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sabato 23 febbraio 2013

Taccuini di viaggio

Chissà perché ci trasformiamo in viaggiatori solo quando un aereo, una nave, un treno o un qualunque altro mezzo di trasporto ci recapita il più veloce possibile e con il minor sbattimento, a debita distanza da casa nostra.

Vorremmo andare a migliaia di chilometri, a scoprire mondi diversi che diversi più non sono a causa della globalizzazione selvaggia che martoria le nostre civiltà da anni.

Cerchiamo paesaggi inediti, architetture complesse, facce, odori e sapori che si dimentichino dei nostri sensi annoiati.

Abbiamo bisogno di spostamenti geografici come del pane sulla tavola.

Solo allora ci accorgiamo della terra sotto i nostri piedi che si muove intorno a noi.

E invece, siatene certi, viaggiare è anche a pochi chilometri da casa.

D’altronde se potessimo utilizzare una mappa dei nostri movimenti degli ultimi anni, ci accorgeremmo di usare una percentuale risibile dello spazio a disposizione.

Percorsi uguali per mancanza di tempo, per noia o meglio, pigrizia mentale.
Prima che le diottrie negli occhi e le forze nella gambe scemino, cerchiamo di vivere più possibile la nostra terra.

Esploriamo i luoghi amici con costanza, guardandoli con occhi nuovi, avventurandoci tra mare, colline e montagne, vicine ma a volte inusuali e fuori dalla geografia emozionale del nostro animo.

Visitiamo questi luoghi con la digitale in tasca, la mappa e il taccuino per gli appunti.


Giochiamo a fare i reporter con un buon paio di scarpe e il giusto entusiasmo.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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venerdì 22 febbraio 2013

Chi è Nicola da Guardiagrele?

Nicola da Guardiagrele è l’orafo, scultore più grande che l’Abruzzo, abbia mai ricordato.

Vissuto tra il 1380 e il 1459, ha lasciato all’umanità opere di incredibile bellezza, realizzate soprattutto, in metalli preziosi come argento dorato e con l’utilizzo di bellissimi smalti policromi.

Una produzione sterminata quella dell’orafo : croci professionali, ostensori come quello meraviglioso custodito a Francavilla al Mare del 1413 o quello di Atessa di cinque anni dopo, manufatti in argento sbalzato e dorato, piccole statue argentee, tabernacoli e busti reliquari.

L’opera forse più singolare è custodita nella nostra città di Teramo:
il celebre paliotto d’altare, che il grande artista realizzò tra il 1433 e il 1448.
Trentacinque meravigliose formelle d’argento disposte sopra quattro file di nove ciascuna, accompagnate da ventidue losanghe in smalto traslucido e ventisei triangoli posti lungo la cornice.

Un imponente ciclo cristologico, posto sul fronte dell’altare maggiore dell’interno del Duomo di Teramo, che va dal magnifico momento dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria Santissima, alla Pentecoste dove il Signore regala lo Spirito Paraclito.

Raffigurazioni d’incredibile verismo del Cristo Pantocratore, della Vergine sul Trono dopo l’Assunzione al Cielo, dei Santi più grandi con gli Apostoli fino ad arrivare alla formella che sembra non avere scopo nell’insieme, che raffigura il momento delizioso ancorché straziante delle stimmate di San Francesco.

Questa meraviglia fu realizzata per volontà di Giosia d'Acquaviva (feudatario della regina di Napoli Giovanna I) allo scopo di rimpiazzare un altro paliotto d'argento che era di gran valore ed era esposto nei giorni festivi, rubato nel 1416 nel corso dei disordini che seguirono l'ascesa al trono della regina Giovanna II d'Angiò alla morte del fratello Ladislao I d'Angiò.
Uno stupendo capolavoro di oreficeria sacra, da gustare intensamente davanti alla sua lastra di vetro.

Una produzione, quella di Nicola di Andrea Di Pasquale, questo era il suo nome per esteso, creata con uno stile inconfondibile e incredibilmente moderno, nonostante, la sua complessa epoca di passaggio tra il Medioevo e il Rinascimento.

Non dimentichiamo che è una sua opera, l’eccelsa croce professionale esposta nel museo della Basilica romana di San Giovanni in Laterano.
D’altronde l’Abruzzo ha saputo regalare al mondo una tradizione orafa che ha arricchito, per secoli, chiese e cattedrali tra le più importanti e non solo in Italia, dal maestro del quattrocento, cui s’ispirava Nicola, il fiorentino Lorenzo Ghiberti, fino ad arrivare ai grandi orafi del settecento.

