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giovedì 13 giugno 2013

I percorsi fluviali di Teramo: tesori da valorizzare.

Una città che prende il suo nome non da un solo fiume, ma da due ha nell’acqua la traccia indelebile della sua identità.

E Teramo, l’antica Interamnia ha sicuramente la sua memoria storica nel Vezzola e nel Tordino che l’abbracciano così forte da creare una sorta d’isola felice.

Immagini certo molto diverse da quelle amene e gioiose di un tempo, quando i fiumi erano la meta sociale di tutti: dei giovani che pescavano granchi e anguille e si tuffavano in acque pulite, dei vecchi che scambiavano opinioni sotto l’ombra degli alberi, delle lavandaie che sulle pietre strofinavano i panni dei pittori che in questo luogo ameno trovavano ispirazione per le loro tele immortali, dei contadini che qui avevano i loro orti.

La portata d’acqua oggi certifica che siamo davanti a due piccoli torrenti con margini rimaneggiati, per quelli che un tempo, neanche lontanissimo, erano due fiumi navigabili.

I crinali barbaramente incisi e l’urbanizzazione selvaggia hanno impedito la tutela dell’ecosistema.

I percorsi fluviali, nonostante molte interruzioni dovute al Lotto Zero e a piccoli disastri ambientali, rappresentano ancora una ricchezza naturalistica tra salici, pioppi, sambuchi, allori, giunchi e cardi e tra aironi, corvi e rondini che spiccano voli nei luoghi più nascosti.

I fiumi aiutano anche a trasmettere ai giovani una conoscenza storica del territorio.
Dal fiume Tordino con un po’ d’intraprendenza e lungimiranza, il comune di Teramo potrebbe creare un percorso che dal fiume alle colline, porterebbe in montagna verso le sorgenti del fiume sotto il monte Gorzano, cima principe del complesso montuoso della Laga.

Dall’altra parte, seguendo il corso del Vezzola si riscoprirebbe una vetusta arteria importante di comunicazione tra i popoli del nord Italia e quelli centrali, la Via Regia di cui racconta nei suoi scritti lo storico teramano Palma.

Un itinerario bellissimo che proseguiva oltre Campli, percorrendo la sommità delle tondeggianti colline per raggiungere Civitella del Tronto, quindi s’inoltrava di là dai confini del Regno, verso Ascoli Piceno.

Partendo dalla città, dalla storica Fonte della Noce che ricorda il passaggio della Regina Giovanna, nell’antica borgata Vezzola o dal vecchio Tiro a Segno, incontriamo il Ponte degli Impiccati, nome spaventoso che evoca momenti bui e tempestosi.

Conosciuto dai teramani come “lu ponte degli Impisi” cioè gli appesi, queste quattro pietre scampate ai disastri dell’uomo e della natura, risalgono al XII ° secolo o giù di lì.

Da qui, fino agli inizi dell'800, passavano i condannati a morte per impiccagione e ghigliottina reclusi nelle carceri della Teramo di allora, ubicate nell'ex convento di Sant'Agostino.

Il pezzo dell’arcata del ponte che ha resistito al tempo, già seminterrato, scomparve oltre trent’anni fa, inghiottito da improvvidi interramenti, durante la realizzazione del Piazzale San Francesco.

Risalendo il lungofiume del Parco del Vezzola percorrendo la pista ciclopedonale si arriva al medievale Ponte degli Stucchi, posto sul greto del corso d’acqua.
L’opera, oggi in abbandono, era un passaggio cruciale per chi anticamente voleva raggiungere Ascoli Piceno, grande direttrice di una Strada Reale che il Palma ipotizzava collegasse Teramo e Bellante attraverso la collina di Scapriano, a Ponte Vezzola.

Una piccola erta di cento metri conduce al piazzale del Palazzetto dello Sport con la possibilità, su stradine secondarie, di attraversare il piccolo abitato di Scapriano, in collina e conoscere l’affascinante chiesina di San Martino.

