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domenica 23 novembre 2014

Al settimo cielo!

“Se vuoi arrivare primo, cammina da solo. Se vuoi camminare lontano, cammina insieme.” (Adagio popolare)

Prima di partire stamane ho meditato il libro più piccolo della Bibbia.
Chi legge il “Cantico dei Cantici” attraversa l’amore a tutti i livelli, in tutte le sue molteplici sfumature, di qualunque sentimento profondo si parli: tra uomo e donna, tra Dio e il suo popolo, tra i fratelli in carne, tra gli esseri viventi e la natura.

Colpisce la dimensione della continua ricerca tra due esseri in un amore inteso di complicità, di ricerca l’uno dell’altro, in un legame desiderato, sognato.
Ho un po’ di nostalgia di mia moglie, tanta di mia figlia.

Forse era più indicato leggere Giobbe, avrei attraversato il dolore in tutte le sue sfumature, ma ascoltato inequivocabilmente la Parola di un Dio misericordioso, pronto a dare l’ultima parola di conforto.

Sto pensando che sono belle le figure femminili della Bibbia. Rut, ad esempio, è la straordinaria donna di un popolo odiato da Israele ma che entra in quello ebraico, per diventare nonna di David e ristabilire pace fra i due popoli.

Gli Ebrei leggono questo libro a Pentecoste, il tempo della mietitura.
Quando Dio si rivolge a una donna nell’Antico Testamento, accadono sconvolgimenti.
Anche il Signore soffre a causa loro.

Un tempo la montagna ha avuto una forza di attrazione malefica, un po’ come quella del deserto, landa di desolazione, la stessa attribuita oggi ai buchi neri dello spazio siderale.
La morte arrivava di sorpresa sotto forma di un morso di vipera, di una slavina improvvisa, di un piede messo disgraziatamente dove non si doveva.
E poi, la montagna era il regno dei briganti.
Pian piano, tutto è mutato.
Le cime sono diventate pilastri, colonne del mondo, merletti di vita sotto un cielo scintillante di luci.
Sagome di aguzze piramidi, guglie di pietra dal profondo romanticismo rosa, pinnacoli di roccia fra altopiani, strapiombi, gole, foreste.
E così il “modus deambulandi” è tornato quello di un tempo.

Questa mattina è caratterizzata dal passaggio continuo di gruppi di volatili.
Sul finire dell’estate c’è una strana agitazione, una frenesia inconsulta da parte degli uccelli che iniziano a migrare, sulla rotta che dal lago di Campotosto li conduce ai paesi caldi dove svernare.
Passano sulle nostre teste come minuscoli aeroplani.

Crediamo, tra gli altri, di aver scoperto dei bianconi, piccoli aquilotti specializzati nel predare bisce e lombrichi, planando inaspettatamente.
Molti di essi sembrano essere però dei semplici colombacci.
Oggi ci aspetta una polenta a Campo Imperatore se tutto andrà per il verso giusto.
È quello che ci vuole per riscaldarsi perché sta tirando aria gelida.

Stiamo attraversando la valle più spettacolare del versante teramano del Gran Sasso.
Questo cuneo di terra separa il Corno Grande e il Corno Piccolo dai pilastri verticali del Pizzo d’Intermesoli.
Un paesaggio incredibile, uno straordinario succedersi di habitat diversi: boschi, torrenti, pascoli, ghiaioni.
Ma qui c’è anche una grande storia scritta dall’uomo in lotta con balze, nevi e pareti ripide.
Non parlo solo dei grandi scalatori come il capitano De Marchi, che nel 1574 salì con la guida alpina Di Domenico di Assergi, sul Corno Grande.

Chissà quanti uomini l’hanno attraversata sin dai primi anni del cinquecento quando veniva utilizzata come mulattiera, dai mercanti di “carfagni”, i panni grezzi di lana che insieme ai “cotorni”, spessi calzini da uomo, venivano trasportati attraverso il Passo della Portella per essere venduti nella città di Aquila.