La città dell’artista, Guardiagrele posta in posizione incantevole, a picco, nel cuore del dorso sud della Majella, è comunque patria di un’arte che mostra la vitalità abruzzese nella ceramica, nel legno, nella pietra, nei tessuti, nel bronzo.

Borgo di appena duemila anime, esprime il lavoro di fino, di cesello che ancora viene svolto da maestri fabbri, ramai, ricamatrici del famoso merletto della “sedia” con frange fatte di nodi singolari, fino ai gioiellieri, creatori della splendida “Presentosa”.

E’ un monile d’oro a forma di stella da sei a venti punte, che veniva donato dal pastore transumante alla sua donna, prima della partenza con le greggi, verso il Tavoliere delle Puglie.
Nella parte anteriore del gioiello, due piccoli cuori affiancati, indicavano che la fanciulla era una promessa sposa.

Anche nella poesia, il borgo guardiese non ha eguali: ha visto i natali del più grande poeta dialettale della nostra regione, Modesto Della Porta, modesto non solo nel nome, ma anche nelle umili origini e nel mestiere di sarto.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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giovedì 21 febbraio 2013

Il gioiello di Atri

Nel cuore della città d'arte di Atri si erge la splendida Cattedrale di Santa Maria Assunta, con l’ardito campanile dal corpo quadrato.
Il gioiello sacro di Atri è l’armonia della sintesi.
La sua facciata in pietra, la cornice cuspidata, il rosone a dodici raggi, il ricco portale opera trecentesca di Rainaldo, tutto ha un mirabile equilibrio.

Le tre navate al suo interno sono, scandite da archi gotici.
Sulle pareti del coro dei canonici c’è tutta la ricchezza del ciclo pittorico del ‘400 di Andrea De Litio.

Una delle più imponenti opere del Rinascimento abruzzese con pannelli raccontanti episodi della vita di Gesù e Maria, tra Evangelisti, Dottori della Chiesa e Virtù Teologali.
Anni prima, il papa del gran rifiuto, l’anacoreta Celestino V, aveva concesso il privilegio della Porta Santa e delle indulgenze.

Nel trecento fu il feudo degli Acquaviva, che trasformarono l’antica Hatria, in centro amministrativo dei possedimenti, realizzando il palazzo Ducale e le chiese ancora presenti.

Da mecenati furono committenti di opere d’arte d’immenso valore, oggetti di culto e arredi preziosi, tessuti, ceramiche, quadri che oggi rendono pregiate le sale del Museo Capitolare.

Arrivando al belvedere, si viene catapultati nell’infinito in un inferno dantesco che disegna la genesi dei paesaggi argillosi.
E’ l’inedito parco naturale dei calanchi atriani, popolato da rapaci, istrici, volpi, faine.
Dirupi di creste nude avvinti alla vegetazione a fondo valle, che convivono a fatica con il lavoro dell’uomo.
Un ambiente drammatico con spettacolari erosioni, dove potersi regalare escursioni in una natura straordinaria.


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mercoledì 20 febbraio 2013

La piazza dell'antica cattedrale

Nel cuore di Teramo c'è la piazza denominata di S.Anna.
Siamo nell'area più storica dell'antica Petrut!
Qui c'è l'antica cattedrale di Santa Maria Aprutiensis, oggi dedicata alla madre della Vergine Maria,Sant'Anna e prima a San Getulio. Il piccolo tempio fu eretto sui ruderi di una sontuosa domus romana, i cui resti sono visitabili.
Poco lontano si può ammirare il capolavoro del Mosaico del Leone nel palazzo Savini, emblema della storia archeologica di Teramo
Accanto alla chiesa si vede la piccola e monumentale Torre bruciata da cui il nome del quartiere e della via.
Teramo fu incendiata nel secolo XII dal ribelle conte di Loretello, il barbaro che cercò senza riuscirvi di rubare il regno al re Guglielmo I che lo sconfisse un anno dopo rovinosamente!

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martedì 19 febbraio 2013

Arsita: la terra del Bacucco!

“C’è un paese che non morirà mai. È quello dell’anima, della tua infanzia, delle facce dei paesani. È come avere un cielo più vicino; è il posto dove la brezza fa tremare l’erba”.