Dalla piazzetta si scoprirebbe un panorama inenarrabile. Un vero spettacolo mozzafiato: il mare Adriatico, i Monti Gemelli, la catena del Gran Sasso, la roccaforte di Civitella.

Continuando lungo il fiume si troverebbe il punto di confluenza delle acque del torrente che scende da Vena a Corvo.
Lungo il greto del fiume, ci si troverebbe davanti a un ambiente selvaggio con affluenti che formano spettacolari canyon fino ad arrivare nella Piana Dèlfico, così denominata per essere stata una delle tante proprietà di quest’agiata famiglia di Teramo.

Deviando in alto si visiterebbe il paese di Castagneto, arrivando in montagna attraverso Ioanella, Poggio Valle, il paese abbandonato di Valle Piola e Acquaratola.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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mercoledì 12 giugno 2013

La bellezza? È tutta intorno a noi!

Davanti a un panorama incomparabile riecheggiano nella mente le parole del poeta e saggista, Ezra Pound:

La bellezza? 
Non ci si mette a discutere sul vento d’aprile. 
Quando lo s’incontra, ci si rianima come per un pensiero folgorante di Platone o il bel profilo di una statua o di un volto ...”.

La bellezza non si spiega, si ammira.
Spesso nel teramano il panorama sembra trafiggerti per la sua armonia.

Gli antichi Greci l’avrebbe definito “agathòs”, e “kalos”, cioè buono e bello.


È carino, credo, pensare a un Dio soddisfatto di ciò che ha creato qui nella nostra provincia. Rimbalza con profondità e poesia, l’immagine di un Creatore artista che contempla ciò che ha lavorato.

Trovo stupende le parole del musicista spagnolo Pablo Casals, innamorato della sua terra, la Catalogna, che affermava:
La bellezza è tutta intorno a noi. 
Ma quanti sono ciechi! 
La gente non gioisce delle cose semplici, silenziose e naturali della vita”.

Bellezza uguale passione.

Un amico caro pochi giorni fa, mi ha stupito chiedendomi per quale motivo continuo a correre in giro per la provincia a scattare foto e a raccogliere notizie.

Non si spiegava il perché di questa passione che secondo lui è sfociato da un bel pezzo in una sorta d’incantesimo maligno, degenerando in autentica fissazione.

Non ha capito, nonostante una frequentazione di anni, la missione che alberga in me: quella di portare o, meglio, di cercare di portare sul proscenio luoghi vicini ma a volte ignoti perfino a chi li abita.

La passione è addentrarsi nel poco indagato universo della nostra provincia, visitando paesi, campagne, periferie, montagne che spesso salgono agli onori delle cronache soltanto in occasioni di cataclismi naturali o notizie del politico di turno.

È il voler riscoprire le facce, i sapori, le luci, anche le malinconie di comunità vicine con una particolare attenzione al paesaggio e agli scambi reciproci tra la fisionomia del territorio e di chi lo vive.
E tutto ciò, sia quando quel paesaggio è crivellato di continue piaghe e sfregi umani, sia quando è stato curato amorevolmente dalla comunità.

In questo numero mi diverto ancor più, perché amo girare per colline. È proprio sui crinali a differenza di quanto accade sulla fascia costiera, luogo di scambi e mobilità, che il legame con la terra diventa fortissimo.

All’ombra degli alberi di queste campagne è possibile ancora incontrare personaggi che reputano ineducato salutare una persona stando in piedi e andando di fretta.

Bisogna sedersi e fare le cose con calma, perché il concetto del tempo è ancora quello di una volta, non è stato minimamente scalfito.
Ogni singolo luogo, ogni piccolo o grande oggetto porta appresso una storia, semplice o complessa.

Come la testa di Demetra, la Cerere dei Romani di cui Ovidio cantò le lodi nel V libro delle Metamorfosi, che ho scoperto nella casa di un contadino quando abbiamo bevuto insieme un bicchiere del suo Montepulciano, con due fette superbe di pane e olio casereccio.