Nel teramano c’erano diverse fabbriche laniere che producevano roba egregia.
La Val Maone era anche attraversata dai pastori che, per il Rio Arno da Pietracamela, portavano le greggi nella conca di Campo Pericoli.
I transumanti raggiungevano la parte superiore della valle, lì dove c’erano le famose “capanne” e le grotte che offrivano ricoveri in caso di tempeste di neve assai frequenti. Massimo mi ricorda che qui a Campo Pericoli, il più grande “pericolo”, l’ha corso proprio l’ambiente.
Anni fa fu proposto un mega insediamento di impianti
sciistici di alta quota.

Il progetto prevedeva un collegamento con la valle del Venacquaro, in una sorta di delirio di cemento che avrebbe trovato una successiva colata nella valle del Chiarino.
colpo mortale per il Gran Sasso che, per fortuna non c’è stato.
Una follia che stava per essere realizzata se non fossero intervenuti, provvidenziali, gli ambientalisti a scongiurare un simile scempio.

Al posto di strade, funivie, skilift, oggi qui pascolano beati, grazie a Dio, i camosci e volteggiano, felici, le aquile.
Che meraviglia, ragazzi!
Montagna severa questo Gran Sasso, ancora più affascinante per chi sa coglierne gli aspetti più integri.

Uno spaccato dolomitico con rocce che appaiono come plastici ed eleganti ammassi creati dalla mano di un gigante, fino a giungere alla stupenda parete nord e alle Spalle del Corno Piccolo.

All’opposto, troviamo i più selvaggi versanti meridionale e orientale del Corno Grande, lavorati in maniera ossessiva, tra profonde incisioni, slanciate guglie, tortuosi canali e sinuose creste.

Stiamo per vivere intensamente la diversità dei due versanti: quello teramano tutto antropizzato con la presenza massiccia dell’uomo, quello aquilano con la brulla piana di Campo Imperatore e i deserti crinali che scendono verso i deliziosi paesi come Santo Stefano di Sessanio, Castel del Monte, Calascio.
Il Passo della Portella è a 2260 metri di altezza.
C'arriviamo abbastanza provati.
La fatica si sta accumulando anche se l’entusiasmo non è scemato nemmeno di un tocco.
Sulla nostra destra svetta il Pizzo Cefalone.
Un passo dietro l’altro.
Dieci, cento, mille orme, il dislivello di poco più di cento metri per raggiungere la sommità sulla quale insiste il Duca degli Abruzzi a 2388 metri d’altezza, è colmato tra vari ondeggiamenti.

Il rifugio è dedicato a un grande
esploratore italiano, Luigi Amedeo di Savoia, duca, per l’appunto, quasi sicuramente uno degli esponenti più amati della Casa Reale.
È una storia di vita complicata, avventurosa, quella del cugino “povero” del più famoso Vittorio Emanuele II re d’Italia.

Tra una spedizione e l’altra in cui si portava con sé un uomo mito della storia dell’alpinismo italiano, Vittorio Sella, finissimo fotografo, il nobile uomo ebbe varie avventure.
Anche galanti, vi assicuro, con donne di alto lignaggio fra cui l’americana Catherine Elkins, desiderata da mezzo mondo.
Luigi Amedeo viaggiò in Alaska, arrivò nel Polo-Nord, in Karakorum, salì il K2 e non disdegnò paesi con mille problemi, come ad esempio la Somalia.
Ma lo sapete? Fa anche freddo. Un freddo boia!
Occorrerebbero i guanti, un giaccone più pesante.
Il sole sta calando e i suoi raggi s’infilano nella vallata sottostante.
Quando arriviamo alla stazione alta della funivia del Gran Sasso, al rifugio Campo Imperatore stanno scendendo le ombre di un raffinato ma gelido tramonto.
 