Queste semplici ma belle parole dello scrittore Ennio Flaiano, credo siano indicate per uno dei borghi più sperduti della provincia teramana.

Arsita è a quarantacinque chilometri dal capoluogo, a 470 metri di altitudine su di uno sperone alla destra dell’alto corso del fiume Fino.

Siamo nel versante orientale del Gran Sasso, alle pendici del monte Camicia.

La storia degli uomini spesso la scrivono le strade.
Sono queste che decidono se un paese deve fiorire o morire.

Questo villaggio di passo, che ha vissuto tempi d’oro quando, non lontano, si snodava la “via della lana e dell’oro”, che univa L’Aquila e molti paesi d’Abruzzo, alla città di Firenze, con cospicui scambi commerciali, oggi conta meno di mille anime, poco più di trecento famiglie con un’occupazione di circa il diciotto per cento degli abitanti, costretti a molta strada per raggiungere il posto di lavoro.

Numeri che fanno riflettere e che riportano alle epoche felici in cui era forte il legame tra le belanti greggi e l’Abruzzo, quando due su tre erano pastori.

In Abruzzo si censiva qualcosa come quattro milioni di ovini, cinque in epoca angioina.

Oltre duemila anni fa, il grande Catone ripeteva che, nei secoli successivi, la pastorizia avrebbe fatto la fortuna dell’Impero Romano. Sappiamo tutti come la storia lo abbia clamorosamente smentito.

Oggi il vello non ha più il valore di prima, le fibre sintetiche hanno preso il sopravvento.
Neanche il bosco rappresenta più la ricchezza.

E pensare che con il duro legno delle foreste, i bravi artigiani di queste parti, in passato, producevano delle bocce indistruttibili famose in tutt’Italia.
Arsita non ha dimenticato il suo passato, è rimasta la terra del “coatto”, il piatto transumante a base di pecora che prende il nome dal latino “coactus”, ristretto.

Dato che, i cafoni di “siloniana” memoria non ci sono più, si è pensato anche a rivitalizzare le presenze, oltre che con escursioni in alta montagna, anche con un singolare museo dedicato all’animale più temuto ma anche più affascinante, il lupo dagli occhi color ambra, simbolo del male, ma anche di forza e coraggio.

L’antica “Bacucco”, chiamata così in onore di Bacco, propone anche gli affascinanti resti di un castello del XVI secolo. Pochi monconi di pietra che trasudano, però, storia tra vicende di guerra, saghe familiari, tradimenti, amori.

Ombre di cavalieri, donzelle, nobildonne e soldati di ventura, paiono prendere vita lungo il crinale di “Cime della Rocca”.

Da non dimenticare la Madonna in Trono con Bimbo in terracotta, all’interno di uno dei santuari delle “Sette Marie Sorelle”, la devozione tradizionale dei semplici e degli umili che ritroviamo nel medio Vomano, lungo la valle del Castellano, del Vezzola e del Tordino.
Le molteplici raffigurazioni di un’unica Vergine che assicurava protezione alla dura vita delle popolazioni di montagna.


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lunedì 18 febbraio 2013

Cellino Attanasio: antico feudo degli Acquaviva.

Cellino Attanasio, antico feudo degli Acquaviva, non è soltanto un paese con una storia sontuosa testimoniata da una cinta muraria potenziata da torrioni che fa intuire l’importanza strategica nei secoli.

Tanto meno questo borgo incastellato ha nel paesaggio che si dipana tra la valle del Vomano e quella del Piomba, in uno spettacolo che dal mare porta fin sulle vette della catena del Gran Sasso, il suo punto di forza.

Quello che più di ogni altro rende Cellino da visitare è la chiesa madre di Santa Maria La Nova, autentico scrigno di meraviglie, posto alla fine del viale Luigi di Savoia che si apre su di una veduta spettacolare che regala mezzo Abruzzo teramano agli occhi del visitatore.

E badate bene che questa chiesa di origini trecentesche, la cui torre campanaria fu inglobata poi alla sua prima edificazione, potrebbe essere un tesoro di più grandi proporzioni se non fosse stata spogliata e alcune delle sue opere fossero state lasciate lì, dove erano originariamente collocate.