La raffigurazione della dea in un piatto di porcellana, altro non è che un canto di lode alla terra, alla semina, coltivazione e mietitura del grano, memoria di quelle che un tempo erano le feste pagane durante il raccolto.

In quell’oggetto, forse un po’ kitch, c’è però tutto l’amore per le proprie origini!




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"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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martedì 11 giugno 2013

Il miracolo della Madonna d'Appari a Paganica.

“… quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli”. (Galati 4, 4-5)

I tornanti, incassati nella pietra, filano via verso L’Aquila con pareti alte dai fianchi lisci e levigati e forre profonde scavate dall’acqua.

Sul piccolo piazzale, a pochi tornanti dal borgo antico di Paganica, uno di quelli più sconvolti dal terremoto di aprile, mi attende il santuario della Madonna di Appari.

“Scrivilo pure che qui non si tratta di un miracolo creato ad arte per scopi turistici. La Vergine Addolorata, con il figlio morto, è apparsa, eccome”.

E’ molto più di una semplice fede quella di Rocco Bizzarri, vissuto lunghi anni ad Assergi e oggi settantenne scampato al disastro.

“La piccola pastorella Maddalena, intorno al 1400, fu così turbata da questa divina presenza da riuscire a convertire in breve tempo l’intero paese di Paganica”.

Con fede immensa, il popolo innalzò un’edicola incastonata nel masso e un piccolo tempio con una rustica stanzetta dove un romito pregava, cibandosi di erbe e dormendo su di un inospitale pagliericcio addossato alla parete rocciosa.
Il letto incavato del torrente Raiale oggi è poca cosa, ma un tempo, la forza devastatrice delle acque aveva aperto un varco tra i massi da dove riusciva a passare solo un cavaliere in groppa al suo animale.

L’erta mulattiera che porta in paese attraverso rovi, felci e, più avanti, un bosco ceduo ben descritto dai cartelli del Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga era, un tempo, itinerario consueto ai carriaggi e ai quadrupedi.
Gli antichi attraversavano questo luogo impervio con muli carichi di grandi some che pencolavano paurosamente verso la ripa.

La piccola chiesa, con il suo campanile a vela dai bronzi abbruniti, è stata sempre meta di fedeli, scalzi e oranti che, dal sagrato del tempio fino sopra l’altare in pietra, scioglievano il loro voto, trascinandosi in ginocchio e ferendosi con gli spuntoni aguzzi del pavimento in viva roccia.

Scopro attraverso l’obiettivo della mia Nikon, sulle pietre rustiche del campanile, quello che si potrebbe definire “l’ingenuità popolare”: due feticci e mani aperte a impedire l’avvento del Male e tenere lontane le ombre inquiete che si credeva razzolassero in mezzo a queste aspre lande.


La chiave cigola nella toppa della serratura, la porta si apre e la luce penetra, attenuando l’oscurità dell’interno.

Arte insospettata a profusione, la stessa che ispirò il drammaturgo Antonio Di Jorio per una sua opera pastorale da un libercolo di Giuseppe Garofalo.
Una serie stupenda di pitture, miracolosamente illese dopo il possente sconquasso.

Le scene raccontano l’incoronazione della Vergine, l’Ultima Cena fino alla Passione e Morte di Cristo, in un crescendo che giunge all’ammirazione per l’organo ottocentesco, recuperato dalla Sopraintendenza alle Belle Arti non molti anni fa.

E’ tempo di ripartire.

Il sole quasi si spegne rifrangendosi sulle scacchiere brunite dei coppi di Assergi.
La macchina vorrebbe mettere il pilota automatico e volgere a ovest, verso il lago di Sinizze.

È tempo, però, di dedicare parte del vagabondaggio alla mia provincia, quella teramana.

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lunedì 10 giugno 2013

Le meraviglie di San Clemente a Casauria

Il cancello d’ingresso che apre un piccolo viale, ha l’aria di averne viste tante!
Sembra di essere all’interno di un’antica villa in Sicilia, ambientazione delle mitiche avventure del commissario Montalbano creazione della prolifica penna di Camilleri.

