Cerca nel blog o nel web o nei siti della PacotVideo

mercoledì 20 marzo 2013

Pedalare sulla via delle Pinciare

Cresce sempre di più, nella nostra Provincia, la voglia d’itinerari che colleghino emergenze storico-architettoniche con luoghi d’interesse paesaggistico e naturalistico.

Nella vallata del Vibrata, cuore della provincia teramana, ricca di paesaggi agresti notevoli e di centri storici preziosi, esiste un percorso nel Comune di Sant’Omero, da poco corredato da apposita segnaletica.

Si presta a essere utilizzato a piedi, in mountain bike o a cavallo:
è la Via delle Pinciare.
Il nome, come si può intuire, deriva da alcuni affascinanti casali realizzati in terra cruda (le pinciare o pinciaie), tipici dell’architettura “povera” abruzzese, che s’incontrano lungo il percorso.

Il dislivello e la difficoltà sono minimi, il fondo in asfalto e, in parte, in terra battuta. Costituisce un esempio, per tutti gli altri comuni, di come si possa valorizzare un percorso esistente, con poca spesa visti i tempi di ristrettezze economiche.

Può costituire il primo ramo di una rete di vie alternative, famose green ways in grado di regalare agli utenti ambiente e storia di un popolo.

Fin dai primi decenni del 1900 le pinciaie, case di terra estremamente povere e immagine della miseria, erano numerose nella fascia adriatica del teramano.

Si può ben dire che queste case, simili a quelle costruite al tempo degli Etruschi, erano comuni nel settecento sia in Romagna che nelle Puglie.

La tecnica costruttiva pare sia stata mutuata, nel secolo scorso, anche dalle popolazioni slave.
Le abitazioni erano realizzate in aperta campagna con argilla e paglia e costituivano mirabili esempi di architettura dell’”arrangiarsi” per contadini, braccianti e pastori.
Erano caratterizzate da fondamenta pressoché inesistenti e poggiavano su tronchetti di legno infissi nel terreno per dare una parvenza di stabilità.

Eppure, a dispetto di una fragilità estrema, le case raggiungevano una certa consistenza, con un piano terra adibito a cucina dal pavimento in terra battuta, camino, camera da letto e magazzino per attrezzi e stalla.

In più, spesso, c’era anche un piano superiore con altri letti.

Finestre minime, locali maleodoranti e umidi, freddo pungente, di certo la vita nelle pinciaie era difficile.

I suoi abitanti beccavano di tutto, dalle malattie polmonari, alla tubercolosi.

Eppure queste strutture sono la storia di quelli che prima di noi hanno abitato la nostra terra e costituiscono l’espressione di un mondo antico che stiamo dimenticando.
Crediamo sia opportuno che si faccia tutto il possibile per preservare questi manufatti dalla loro scomparsa.

Grazie per le foto e la collaborazione del professor Lucio De Marcellis del Coordinamento Ciclabili Teramane.



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

Tutti gli articoli sono condivisi su Facebook nella bacheca di Sergio Scacchia e nella pagina "Il Mio Ararat" e su Google Plus.

Gli articoli sono inoltre pubblicati da Vincenzo Cicconi della PacotVideo , tra l'altro gestore di questo blog, su:
(blog della Città di Teramo - blog di Pensieri Teramani)
Pagina Facebook
(Il blog della città di Teramo e della sua Provincia)

N°1 pagina di Google Plus
(La città di Teramo e la sua Provincia)
Twitter
(Città di Teramo Blog)

martedì 19 marzo 2013

La vita che non esiste più!

Francesco di lasciare in inverno il borgo di Crognaleto non ne vuole proprio sapere.

L’antico paese di pastori ora è deserto.
Attende il suo momento di gloria nel mese di agosto.

È testimone silente di una storia di sacrifici, segnata da un grande fenomeno migratorio.

In Abruzzo nel 1700, erano circa tre milioni le pecore condotte al pascolo. La figura del pastore oggi richiama memorie infantili o bucoliche statuine di presepe.
In Abruzzo due su tre erano pastori.
Oggi sono tutti impiegati o sfaccendati.

Il villaggio è arroccato con una cinquantina di case originariamente in sasso, ristrutturate alcune in maniera discutibile.
Rimangono in piedi delle abitazioni tipiche del primo’800 con le facciate in pietra, le finestre di minime dimensioni, utili un tempo per proteggersi dalle intemperie.

Francesco mi offre del vino.
Bevi-mi dice- viene da una piccola vigna costruita attorno a massi di arenaria, che restituisce il sapore antico del Pecorino.
Poi mette in tavola la “ventricina”, insaccato di grasso suino del guanciale e del lardo con carne magra tritata e condita con spezie, bucce d’arancia, peperoncino.