All'interno si trova un bel tabernacolo quattrocentesco in pietra attribuito a Andrea Lombardo, autore del portale di S.Antonio a Tossicia, qualche bel dipinto e un cero pasquale finemente lavorato.
 Credo però che il tesoro da non perdere sia il magnifico portale quattrocentesco del napoletano Matteo Capro, attivissimo e quotato artista che in circa dieci anni ha lasciato opere immortali sparse in tutto Abruzzo.

La scena dell’Annunciazione nella lunetta è una maiolica geniale che scrutata attentamente fa riflettere sulla portata e sull’importanza dell’avvenimento.
Sono bellissimi i leoni stilofori che reggono le colonne tortili e i giochi di pietra che contornano l’ingresso.
Importante è anche lo stemma gentilizio della potente famiglia Acquaviva che campeggia sulla parte superiore.


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Inizia il nostro viaggio nell'entroterra teramano ... le ghost town della Laga

Paesi semideserti, scippati della loro identità.
Sembrano calabroni ronzanti furiosamente, alla ricerca di una via d’uscita contro il vetro di una finestra.

Sono troppi i borghi montani nella Laga e nei Gemelli che rischiano l’estinzione, candidati a divenire “ghost town”, villaggi fantasma.
Legambiente, a proposito dei piccoli comuni, si dice certa che oltre un quinto dei circa 8000 in Italia, stanno già agonizzando.

Il profondo della provincia teramana è un territorio affascinante e ricco di valenze storico-ambientali, ai margini dei flussi turistici che prediligono il massiccio del Gran Sasso d’Italia, meglio strutturato a livello di servizi e capacità ricettive.

Questo ha determinato, negli anni, un inesorabile declino con l’abbandono dei territori da parte delle giovani generazioni e l’inevitabile chiusura di servizi primari quali uffici postali e scuole.

La Laga è piena di borghi dissanguati di uomini, luoghi ricchi di fascino, dove il tempo sembra essersi fermato.
I paeselli si ripopolano, in agosto, di gente legata alle origini in un affetto ancestrale che tiene insieme, con un filo invisibile, una comunità.

Poi, i minuscoli agglomerati di case sprofondano di nuovo nell’abbandono.
Se il senso di appartenenza cedesse il posto alla voglia di vacanze esotiche, queste famiglie non tornerebbero più neanche nella bella stagione.
Un piccolo mondo antico sarebbe condannato senza scampo.

Le casette con piccole logge, i caratteristici “gafi”, balconcini di legno, i portici ad archi, gli angoli incantevoli di natura, non avrebbero più senso neanche per chi ci è nato.

In un mondo in cui tutti si abituano a vivere nell’orbita cittadina, dove a pochi metri hai il necessario, dove il telefonino ha sempre “campo”, dove hai cinema e connessione internet, diventa difficile sedurre con l’arma della natura incontaminata.


Oltre agli agenti atmosferici, che hanno determinato crolli d’intere abitazioni, spesso questi paesi sono stati oggetto di azioni vandaliche da parte di balordi per trafugare materiali di recupero ricercati nel restauro edilizio, depredando le chiese e alimentando traffici illeciti di opere d’arte.


Oggi, comunque, sembra rinascere una nuova sensibilità e interesse per le aree interne, anche da parte d’imprenditori stranieri a caccia di abitazioni rurali da ristrutturare a fini turistici.
Sono in maggioranza inglesi e tedeschi, che negli anni passati investivano in regioni più blasonate come Umbria e Toscana.

Il modello S. Stefano di Sessanio, prima esperienza in Abruzzo di “Albergo Diffuso”, ha fatto scuola.
Molte iniziative di società private si stanno muovendo per acquisire immobili da recuperare negli antichi abitati di “Tavolero”, “Magliano”, “Serra”, “Martese”, “Valle Piola”, “Santa Cecilia”.

Che sia un volano di sviluppo turistico per i nostri giovani?

L’idea vincente potrebbe essere quella di creare un "Museo diffuso" dove i borghi diventino luoghi espositivi di mostre a tema che spronino il turista a visitare i paesi e approfondire la conoscenza delle tradizioni locali.



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

Tutti gli articoli sono condivisi su Facebook nella bacheca di Sergio Scacchia e nella pagina "Il Mio Ararat" e su Google Plus.

Gli articoli sono inoltre pubblicati da Vincenzo Cicconi della PacotVideo , tra l'altro gestore di questo blog, su:
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domenica 17 febbraio 2013

La semplicità del bello!