L’ostello è stato ricavato dagli antichi locali che ospitavano la struttura di servizio della stazione di arrivo della funivia che, ancora oggi, parte dalla sottostante Fonte Cerreto.

Naturalmente all’interno il riscaldamento non funziona!
Rimediamo un’anonima stufa elettrica.
Meglio di niente.

Riequilibrato il sistema termico dei nostri corpi, mentre Massimo chiude gli occhi, decido di dare un occhiata.
Attraversato il piazzale, mi affaccio verso la piana.
Che meraviglia!
In fondo si nota una moto di grossa cilindrata.
È simile a un proiettile colorato, sparato da una parte all’altra del paesaggio.
Deve, certamente, essere una sensazione incredibile.
fruscio dell’aria sulla carenatura, la lingua di strada bianca che corre davanti la ruota anteriore, la linea di mezzo riflessa sulla visiera del casco integrale.

L’albergo è un cimelio storico e lo si capisce anche dalla struttura decisamente sfruttata.
Ospitò Mussolini durante la sua prigionia sulle vette del Gran Sasso.

Da qui il Duce mise un nuovo tassello alla sua vita avventurosa, con una liberazione che la storia ricorda quanto meno rocambolesca.

Sembra quasi di vederli ancora gli alianti dell’aviazione tedesca, il 12 settembre del 1943 alle ore 15,00 circa con gli incursori paracadutisti che circondano l’albergo per liberare il prigioniero eccellente.
Foto e cortometraggio dell’evento hanno fatto più volte il giro del mondo.
Sono parte della storia del nostro paese.

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Tratto dalle pagine del libro di Sergio Scacchia "Il mio Ararat"(La Cassandra edizioni).

Un grazie di cuore all'amico Daniele Machetti per le splendide foto della fioritura di maggio a Campo Imperatore!

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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sabato 12 ottobre 2013

Il mio Ararat!

Dal secondo libro: "Il mio Ararat". 
Capitolo: Sui sentieri del Piccolo Tibet

...Abbiamo visitato il curioso e minuscolo museo della vecchia funivia del Gran Sasso.
Il tavolaccio su cui ho dormito, ha lasciato i segni nella mia schiena ormai scricchiolante.
Decidiamo di rimanere in zona per almeno un paio di giorni e divertirci a percorrere qualche sentiero di cresta.

Seguiamo il percorso per la sella di monte Aquila, diretti al rifugio Garibaldi.
Una volta superato l’osservatorio astronomico, inizia un tracciato a mezzacosta, direzione nord, passando sotto cresta e in salita, che giunge alla Sella di Monte Aquila a 2335 metri.

Da qui la vista spazia su Campo Pericoli e la val Maone dalla quale siamo giunti. Scorgiamo anche il rifugio Garibaldi, uno dei primi eretti nell’intero Appennino.
Se continuassimo in direzione nord raggiungeremmo il “Sassone”, un grosso masso a quota 2500, che prelude al sentiero per il bivacco


Bafile, che si raggiunge con qualche difficoltà e il passaggio attraverso corde e scalette metalliche e su di un terreno non facile con passaggi di primo e secondo grado.

Massimo vorrebbe divertirsi con questa sorta di Tagadà d’altura, ma con veemenza io rinuncio.
Sarò pavido, se dovessi precipitare forse non farei un euro di danno, ma non potrei raccontarvi questo fantastico viaggio!
Pieghiamo verso il Garibaldi, che raggiungiamo scendendo un sentiero a sinistra.
Che sensazione incredibile guardare le cime più alte diventare navi di pietra appena il vento, radunando le nuvole, crea un bianco oceano sotto la valle.

Tutte le vette fanno a gara nell’esibire ciascuna una sua particolare combinazione di forme, strutture e colori per rendersi inconfondibili agli occhi di chi le guarda.