Gli occhi si posano su antiche statue acefale, capitelli, resti di architettura d’altri tempi giunti a noi per intercessione di Dio.

Ma già incombe l’austera facciata di un’abbazia imperiale antichissima dalla forma quadrata e il portico a tre arcate con altrettanti portali.

Siamo in una delle più antiche basiliche d’Abruzzo che si raggiunge attraverso l’A24 Pescara - Roma uscita Torre dei Passeri.
San Clemente a Casauria si trova in una zona molto interessante, ricca di vigneti, dalla quale in un attimo è possibile raggiungere i selvaggi eremi del Parco della Majella, in mezzo ad una straordinaria natura.
Salici, pioppi e antiche querce cingono, come in un abbraccio immortale, la vecchia abbazia e sullo sfondo si stagliano frastagliate cime e contorni indefiniti di vecchi abitati.

A pochi chilometri c’è il borgo antico di Tocco con le sue grosse pale eoliche e, nella valle accanto, Castiglione e la grotta del giovane beato Sulpizio dove, alla sua morte sgorgò acqua che si crede curativa e benedetta.

Credo che neanche l’imperatore Ludovico, che volle fortemente la costruzione di questo meraviglioso sito sacro nell’anno 871, avesse lontanamente in animo che San Clemente potesse, a distanza di secoli, rappresentare uno dei più affascinanti monumenti dell’arte cristiana, uno dei momenti più alti della presenza benedettina in Abruzzo.

Erano tempi difficili!

I Saraceni invadevano le nostre coste, distruggendo tutto al loro passaggio.
Molti barbari percorrevano antiche vie consolari da Rieti attraverso l’Appennino, Introdacqua, Cittaducale, poi la piana di Navelli, attraverso Popoli per giungere nelle nostre ubertose terre del sud e fare razzie.

Contro queste orde fameliche si schierò Ludovico detto “il Pio”, uomo timorato di Dio, discendente della gloriosa dinastia del mitico Carlo Magno.
Egli fece erigere questo colosso per sciogliere un voto di ringraziamento al Signore del cielo e della terra che lo aveva fatto uscire indenne dalla battaglia di Benevento. In quel sanguinoso evento riconquistò, a spese degli invasori, le città di Bari e Salerno.

Il posto, lussureggiante e vicino al rigoglioso fiume Pescara, era quanto di meglio si potesse desiderare.

La chiesa, inizialmente dedicata alla S. S. Trinità, custodì le ossa di numerosi martiri, per poi essere consacrata al culto di quel San Clemente papa, terzo successore di San Pietro, i cui resti furono ritrovati dai santi Cirillo e Metodio in una piccola baia sul mar Nero.
Lasciarsi cullare dalla pace che pervade il luogo è il modo migliore di trascorrere una giornata da non dimenticare.

Gabriele D’Annunzio, estasiato da cotanta ricchezza architettonica e artistica, esclamò: “Sono davanti ad una sovrana bellezza!”.

Capitelli istoriati con immagini di apostoli, fregi e archetti artistici che corrono lungo tutto il perimetro della facciata, il portone centrale con le figure in rilievo di San Clemente e altri santi e abati, tutto concorre a rendere monumentale il complesso.

All’interno, una struttura semplice ma particolare, a metà strada tra romanico e gotico; meraviglia il pulpito a forma quadrata con i due animali simbolo degli Evangelisti, l’aquila e il leone dall’aria fiera e sprezzante e, di fronte, un magnifico candelabro per il cero pasquale con la lanterna decorata finemente in stile romanico.
Infine merita tutta la meraviglia di cui disponiamo, il ciborio del ‘300, opera insigne che sovrasta l’altare regalando austerità a tutto l’interno.

Per chi visiti San Clemente, è necessario ritagliarsi il tempo per una visita alla cripta sottostante, al museo e la biblioteca per poi sostare in religioso riposo nel confortevole giardino ricco di essenze e fiori.