Qui l’usanza è d’inserire nell’impasto, anche delle salsicce intere, facendo stagionare qualche mese.
Mangiamo questa delizia spalmata su pane fatto in casa, sodo e croccante.
La crosta bruna, ricoperta di farina che protegge una mollica chiara e morbida, è veramente buona.

Ricorda il pane di solina, la mamma di tutti i grani, unico cereale che insieme alla segale garantiva raccolti in alto.

I pastori ne portavano delle fette nelle bisacce, lungo i tratturi polverosi della transumanza.
Allora si consumava con il caciocavallo podolico, un formaggio semiduro a pasta cotta e filata a lunga stagionatura dal profumo e sapore deciso.
Quante storie di paese tornano alla luce grazie ad una chiacchierata!

Crognaleto ha basato la sua esistenza sulla pastorizia, l’allevamento degli animali, il taglio bosco e la lavorazione della pietra.

Qui c’erano anche dei discreti scalpellini.
Non certo importanti come quelli di Lettomanoppello di Pescara, la piccola Carrara d’Abruzzo, ma, gli artigiani della pietra qui hanno ornato chiese, balconate, portali d’ingresso.
Al contrario della pietra della Majella, morbida e facile da lavorare, questa era dura, più difficile da plasmare ma molto adatta alla lucidatura.

Il borgo, fino alla fine degli anni’ 60, non era attraversato da vie percorribili con auto.

La strada provinciale che sale da Cortino, prosegue per Aprati, è stata costruita solo nei primi anni del ’70.
Gli abitanti si spostavano a piedi fino a Cervaro e, per mezzo di corriere di linea rarissime, raggiungevano i paesi di Nerito, Montorio, Teramo.
Solo due in paese erano dotati di macchina: Lelio che guidava il Belvedere e Dante con la sua fiammante Fiat 750.

Le vetture erano parcheggiate a Cervaro, vista l’assenza di strade.
In casa la gente non aveva acqua.
Mentre l’Italia viveva il boom industriale del sessanta, le donne attingevano acqua alle sorgenti naturali de “la fonte cacchia” in inverno che si usava anche per il buon cuore di un certo Guglielmo, le “fonte Colina” e “marjelate” in estate.

I montanari potevano usare un abbeveratoio per gli asini, la “fonte jiù”!
L’acqua era trasportata dalle donne con le famose conche tenute sulla testa con li “turc nill”, gli “sparoni arrotolati”.
Per il decoro della biancheria ci pensava il fiume Zincano che scorre a valle e che si raggiungeva a piedi.
D’inverno ci si arrangiava con le tinozze!

In paese poche abitazioni hanno resistito all’invadenza dell’architettura moderna e mostrano come si costruiva un tempo: il ricovero per animali era al pian terreno, con funzione aggiuntiva di riscaldamento con l’alito delle bestie, cucina al primo piano e camera con letti al piano superiore!

Con una radio di un abitante si mantenevano a fatica i contatti col mondo.
Ogni tanto ci si riuniva dal parroco Don Giacinto, ora novantenne che, con una piccola somma in denaro, permetteva la visione della sua tv, unica nel paese fino al 1968 quando l’elettrodomestico si diffuse nelle case.

Tutte le famiglie avevano un orto da coltivare con fagioli e patate.
Gli antichi mestieri erano presenti con il sarto Ermenegildo, il falegname Gaspare, il calzolaio Fiorindo e gli osti che guadagnavano bene nelle tre cantine, addirittura tre, di Mabilia con telefono, sale e tabacchi, Lelio con alimentari e di Feliciantonio.

In questi locali i bicchieri si sprecavano fino a tarda sera tra morra e carte mentre le donne ricamavano.

La sera, in estate, spesso si ballava con un’orchestrina locale.
C’era anche la scuola elementare per i tanti ragazzi che rendevano viva e gioiosa la vita in paese.
Insomma, si dipinge un quadretto idilliaco ben diverso dall’attuale.

Erano i tempi in cui si mangiava la “panzanella”, pane, acqua, mentuccia, cipolla, sale, olio e aceto tutto in casseruola o il farro preparato in casa con due piccole macine, si curavano i dolori reumatici con la trementina raccolta nell’abetaia di Cortino o al Crocione della Morricana.
Una vita che non esiste più.