C’era bisogno di una nuova rivista, per giunta dedicata al territorio teramano nei suoi molteplici aspetti?

Noi crediamo di sì, ovviamente!

Perché, cari lettori, la magia di questo lembo d’Abruzzo non ha confini.

Scende dalla natura prepotente delle montagne del Gran Sasso, Laga e Gemelli, attraversa borghi ricchi di storia e di umanità, s’inoltra verso colline ubertose, immense campagne colme di prati, vigneti e uliveti e giunge al mare blu Adriatico delle “sette sorelle”.


È un viaggio senza fine tra paesaggi fonte d’ispirazione per dipinti di Monet e atmosfere da sabato leopardiano.

Gli itinerari verdi diventano mirabile scrigno di chiese, torri e rocche.

Scoprire l’ambiente è solo l’inizio di un lungo percorso, il resto è architettura e cultura millenaria.
Un volo d’aquila su montagne, foreste, borghi, opere d’arte per disegnare l’immagine più limpida di un territorio. Infinite suggestioni da cercare e vivere.

L’Abruzzo teramano è anche celebrazione dell’operosità dei suoi uomini, della famiglia, della festa, del buon cibo e del vino puro.
E ha la capacità di trasformarti.

La nostra è una terra nata quasi da un ordine cartesiano, che ti culla spingendo un’altalena di emozioni, sentimenti, che ti afferra per mano accompagnandoti lì dove puoi perderti nella bellezza.
Perché nel teramano è la bellezza, il filo che lega strettamente storia e tradizione.

C’era bisogno di una nuova rivista?
Noi crediamo assolutamente di sì!
E voi?



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"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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Poggio Umbricchio, il paese che aspetta una visita

La vita, la magia e le difficoltà di un borgo montano che non vuole arrendersi al silenzio

Scriveva Cesare Pavese: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

C’era una volta un antico paese fortificato che spartiva con la roccia, sulla quale era stato erto, un rapporto di amicizia.
Ma venne la guerra, il mondo cambiò faccia e gli uomini lasciarono i monti, confluendo nell’esacerbata solitudine delle città.

Il progresso avanzava, i palazzi raggiungevano vertiginose altezze e le strade si scuotevano di nuovi prodigi elettronici, così la falce macchiata d’erba veniva riposta per instaurare un rapporto di simbiosi con la ruggine.

In breve il paese cominciò a spegnersi, tradito da un lavoro che non conosceva più pazienza.

Non esistono luoghi idilliaci, nemmeno nelle favole, ma se volete fare un tuffo nel passato, saggiare la consistenza della terra, scrutare da vicino le montagne, bagnarvi nelle fredde acque del Vomano e gustare quel che di buono la natura offre, inforcate la Statale 80 del Gran Sasso d’Italia, direzione Montorio al Vomano e proseguire fino a incontrare il bivio per la Provinciale 42C che s’inerpica, indomita, tagliando i pendii che cullano l’abitato di Poggio Umbricchio.

Arroccato nell’alta valle del Vomano, tra il Gran Sasso e la Laga, a ridosso di quella che è stata per duemila anni una delle principali vie di comunicazione tra l’Abruzzo e Roma, questo lembo di montagna, accecato dalle rotte di speranza economica, verte in semiabbandono.

Dal dopoguerra in poi, infatti, ha vissuto - alla stregua dei numerosi borghi limitrofi - uno spopolamento fulminante.

Il piccolo centro rurale, nella stagione fredda, ospita un esiguo numero di abitanti, tanto modesto da contarsi sulla punta delle dita.


I servizi sono praticamente inesistenti.
Eppure il paese è aggrappato alla realtà, grazie alla determinazione della Pro Loco guidata dall’energico presidente Secondo Di Pietro e all’impegno dell’eclettico sacerdote Don Filippo Lanci.
Durante l’anno, non solo nel periodo estivo, il “Poggio” è un crogiolo di attività, eventi e manifestazioni che spaziano dal sacro al profano, dall’enogastronomia all’arte, dalla cultura al divertimento.
Senza dimenticare lo sport e la squadra di calcio amatoriale.