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domenica 9 giugno 2013

La strana storia di Casa Francese a Teramo!

Una tra le pagine più sanguinose della storia di Teramo la scrisse, nell’anno 1152, Roberto di Loretello quando impose la sua signoria, espugnando la città e radendola al suolo con un pauroso incendio.

Da quella distruzione secondo storici attendibili si salvarono, parzialmente, la torre oggi detta appunto “Bruciata”, la chiesa di Santa Maria Aprutiensis, oggi Antica Cattedrale, Casa Raimondo - Narcisi all’angolo tra via Paris e via Anfiteatro, qualche brandello di mura di Santa Maria a Bitetto e, in via Stazio, Casa Francese.

Si deve presumere, quindi, che l’abitazione dell’antica famiglia dei Francese dovesse essere stata costruita intorno al 1100, nel cuore della vecchia Teramo.
Alcuni storici la datano, invece, primi anni del 1300.

E’ importante comunque sapere che ancora oggi Casa Francese esiste e si può classificare come una se non la più vecchia abitazione aprutina.
Si tratta di un edificio tipicamente medioevale, caratterizzato da una piccola corte in mattoni, alternata a ricami regolari in pietra di fiume squadrata.

E’ un manufatto incredibilmente affascinante, nonostante abbia perso parecchie delle sue antiche peculiarità, con le finestre originarie che erano di minime dimensioni dalle semplici ma accattivanti cornici in pietra.

Qualcuno nel vederla al suo interno, potrebbe obiettare che manca di decorazioni ma è proprio in questa sua austera sobrietà che risiede la bellezza del suo insieme.

Abitata dalla famiglia Francese, venne poi in possesso dei nobili titolati degli Scimitarra che lo storico Sandro Melarangelo in un suo scritto, ricordò essere i proprietari della fornace della Cona, diretta concorrente della Gattarossa del bivio Cavuccio.

Infine, in un suo articolo scritto prima di lasciarci, il grande amico Gianmario Sgattoni, raccontò che l’edificio fu abitato anche dalla famiglia De Carolis, conosciuti commercianti di Teramo, possessori negli anni ’60 di una cartoleria.

Fu sempre in quel periodo, ricorda ancora Melarangelo, che Casa Francese divenne dimora del noto fotoreporter Peppe Monti, ascolano trapiantato in Teramo già dal 1958 che molti a Teramo ricordano perfettamente.

Secondo lo storico Riccardo Cerulli, Casa Francese era un esempio di “incastellata”, casa torre intesa come piccola fortezza.
In effetti il moncone di un muro, nel giardino pensile all’interno del caseggiato potrebbe far pensare all’esistenza antica di una torre.

Pochi teramani hanno attraversato il trecentesco portale ogivale che introduce in una piacevole corte aggraziata da una sobria scalinata in mattoni, dalla quale si accede ai piani superiori.

Tutto l’insieme oggi si presenta alquanto rimaneggiato, con le mura interne ricoperte di calce bianca, così come il giardino e la sua storica e gigantesca palma, al di là del quale si apre una bella vista sulla Piazzetta del Sole dietro la chiesa dello Spirito Santo.

Ebbene, signori miei, questo antico palazzotto nobiliare è in vendita da alcuni anni.
Forse il prezzo non alla portata di tutti, forse anche la struttura antica della casa e l’attuale crisi economica, scoraggia gli acquirenti.

La signora, ultima proprietaria, anziana e stanca di dover salire ogni giorno le scale, intervistata da me un paio di anni fa, parve fermamente intenzionata a cedere un edificio che è parte integrante della storia millenaria di Teramo.

Ci dovremmo domandare, noi che amiamo la nostra città, chi mai acquisterà l’edificio, che fine farà la casa, in quali mani cadrà, quali lavori di ammodernamento subirà.

Abbiamo già, purtroppo, degli esempi negativi nella ristrutturazione di Casa Melatini, una delle più belle abitazioni nobiliari del XIII secolo, di fronte alla monumentale chiesa di Sant’Antonio.