=========================
Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
=========================

lunedì 18 marzo 2013

Crognaleto ... la Madonna della Tibia

Flecte genv timeq, Matrem venerare, Viator melius intactv s dirigat illa tuos ped.
(Viandante inginocchiati e supplica la Madonna affinché renda sicuro il tuo cammino)
Crognaleto è un antico borgo di pastori.
È ancora testimone silente di una storia di sacrifici, profondamente segnata da un grande fenomeno migratorio.
Pensate, in Abruzzo nel 1700, erano circa tre milioni le pecore condotte al pascolo. Oggi la figura del pastore richiama per lo più memorie infantili lontane o bucoliche statuine di presepe.

Il villaggio è arroccato con una cinquantina di case originariamente in sasso, oggi ristrutturate alcune in maniera discutibile.
Rimangono in piedi delle abitazioni tipiche del primo’800 con le belle facciate in pietra, le finestre di minime dimensioni utili un tempo per proteggersi dalle intemperie.

La piccola chiesina della Madonna della Tibia ha un’aria mistica non comune, uno degli esempi più suggestivi d’arte sacra che riporta la mente agli eremi tanto cari alle gole del Salinello, nei monti Gemelli.

L’ascetismo, sorta di monachesimo che prevedeva vita eremitica e contemplativa in luoghi improbabili, si sviluppò da noi nel V secolo d.C. per la presenza di ricoveri naturali un po’ ovunque.

La costruzione in pietra sorge a oltre mille metri di altezza ai piedi di un’immane bastionata di arenaria, balcone privilegiato su oltre la metà del Parco.

La ricostruzione ultima è del 1617, un bellissimo esempio di architettura ecclesiastica che nel basso Medioevo prediligeva luoghi impervi, isolati, su speroni di roccia.
Edificata da un certo Bernardo Paolini dopo aver ricevuto una grazia, la chiesa è stata restaurata da pochi anni.

Si raggiunge in qualche minuto di cammino sopra l’abitato, su di un percorso ricavato dal taglio della pietra arenaria che sembra un corridoio tortuoso all’interno della roccia.

Tutt’intorno, il panorama è splendido.

In questo luogo sono documentate processioni infinite di pellegrini oranti che, con mantelli lisi, cappelli a larghe tese e bastone su cui appoggiarsi nella fatica, con poveri fardelli e l’immancabile conchiglia per bere acqua, procedevano nella buona come nella cattiva stagione.
Oggi tra questi lastroni accostati, non c’è nessuno.

Alla Madonna della “Tibbia”, la devozione popolare ha attribuito tanti miracoli, soprattutto guarigioni da incidenti sul lavoro, protezione dalle calamità, guarigioni da malattie della fertilità.
Il costone boscoso dietro il piccolo tempio con l’antica casa dei pellegrini adiacente, ospita oltre a faggi, anche qualche antico carpino dalle piccole foglie simili a ritagli di cuoio.

Era in questa casupola che si ospitavano i viandanti.

Dentro c’era lo stretto necessario: un letto duro, lenzuola vecchie ma pulite, brocca d’acqua e bacinella per una minima igiene personale.

In epoche antiche al posto di questa piccola casa, c’era una grotta dove si svolgevano riti per propiziare l’allattamento per i bambini.

Le donne partorienti si riunivano in preghiera tutte le sere.

Il toponimo “tibbia” non sta per la parte anatomica del piede che si è rotta, ma è una parola che riporta alle origini romane del luogo dove si trova la chiesa.



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

Tutti gli articoli sono condivisi su Facebook nella bacheca di Sergio Scacchia e nella pagina "Il Mio Ararat" e su Google Plus.

Gli articoli sono inoltre pubblicati da Vincenzo Cicconi della PacotVideo , tra l'altro gestore di questo blog, su:
(blog della Città di Teramo - blog di Pensieri Teramani)
Pagina Facebook
(Il blog della città di Teramo e della sua Provincia)
N°1 pagina di Google Plus
(La città di Teramo e la sua Provincia)
Twitter
(Città di Teramo Blog)

===========================

domenica 17 marzo 2013

La Valle dei Borghi, terra di confine

La verde valle del Castellano è costellata di borghi remoti.
Questo corso d’acqua di frontiera, alimentato da due torrenti che scendono da Pizzo di Moscio e Cima Lepri, per lungo tempo ha segnato il confine tra Papato e Regno.
Storia secolare come dimostrano i reperti archeologici d’insediamenti etruschi, longobardi e i toponimi di alcune località attestanti la presenza romana.

Un percorso avvincente a ritroso nel tempo dagli Etruschi al Medioevo e infine al brigantaggio di fine Settecento.