Apprezzo i tormentati profili delle montagne e penso che forse sarà che amo troppo la mia terra, ma il Gran Sasso, più che le Dolomiti, danno l’idea dell’archetipo di luoghi fantastici che fanno pensare agli scenari di Tolkien e le sue vie per raggiungere la “Terra di Mezzo”.

Eppure è “solo” la forza di un’orogenesi remota che ha sollevato incredibilmente i fondali di un antico mare per disegnare questo paesaggio che vive davanti ai miei occhi.

Ritorno bambino quando nel mio diario “Pigna”, disegnavo le cime con rughe, crepacci, foreste, laghi fino a immaginare grotte dove draghi terribili custodivano tesori.
Afferro, avidamente quasi dovessi mangiarlo, il mio binocolo da 300 euro e penso, sorridendo, che mai soldi furono spesi meglio!
Al rifugio decidiamo di fermarci a riposare.
“Quando guardi a lungo nell’abisso- la citazione è di Nietzsche- l’abisso guarda in te”!

Scalare le montagne, affrontare dirupi, spaccarsi le mani sulle rocce, tagliarsi il viso nel gelo.

Perché?


La montagna credo sia dentro l’uomo.
In alto, la vita è migliore, i conti sembrano tornare, si ha la sensazione che tutto non finirà mai.
Quando si scende a valle, è allora che si rimane preda dei problemi, l’uomo torna piccolo elemento insignificante in mezzo al tutto.

Rivivono nuovamente incertezze, paure, rabbie represse.

Tutto diviene pauroso e vorresti riavere l’incubo della nebbia, del silenzio, del freddo con cui convivevi magicamente in vetta.

È tempo di riprendere il cammino, direzione sud-sudovest puntando all’evidente intaglio del valico del Portella.
In breve siamo di nuovo al rifugio di Campo Imperatore, stazione alta della funivia.


Per raggiungere i sentieri del Piccolo Tibet d'Italia:
da Roma: autostrada A24 fino al casello di Assergi, poi Statale 17bis per Fonte Cerreto (stazione di partenza della funivia) e Campo Imperatore quindi con la Statale 17bis c fino all'Albergo (stazione di arrivo della funivia).
da Teramo: autostrada A24 fino ad Assergi poi come sopra.
da Pescara: autostrada A25 fino a Popoli quindi Statale 17 per Barisciano e L'Aquila da cui ad Assergi quindi come sopra.


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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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mercoledì 24 luglio 2013

Sui silenziosi sentieri del piccolo Tibet d'Abruzzo

“La roccia è una fasciatura, la garza che medica dallo stress della vita!” (Mauro Corona)

Volete assistere ad uno spettacolo della natura?

Trovatevi all’’alba di un nuovo giorno d’estate nella piana di Campo Imperatore, il piccolo Tibet d’Abruzzo.

Tutte le cose risulteranno come nuove, ne scorgerete la bellezza in ogni anfratto esplorato dai vostri occhi.

La luce d’inizio giorno è indescrivibile, un diadema di colori.
Pare di essere avvolti da tulle che velano tutto di emozione.
Le montagne che cingono il paesaggio lunare della piana, appaiono come pacifici dinosauri incredibilmente immobili.

Il silenzio tra i meandri brulli che, alla vista, si insinuano per chilometri, fa pensare a Dio che quando opera, lo fa sommessamente senza sbandierare il suo arrivo.

Secondo una tenerissima leggenda tibetana, le montagne sarebbero frammenti di stelle cadute dal cielo e le pianure enormi, si formerebbero dai granelli immacolati della loro scia.

Un giorno, dicono i saggi, tutto potrebbe tornare da dov’è venuto.

Occorrerebbe forse fissare le pendici con i chiodi per impedire che volino via.

Guardare a questo infinito paesaggio è come entrare nel primordiale.
Ti obbliga a ripensare alla tua esistenza.
Quando si ha bisogno di sognare ad occhi aperti, basta arrivare qui in questa sorta di capolinea della geografia emozionale.