Tra gli appuntamenti più importanti ci sono le rievocazioni storiche di San Antonio Abate, il venerdì Santo con la solenne processione notturna, la Via Crucis con attori e figuranti in costume, il lunedì dell’Angelo, i festeggiamenti in onore della Santa Patrona, Santa Maria Lauretana (8 settembre), e la manifestazione a metà estate “Vivere in un mulino ad acqua”organizzata nei pressi del vecchio manufatto “De Giorgis”, recentemente ristrutturato dall’Ente Parco.

E sarebbe peccato, una volta in paese, non visitare la chiesa parrocchiale di Santa Maria Lauretana (secolo XVI) e, al suo interno, i magnifici altari lignei barocchi, gli affreschi cinquecenteschi, le tele dei secoli XVII-XVIII, il sorprendente soffitto ligneo a cassettoni del Seicento e il cippo miliario romano (IV secolo d.C.).

(di Fabio Petrella - foto Catia Di Pietro)

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sabato 16 febbraio 2013

Mosciano Sant'Angelo: tesori del borgo

Mosciano Sant’Angelo: il borgo nelle parole di una persona che ha scelto questo paese
come patria d’elezione.
Chi più di Daniela Ferrante, infatti, può essere definita “follemente innamorata del territorio”?

Sentite che curriculum:
Laurea in Arti visive e specializzata in Didattica museale, guida turistica della Regione Abruzzo, esperta di valorizzazione e promozione dei Beni culturali, per diversi anni operatrice museale e didattica presso i Civici Musei di Teramo, infine coordinatrice dei Servizi museali per i Musei Civici di Giulianova.

Daniela, a Mosciano Sant’Angelo cosa consiglieresti di vedere?

«Non c’è dubbio, Villa Ventilj con il Museo Pagliaccetti.
Una istituzione che può diventare, con un’attenta e lungimirante programmazione
culturale, unita ad opportuni investimenti di tipo finanziario ma anche di risorse umane e professionali, un’occasione di crescita per il territorio.

La figura di Pasquale Ventilj si è distinta nella storia culturale della nostra provincia nei decenni a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del nuovo secolo. Filantropo e appassionato collezionista d’arte, nel 1914 a Firenze recuperò e acquistò l’intero corpus dei gessi dello scultore giuliese Raffaello Pagliaccetti, salvandoli dalla dispersione.

Oggi è possibile visitare la collezione raccolta ed esposta al pubblico al primo piano
della villa di famiglia a Mosciano, che la Fondazione ha voluto destinare a museo dedicato al grande artista.
Negli spazi suggestivi della villa, immersa nel verde, le sale si aprono una dopo l’altra allo sguardo, animate unicamente dalle opere dello scultore e dalla luce che le circonda.

Accanto ai gessi le loro copie fuse in bronzo nel 2009.
Sono il risultato di un lungo e complesso progetto di tutela che ha previsto prima una fase di restauro dei gessi, e successivamente una fase di realizzazione delle copie bronzee con l’intento di conservare le statue per le generazioni future, sopperendo alla deperibilità del gesso stesso».

Quali sono i soggetti dei gessi e delle fusioni in bronzo?

«Si tratta soprattutto di ritratti di protagonisti, maggiori e minori, della
cultura e della storiai t a l i a n a : Gioacchino Rossini, Galileo Galilei, Ugo Foscolo, Giuseppe Garibaldi, la poetessa Giannina Milli, il filosofo Gino Capponi.

La grande maestria tecnica, la capacità di restituire attraverso dettagli vivi il
carattere psicologico dei personaggi, la resa anatomica impeccabile, l’equilibrio dei gesti e delle pose: tutto il fascino dell’opera dello scultore giuliese trova in questi spazi, in questa atmosfera, un luogo privilegiato della fruizione.

Per gli appassionati la visita può proseguire a Giulianova, nel centro storico,
con la Cappella De’ Bartolomei (Cenotafio) e la Gipsoteca Pagliaccetti.
L’ingresso alla mostra di Villa Ventlj è gratuito ma su prenotazione.
Tutte le informazioni sono reperibili sul sito della omonima Fondazione».

Fantastica poi la Torre Acquaviva, nel centro di Mosciano …

«È un complesso formato dalla Torre del sec. XIV, la chiesa di San Michele Arcangelo con la sua bella facciata in mattoni e il sagrato che costituisce, a mio avviso, lo scorcio architettonico più suggestivo del centro storico.
Frutto di un intervento di restauro e di completo rifacimento della facciata progettato nel 1929 da Francesco Patella, l’architettura del complesso conserva, nonostante i numerosi interventi, un aspetto organico.
Nella Torre Acquaviva, una tra le numerose, svettanti torri in laterizio che caratterizzano il centro storico ricalcando, in parte, l’antico tracciato della cinta
muraria difensiva, è incastonato il bassorilievo inaugurale del 1397 con la figura protettiva di San Michele Arcangelo.