I luoghi raccontano un mondo che non esiste più, restituito in superficie da innumerevoli tombe seppellite in mezzo a queste dorsali appenniniche.
Teschi dalla bocca scarnificata, brocche, coppe di bronzo, utensili raccontano una vita scomparsa come tante attività umane del passato.

Questa un tempo era la patria di abilissimi scalpellini che, per oltre due secoli, hanno lavorato manualmente, donando identità a piccoli paesi come Collegrato, Cesano, Villafranca, Vignatico.
Con loro non esistono più i carbonai, merce rara i pastori, introvabili gli impagliatori di canestri e i fabbri.
Un mondo di cultura agro pastorale scomparso che non tornerà più!

Le sterminate foreste sono state gestite a volte con dubbia efficacia.
Hanno dato legname pregiato, servendo imparzialmente il dio della guerra e quello della pace.
Per lungo tempo i tronchi dritti dei faggi e degli abeti bianchi hanno rifornito soldati intenti alla costruzione d’impalcature di difesa e uomini di montagna per l’edificazione dei tetti in travi delle case.

Il fiume Castellano, durante il periodo delle piene, ha dato energia a piccoli mulini, trasportando i tronchi trascinati fino a riva dai buoi lungo le piste apposite dette di “smacchio”.
Oggi i boschi sono violentati da tagli improvvidi di oscuri boscaioli o piromani impazziti e nulla possono i pochi forestali impegnati in una lotta impari.



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

Tutti gli articoli sono condivisi su Facebook nella bacheca di Sergio Scacchia e nella pagina "Il Mio Ararat" e su Google Plus.

Gli articoli sono inoltre pubblicati da Vincenzo Cicconi della PacotVideo , tra l'altro gestore di questo blog, su:
(blog della Città di Teramo - blog di Pensieri Teramani)
Pagina Facebook
(Il blog della città di Teramo e della sua Provincia)
N°1 pagina di Google Plus
(La città di Teramo e la sua Provincia)
Twitter
(Città di Teramo Blog)

===========================

sabato 16 marzo 2013

Le vie dei mulini

Potrebbe essere l’ideale continuazione di una green way Teramo mare!
(Grazie per la preziosa collaborazione al professor Lucio De Marcellis)

Ricordo, tempo fa, una bella passeggiata con amici, alla ricerca dei ruderi dello storico mulino della famiglia Turchi in località Villa Ripa, pochi chilometri da Teramo.

Davanti alla bellezza di antichi manufatti che hanno fatto la storia dei nostri luoghi, qualcuno non si arrende facilmente al disfacimento dovuto a incuria e al tempo che passa.

Nel patrimonio storico, artistico e culturale della nostra provincia, un posto d’onore spetta a insediamenti antichi che hanno rappresentato le radici sociali della nostra gente: i mulini e i frantoi.

Basta salire a monte di Teramo, anche solo pochi chilometri, per riscoprire resti di attività che per più di duemila anni hanno accompagnato la vita dell’uomo.

Nei saliscendi delle colline che costellano le valli, là dov’è possibile trovare il cuore della semplicità e lasciarsi stupire dai colori forti della natura, esistono ruderi di architettura d’artigianato locale che hanno funzionato fino agli inizi degli anni ’70.

I mulini, nati per la macinazione idraulica dei cereali, sono stati per lungo tempo il centro della vita economica e sociale, luogo d’incontri, d’intrecci culturali e scambi di esperienze.

Questi tesori che costellano le valli del Tordino e del Vezzola, a volte sono mimetizzati tra impervi sentieri lungo le sponde dei due fiumi, a volte stanno morendo tra querceti e scampanii di pecore, oppure in qualche caso sono stati ristrutturati e adibiti ad abitazioni private.

I mulini dell’alto Tordino sono poco meno di una ventina. Questi antichi opifici presentano ancora una tipologia architettonica molto semplice e regolare e spesso s’incastrano mirabilmente nel loro territorio.

Si trovano a Padula, Caiano, Elce, Casanova, Servillo, Faiete e Lame, nel territorio di Cortino, a Fioli, Fiume e Castiglione di Rocca Santa Maria e, nelle vicinanze di Teramo, a Varano e Travazzano di Valle S. Giovanni, Villa Tordinia e Villa Ripa.

In rare situazioni, come ad esempio a Casanova, esistono anche tratti di sentieri attrezzati.

Rappresentano località sconosciute per molti teramani.

Sono luoghi di sconfinata bellezza, oggi spesso persi tra sterpaglie, ma un tempo pieni di vita e di uomini.