Puoi vederci grandi deserti asiatici, sconfinate praterie californiane o semplicemente un pianoro di aridi pascoli, ma credetemi, qui non si giunge per caso.
Si è chiamati per essere come davanti a sé stessi.

È come aprire una via tra cielo e terra.
Potrete immaginare di avere le stesse visioni di Francesco d’Assisi che pregava solitario nel film “Fratello Sole, sorella Luna” o “Trinità” il buon Terence Hill, cowboy dal cappello calato sulla faccia, trascinato con il suo povero giaciglio di legno dal fidato cavallo.

Campo Imperatore è un enorme set cinematografico in cui passeggiano il pastore Serafino, impersonato da Celentano, il gruppo di monaci del “Nome della rosa”, pronti a combattere il Maligno.

Pare quasi di vedere anche l’aliante in panne che sulla spianata, plana tra il gruppo di amici che festeggia con il noto amaro, il lieto fine di una brutta avventura e la piccola vettura contornata da migliaia di pecore.
Si cammina nel bel mezzo di una vera leggenda della cinematografia internazionale.
E non solo.

Secondo un amico letterato, Gabriele D’Annunzio guardando questa distesa brulla, ebbe l’ispirazione per scrivere la sceneggiatura di “Cabiria”, niente di meno che il primo kolossal del cinema muto, il cui successo nel 1914, fu avvenimento mondiale.

Bella la storia della piccola donna che durante l’ultima guerra punica nel terzo secolo a.C., venne rapita dai Fenici e venduta come schiava ai Cartaginesi.
Cabiria fu scelta dal sacerdote Kathalo, per essere sacrificata al dio Moloch, ma salvata dal romano Fulvio e dal suo liberto Maciste, poi immortalato, insieme a Sansone, come uomo più forte del mondo.

Sono alcune delle immagini fantastiche legate a questa immensa landa deserta dalla struggente bellezza dei declivi, dai dirupi su cui si stende il verde dei pascoli e l’azzurro del cielo.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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venerdì 24 maggio 2013

Dalle faggete di Prati di Tivo alle immensità di Campo Imperatore

Dalla parte alta del borgo di Pietracamela, una mulattiera panoramica a mezza costa consente di addentrarsi in una delle valli più belle degli Appennini: la profonda Val Maone, cuneo fantastico che separa il Pizzo d’Intermesoli dal Corno Piccolo e il Corno Grande.

Il percorso, adatto a tutti, attualmente è in via di ripristino dopo l’interruzione dovuta all’alluvione del 2011.
Si presenta ombreggiato da faggi per il tratto iniziale e può essere intrapreso anche dalla stazione turistica dei Prati di Tivo.

Si arriva alla prima tappa che tocca le cascate e la sorgente del Rio Arno.
Molti potrebbero già sentirsi appagati e trascorrere del tempo a riposare in questo luogo così bello.

Chi ha buone gambe prosegue, tra grossi blocchi di calcare, ai piedi dei pilastri rocciosi del Pizzo.
La salita porta in località “Capanne”, luogo antico di sosta dei pastori e le loro greggi.
Sono stazzi in pietra a circa 1950 metri di quota.
Saranno circa tre ore e mezzo se non ci si farà prendere da un riposo troppo lungo alle cascate.

Da qui, gli incontentabili saliranno ancora per un’ora, ai 2260 metri del Passo della Portella con i suoi caratteristici spuntoni di roccia. Il luogo è stato frequentato per secoli da mercanti e viaggiatori.

Il premio per la fatica?
Un panorama fantastico su quasi tutte le vette più importanti del massiccio e la conca aquilana.
Un comodo sentiero a mezza costa tocca il “Passo del Lupo”, permettendo la discesa ai 2130 metri dell’albergo di Campo Imperatore.



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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Gli articoli sono inoltre pubblicati da Vincenzo Cicconi della PacotVideo , tra l'altro gestore di questo blog, su:
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