’Aleppo, visto che a quest’ora comincia a far caldo.

C’è una voglia pazza di un fumante piatto di spaghetti con le vongole.
Meglio riprendere a pedalare su terra battuta per raggiungere in pochi minuti l’Area Marina protetta Torre di Cerrano.

Approfittiamo per visitare il suggestivo manufatto salendo anche sul terrazzo di copertura.

Il panorama è meraviglioso.
Silvi Alta alle spalle, la costa pinetese verso nord, la costa di Silvi a sud; lo sguardo prosegue verso gli hotel di Montesilvano.
Una Croazia d’Abruzzo è questo tratto di mare e il colpo d’occhio ne gode.
A Silvi Marina, qualche problema!
Purtroppo ancora è tutto da fare in termini di ciclabilità.
C’è da superare due ponti sulla statale, a distanza di circa 1 km l’un l’altro, sul Piomba e sul Saline.

Sui nuovi ponti stradali progettati a valle della ferrovia sarà ricavata una fascia ciclopedonale che consentirà di scavalcare i due fiumi anzidetti evitando la statale.

Raggiungiamo Montesilvano.

Qui riprende la ciclabile, un tutt’uno con Pescara dove è possibile attraversare il bellissimo Ponte del Mare.

Dal porticciolo turistico di Pescara sud, si potrebbe arrivare, pedalando per mezz’ora, a Francavilla al Mare.
Da qui si spera che presto venga riconvertito il vecchio tracciato ferroviario sul mare dei Trabocchi per arrivare a Vasto!




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