Percorsi che partono a pochi chilometri dal capoluogo che potrebbero essere valorizzati se non si pensasse solamente a pubblicizzare sentieri di alta quota, da pochi esperti percorribili.
Si potrebbe creare un reticolato pedonale di media altitudine, tra borghi e città, valorizzando il sommerso poco conosciuto, fatto di cortiletti e stradine sghembe, di piccole realtà nascoste della nostra terra dove imbattersi nei segni dell’uomo.

Se in provincia si riuscisse ad acquisire una mentalità di sviluppo turistico, si potrebbe lavorare anche alla valorizzazione di un percorso della memoria, continuazione ideale e prolungamento a monte di una ciclo-ippo-pedonale Teramo- mare, per turisti della costa.

Ancora più interessanti per molti versi, i mulini del Vomano, spesso inseriti in un contesto paesaggistico di rara bellezza come i manufatti di Poggio Umbricchio e, poco sotto, di Senarica, recentemente restaurato per ricettività turistica.
Sono protetti da alti e splendidi canyon, tra piccole cascate e vegetazione di ciliegi, meli selvatici, acacie e roverelle.

Sulle sponde del torrente Zingano c’è forse uno dei più antichi mulini della vallata, in località Cervaro, strada provinciale di Cesacastina, un chilometro prima del paese.

Ristrutturato già nel 1812, oggi ha avuto un’ulteriore ricostruzione ed è possibile visitare l’ambiente dove erano sistemate le macine per il grano e intuire ancora i canali di derivazione e restituzione delle acque.

Queste opere d’ingegno erano realizzate in specifici punti dei fiumi, dov’era garantita una buona affluenza delle acque e dove non c’erano fenomeni di piena distruttiva.
Ai tempi in cui si mangiava pane e lenticchia, qualche fico o castagna, tempi in cui il prete faceva anche da medico e ti dava prima l’infuso di erbe e poi i sacramenti, uomini che trasudavano lavoro e passione per la montagna hanno chiesto di non essere dimenticati.

E non è facile, per chi ama la propria terra, arrendersi al disfacimento della storia.

===========================

Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

Tutti gli articoli sono condivisi su Facebook nella bacheca di Sergio Scacchia e nella pagina "Il Mio Ararat" e su Google Plus.

Gli articoli sono inoltre pubblicati da Vincenzo Cicconi della PacotVideo , tra l'altro gestore di questo blog, su:
(blog della Città di Teramo - blog di Pensieri Teramani)
Pagina Facebook
(Il blog della città di Teramo e della sua Provincia)
N°1 pagina di Google Plus
(La città di Teramo e la sua Provincia)
Twitter
(Città di Teramo Blog)

===========================

venerdì 15 marzo 2013

Sul colle di Montesanto tra Salinello e Vibrata

La strada nel mattino d’inverno, appare come tagliata in colori netti e lavata nell’aria luminosa.
Lontani, dei nuvoloni lunghi come sgombri provano a coprire il sole.

Un’arietta niente male scende dalle vicine montagne gemelle.



Nelle case, giù fino a Villa Lempa, i fuochi scoppiettano vivaci nei camini.

La salita a piedi sulla piccola collina di Montesanto è tra foglie bruciate nel vento.
Pare di essersi infilati nel mondo del silenzio.

Il luogo, sulla sommità, è come un riverbero di pulito, nella sua semplicità pieno di bellezze nuove.

Davanti si apre alla vista l’immane sperone di roccia su cui poggia, come trasportato dal vento, la sagoma scura della fortezza borbonica di Civitella del Tronto.

Nelle rade nebbie che scendono a valle e fino al Colle del Piano Ischia, pare un’astronave a filo di nubi.
Era proprio qui il mitico confine tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato pontificio.

Qui doveva esserci una fortificazione di tutto rispetto con torrioni e mura resistenti, addirittura un castello tra il 1000 e il 1100.

La chiesa di Santa Maria e il suo monastero benedettino costruito pare dallo stesso santo, appare all’improvviso in tutta la magnificenza del restauro di anni fa, preceduto dal piccolo boschetto che scende a fine collina e da un grazioso cimitero.

Un edificio medievale a navata unica che cela una storia infinita, in gran parte delineata grazie a degli scavi del 1992 della Soprintendenza Archeologica.

Allora tornarono in evidenza i resti di una chiesa che doveva servire un insediamento longobardo e, precedentemente, un tempio dell’Età del Ferro.
Il rinvenimento di tanti oggetti e pietre fece gridare a una sorta di miracolo del tempo.

Fuoriuscirono alla luce anche molti reperti romani e non poteva essere altrimenti dato che passava qui la Interamnia- Ausculum, con il fiume Salinello che, dalle gole di Macchia scorreva poco in là, dividendo il pretuzio dal piceno.