Ai suoi lati i cartigli che narrano dell’edificazione della torre, della committenza
benedettina e delle autorità vigenti nel territorio, rappresentate in basso dallo stemma dei Duchi Acquaviva e delle famiglie a loro imparentate.
L’edificazione della Torre a completamento del sistema difensivo del borgo fornì un
punto d’osservazione privilegiato e particolarmente efficace per la sua difesa e per
il controllo del territorio circostante.
Oggi la costruzione rimane più arretrata e la visuale limitata dagli sviluppi urbanistici successivi, ma sono sufficienti pochi passi per raggiungere il Belvedere panoramico e godere di quel paesaggio ampio e luminoso che da qui accompagna lo sguardo fino al mare».

Non solo Mosciano, però.

«Naturalmente a queste visite si può coniugare una passeggiata per il centro
storico di Mosciano e di Montone…
E scoprire la chiesa ottocentesca dell’Addolorata e l’adiacente, piccolo Museo di
arte sacra, recentemente inaugurato nei locali dell’ex sagrestia.
Il tempio dalla sobria facciata in semplice laterizio, conserva al suo interno alcune importanti opere d’arte che testimoniano la grande dedizione e l’impegno profuso dal Sindaco Pietro Sabatini, dai parrocchiani e dal commendatore Pasquale Ventilij nell’abbellire un luogo di culto così significativo per la comunità moscianese.
Il pittore teramano Gennaro Della Monica, all’apice della sua carriera artistica,
venne incaricato nel 1874 di dipingere le tele per gli altari laterali dell’unica navata, raffiguranti S. Gaetano nell’atto di fare elemosina e S. Andrea che celebra messa.

Dello stesso autore la chiesa custodisce un’altra tela, La Deposizione di Gesù dalla
Croce, ma soprattutto si offrono all’ammirazione del visitatore quattro splendide, eleganti figure femminili che Della Monica dipinge nei pennacchi della cupola tra il 1874 e il 1876.
Le profetesse del Vecchio Testamento Debora, Giuditta, Ester e Sara emergono potentemente dai loro angoli con prospettive ed effetti visivi di trompe l’oeil davvero suggestivi.
Da notare due fantastici particolari: la mano di Debora appoggiata al cornicione in alto e la sommità del bastone di Ester escono letteralmente dalla superficie dipinta perché sono realizzati tridimensionalmente in cartapesta.

Sull’altare principale della chiesa una bella statua dell’Addolorata più suggestivo del centro storico.
Frutto di un intervento di restauro e di completo rifacimento della facciata progettato nel 1929 da Francesco Patella, l’architettura del complesso conserva, nonostante i numerosi interventi, un aspetto organico.
Nella Torre Acquaviva, una tra le numerose, svettanti torri in laterizio che caratterizzano il centro storico ricalcando, in parte, l’antico tracciato della cinta
muraria difensiva, è incastonato il bassorilievo inaugurale del 1397 con la figura protettiva di San Michele Arcangelo.

Ai suoi lati i cartigli che narrano dell’edificazione della torre, della committenza
benedettina e delle autorità vigenti nel territorio, rappresentate in basso dallo stemma dei Duchi Acquaviva e delle famiglie a loro imparentate.
L’edificazione della Torre a completamento del sistema difensivo del borgo fornì un
punto d’osservazione privilegiato e particolarmente efficace per la sua difesa e per
il controllo del territorio circostante.
Oggi la costruzione rimane più arretrata e la visuale limitata dagli sviluppi urbanistici successivi, ma sono sufficienti pochi passi per raggiungere il Belvedere panoramico e godere di quel paesaggio ampio e luminoso che da qui accompagna lo sguardo fino al mare».

Le foto dell'interno del Museo Sacro sono gentilmente messe a disposizione dal sig. Tonino Di Matteo.


Articolo pubblicato sul N°6 di Paesaggio Teramano (Febbraio - Marzo 2012)
Chi lo desidera può visionare la rivista in *pdf oppure fare il download dello stesso *pdf).

L'articolo è stato redatto da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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