Ci si può chiedere perché l’antico monastero sia stato da sempre annesso al vescovado ascolano e non a quello teramano.

La “colpa” fu dell’imperatore Lotario III che nel 1137, donò il bene al vescovo di Ascoli.

Eppure questo luogo sacro aveva dipendenze teramane ovunque: i S.S. Mariano e Giacomo della minuscola Nocella a Campli, Santa Maria di Castiglione Messer Raimondo, Sant’Angelo nel vicino centro di Sant’Egidio alla Vibrata, San Pietro a Ripe, perfino la mitica grotta di San Michele Arcangelo nelle gole dei Gemelli.

E poi giù fino ad arrivare al mare di Alba Adriatica con Santa Maria di Ripoli e, scavalcando i monti della Laga, a Valle Castellana con San Sisto.

=========================
Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
=========================

giovedì 14 marzo 2013

L'Abruzzo ha il suo "Cammino"!

Il Cammino di Santiago è il percorso più famoso nel mondo.

Da secoli è sì la strada che porta i pellegrini cristiani sulla tomba dell’apostolo Giacomo, ma è anche un itinerario turistico di rilevanza per chi ama camminare affrontando cammini dirupati, mulattiere sgangherate, ma anche sentieri comodi e ben serviti.

Chilometri per vivere il proprio “spaziamento” tra incontri di volti radiosi, sorrisi coinvolgenti, sguardi fiduciosi e storie di vite di compagni di viaggio improvvisati.
Un cammino spirituale interiore ed esteriore che aiuta a capire quanto non sia tanto importante la meta, ma il cammino stesso.

Pochi sanno che in Abruzzo, ai settecento chilometri per raggiungere Compostela, si risponde con i quattrocento di un viaggio a piedi che porta a Ortona, in riva all’Adriatico, sulla tomba di un apostolo altrettanto famoso come Tommaso.È un itinerario nato sin dal 1258 per unire le più importanti testimonianze di fede e arte della nostra regione dalle inesauribili proposte culturali.

Il Cammino sulle orme dell’apostolo Tommaso raccoglie il meglio che offre la spiritualità di una terra che molti scrittori, nei secoli, hanno definito “la Casa del Cristo”: Il Santuario di San Gabriele dell’Addolorata e la Scala Santa di Campli, nel territorio teramano; i luoghi di Celestino V, Frà Piero, in quello pescarese; Bucchianico con la spiritualità di San Camillo De Lellis; il Volto Santo di Manoppello e Lanciano con il Miracolo Eucaristico nel chietino, fino a giungere, attraversando le quattro province, ad Ortona per inginocchiarsi sulla tomba dell’apostolo.

Camminando a piedi si percorre il cuore dell’antico crocevia lungo la rotta dei pellegrini cristiani ma anche dei Crociati e dei Templari che da Roma valicavano gli Appennini, attraverso i monti della Laga e i severi torrioni del Gran Sasso, percorrendo la Tiburtina Valeria per giungere sulle rive del “Hadriaticum”.
Da qui s’imbarcavano per Brindisi, raggiungendo la Terra Santa.

Il nostro mare era già annotato nelle prime carte geografiche, sulla sesta Tabula di Tolomeo e menzionato da Eratostene.Da qui passavano le vie del sale, del grano, dell’olio, del vino e Dio solo sa quanti altri commerci preziosi di spezie e seta, ambra e oro.

La nostra terra potrebbe raccontare le storie di migliaia di fortunati imperi.

Nel Nuovo Testamento si racconta di una distesa d’acqua molto più estesa dell’attuale Adriatico, che arrivava fino a Creta verso oriente e in Sicilia a occidente, toccando Tunisia e Malta.

Lo Ionio era addirittura un golfo e Ancona era uno dei porti principali non meno importante di Alessandria e del Pireo.

Anche lì c’era una montagna, il Conero marchigiano, in simbiosi con il mare.

=========================
Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
=========================

mercoledì 13 marzo 2013

L'incontro tra i vivi e i morti nella Cattedrale di Atri

A volte una sola opera d’arte può motivare una visita ad un borgo, ad una cattedrale, ad un museo.
Credo sia questo il caso parlando di un affresco esistente all’interno del Duomo di Atri, scrigno di tesori dell’ingegno umano.

Nel lato esterno dell’arco sinistro dell’abside, proprio all’angolo destro dell’altare dedicato all’Assunta, si trova un singolare affresco medievale di cui non esistono molte versioni in Italia: L'Incontro dei tre vivi e dei tre morti.

Quello di Atri rappresenta forse l’esempio più importante ma se ne contano anche nell’abbazia di Vezzolano presso Albugnano d’Asti, di San Flaviano a Montefiascone, nel Viterbese, di San Paolo a Poggio Mirteto nel Reatino, tutti risalenti alla fine del XIII secolo, inizio del XIV.

Menzione a parte meriterebbe il dipinto che si trovava nella bella chiesa di S. Maria in Piano a Loreto Aprutino di Pescara, accanto al grande affresco del Giudizio Universale, oggi è purtroppo scomparso.

Nell’affresco pescarese le anime dei morti erano raffigurate con le mitrie, le tiare e le corone in testa e, nel fervore della danza, cozzavano uno contro l’altro.

Nell’opera, per fortuna visibilissima, della cattedrale atriana, invece sono due gli scheletri che, ghignanti, stanno dritti senza falci, come guardiani dell’ingresso del regno della morte.


I loro teschi non sono ossa spolpate ma coperti di una sottile e secca pelle ed esprimono il sarcasmo, lo scherno per chi è ancora in vita.

Un terzo scheletro, all’estrema sinistra dell’affresco, sta per uscire dalla tomba.

L'opera che prelude, all’interno del presbiterio alla visione meravigliosa del ciclo affrescato dal grande De Litio, si può dividere in due parti, la terrena e quella con i morti; nella prima, a destra, vi sono un albero, i cavalli, i paggi e infine i tre cavalieri, vestiti con abiti molto preziosi e intenti all’arte della caccia con il falcone allora diffusa presso l’alta società feudale.

Sono spaventati e atterriti alla vista di quello che hanno davanti agli occhi e che è rappresentato nella parte sinistra dell'affresco: i morti che si risvegliano con la loro scheletrica e putrescente immagine.
Dai caratteri del dipinto gli esperti lo ritengono il più antico di quelli presenti nel Duomo.

Il contrasto della vita e del trapasso è uno dei temi obbligati dell’arte ascetica medievale, insieme alla rappresentazione della Santa Trinità a tre teste.

Il rapporto dell’uomo con l’ultima ora della sua esistenza è sempre stato dominato dai grandi principi filosofici, cui si è aggiunta una miriade di costumi propri delle singole comunità locali.

La morte ha profondamente influenzato arte, letteratura, devozioni e rapporti sociali, contribuendo ad esercitare sugli uomini una profonda, inevitabile suggestione e non solo nel periodo di novembre notoriamente dedicato al ricordo di chi ci ha lasciato.

=========================
Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
=========================

martedì 12 marzo 2013

Interamnia Urbs!

Le colline che cingono Teramo non sono mai cambiate.

Rappresentano la metafora della libertà, la vita oltre le costrizioni, la possibilità di guardare il mondo dall’alto.
Le alture rappresentano il colle di Leopardi nel suo infinito poetico.

In collina ho dato il mio primo bacio e ho vissuto tanti falò dell’otto dicembre con la Vergine che credevamo passasse di qui insieme agli angeli per giungere con la sua casa a Loreto, nel santuario dei frati cappuccini.

Sulle alture ho fatto il primo giro in macchina, le corse in bici, le ronde di motorini impazziti.

Ancora oggi ci vado a scattare foto, ad ascoltare musica, a riordinare i cassetti della mente.

In collina vorrei fare l’ultima passeggiata da salma, con amici al seguito.

=========================
Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
=========================

lunedì 11 marzo 2013

Sui sentieri del silenzio

Intorno a Crognaleto, con la sua frazione principale, Nerito, insiste una miriade di minuscoli paesi, anche se i boschi stanno mangiando i rustici abbandonati e i sentieri antichi, inghiottendo parte dei segni della vita degli uomini.

Fra questi borghi c’è Frattoli a 1115 metri sul livello del mare, che conserva, oggi, più di una chiesa antica con stupendi altari lignei e con mura, dove sono ancora visibili delle belle iscrizioni del 1400, 1500, impresse anche su stipiti e portali.

Trovo stupenda San Giovanni Battista in stile gotico con il suo inaspettato portico seicentesco delle “logge”.

Il paese dipendeva da Amatrice, poi nel XVII secolo, entrò a far parte del Ducato di Atri della potente famiglia degli Acquaviva che, da queste parti trascorrevano giorni di vacanza.

Il borgo, dal quale si gode il panorama forse più bello del comprensorio, è stato a lungo un centro artigianale conosciuto nell’intaglio del legno e nella lavorazione della pietra.

Fu proprio a Frattoli che abili artigiani realizzarono la splendida statua della Madonna delle Grazie, venerata nel santuario francescano di Teramo, dove approdò alla fine di un grande pellegrinaggio attraverso Piano Roseto, Macchia Vomano e giù verso Montorio.

La Vergine, vestita di drappi pregiati come si conviene ad una regina, pare che, in groppa ad un mulo, se la vide brutta alle porte del capoluogo.

La bestia affaticata, inciampò e rotolò pesantemente sul greto del fiume Tordino, proprio sotto la strada.
Urla disperate dei fedeli che credevano di trovare la statua in mille pezzi.

Ma la Madonna delle Grazie rimase illesa e si gridò al miracolo.

L’opera, che di certo conoscete bene, è fantastica!
La bellezza del volto espressivo, il capo reclinato verso il Bambino, le mani affusolate, danno l’idea della bravura degli artigiani montanari.

Ancora oggi Serafino Zilli, l’ultimo di una famiglia di scalpellini d’epoca, fa risuonare le vecchie contrade del battito del suo martello.

Gran parte delle chiese nella Laga teramana e molte antiche abitazioni sono state abbellite dall’estro e dall’arte di questi uomini dediti all’arenaria, azzurra all’origine, beige corrosa dalle intemperie e dal trascorrere del tempo.

Inventarsi la vita in queste valli profonde non è stata cosa facile sia per l’asprezza dei luoghi, che per gli inverni lunghi.

La storia da queste parti non è altro che il racconto a volte difficile da credersi, dei sacrifici e della tenacia con cui la gente ha vinto le difficoltà di un mondo avaro di risorse.

Il lavoro artigianale dei tanti uomini come gli Zilli, si confonde ad ogni passo con la storia umana e civile dei primi insediamenti, dello sfruttamento dei boschi e dell’arte di lavorare pietra e legno servendosi dell’ingegno dei valligiani.

I fratelli, giunti fin qui da Campotosto, diedero i natali anche a Amedeo che, padre di dodici figli quasi tutti maschi, ripopolò Frattoli di muratori e scalpellini.

Alto e grande di aspetto, sorta di armadio umano, incuteva timore a prima vista, ma era di una bontà infinita.

Ha lasciato varie testimonianze della sua abilità artistica, dalla torretta della chiesa di Padula, ai finestroni di Cesacastina o gli altari a Frattoli.

La pietra, vera regina di questi luoghi si riconosce ancora oggi tra gli scempi delle costruzioni moderne.

Si capisce la squadratura dei blocchi fatta a mano per stipiti di porte e finestre, s’intuisce facilmente che queste mura non temono nessun terremoto.

In molti paesi, riattati i rustici e le antiche case, le vecchie comunità si ritrovano nelle brevi stagioni estive.
Cresciuto il benessere economico, è nato un nuovo atteggiamento nei confronti dell’ambiente.
I secolari sentieri tra boschi e costoni impervi, i valichi un tempo importanti vie di comunicazione, sono tornati ad animarsi non più percorsi da boscaioli e pastori, ma da camminatori che vogliono riscoprire la cultura montana.

Sono molti i paesi che meritano attenzione: Cervaro con la bella chiesa di S.Andrea, Altovia e Aiello, con il tempio cinquecentesco dei santi Silvestro e Rocco e Tottea, villaggio costruito su di un enorme masso di arenaria dove si trova un Ecomuseo e un Centro di documentazione del Parco.

A proposito del borgo di Tottea, chi ha voglia di arrivarci non perda la chiesa di San Michele Arcangelo con il suo tetto a capanna e il piccolo campanile a velo.
La storia del tempio sacro si colorò nel 1921, delle tinte fosche tipiche degli eventi più drammatici.

A causa di alcune candele votive accese per devozione alla Vergine Maria, si sviluppò un incendio immane.
Nel rogo andarono distrutte delle statue settecentesche, arredi sacri, il prezioso soffitto ligneo dipinto e il più grande organo a canne della Diocesi, vero orgoglio del paese.

Oggi, Tottea mostra vecchie case in pietra arenaria, portali, soglie che hanno resistito nei secoli e che testimoniano il valore della pietra per la gente di montagna.

Ogni volta mi ci reco, ho l’impressione di essere in un luogo autentico, genuino.
È come vivere in una grande famiglia e riunirsi tutti nella piccola piazza come in un salotto di casa.

È l’icona di una bellezza di vita che non esiste più. Magari la gente di allora, oggi è malandata.
Un tempo si poteva morire a vent’anni ma arrivare anche a cento per via di una naturale selezione genetica.

=========================
Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
=========================