I lavori in alcuni casi non hanno tenuto conto della storia e del valore dell’edificio e, tra i numerosi rifacimenti che esso ha subito, questo è stato forse il più distruttivo.

So che il comune di Teramo non ha granchè di fondi ma si è valutata comunque l’esigenza di acquisire questo pezzo di storia e farne magari un museo?

Com’è possibile che la Soprintendenza per la salvaguardia delle architetture storiche, non ponga vincoli a queste mura che rappresentano, insieme a quelle dei Melatini, di Casa Urbani e del palazzo liberty dei Castelli, una specie di museo di storia a cielo aperto di evidente interesse culturale?

Possibile che la Regione e altri enti territoriali continuino a disinteressarsi del patrimonio storico di Teramo?

Nella nostra città ci siamo sempre distinti per la propensione masochistica di distruzione del passato.

Non continuiamo a farci male.

L’amministrazione comunale valuti con attenzione la possibilità di utilizzare questo edificio, magari trasformandolo in Servizi Educativi per i giovani con l’obiettivo di promuovere, documentare ed educare alla conoscenza del patrimonio artistico e sociale e alla storia che non deve morire.

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sabato 8 giugno 2013

L’Istituto Milli di Teramo sui monti della Laga per il “Progetto Ambiente”.

Ho potuto organizzare un bel percorso didattico di cultura dell'ambiente per dei giovani studenti entusiasti all'Istituto Milli di Teramo. Incontri in aula per parlare della provincia teramana meno conosciuta ma tra le più belle realtà locali. Una giornata in montagna da non dimenticare! Grazie a tutti per questa esperienza gratificante.
 Sergio Scacchia 

Il Primo Cittadino di Crognaleto, Giuseppe D’Alonzo, è figlio del popolo della montagna: tosto e accogliente.
Orgoglioso del suo territorio e innamorato delle proprie radici.

È la piacevole sensazione che riceve chi lo incontra per la prima volta.

Dopo l’accoglienza riservata agli studenti e studentesse del “Giannina Milli” di Teramo in visita nei monti della Laga, ne abbiamo certezza.

È terminato, infatti, in bellezza a Cesacastina, con un pranzo gustosissimo a base di prodotti locali e un buffet di dolci bontà preparato dalle disponibili signore del paese, il progetto ambientale per le seconde classi dell’istituto teramano diretto dal professor Di Giannatale, penna conosciuta ai lettori dell’Araldo, autore di numerosi libri.

All’incontro con i ragazzi e i professori, erano presenti la giunta comunale con l’assessore Orlando Persia, il vice sindaco Scipioni Loreto, l’assessore del Bim e consigliere Zilli Giuliano oltre al presidente della Pro Loco di Crognaleto Cesare Quaranta e il vice presidente Francesco Maggetti.

Dopo diversi incontri nelle aule scolastiche in cui ragazzi e ragazze sono stati stimolati sulla necessità per le giovani generazioni di salvaguardare il creato e, dopo aver parlato di ghost town, tradizioni, arte e borghi montani della nostra provincia, si è pensato di dedicare sabato 25 maggio a un’uscita in ambiente.

Gli studenti, accompagnati dai professori, sono stati invitati a scoprire il fascino senza tempo di borghi in pietra come Crognaleto, Cesacastina, Frattoli, Cervaro.

I ragazzi hanno potuto vedere di persona il lavoro dell’ultimo scalpellino dei monti della Laga, Serafino della famosa dinastia Zilli, cimentandosi nella lavorazione della pietra sotto gli occhi attenti del maestro.

Hanno poi avuto la possibilità, con una gradevole camminata, di raggiungere la balconata di arenaria a oltre mille metri di altezza da dove si gode una vista stupenda su tutte le vette del Parco e dove si trova l’antica chiesa rupestre della Madonna della Tibbia.

Qui sono stati raggiunti dal parroco Don Giuseppe Lavorato, pastore delle anime di dodici comunità locali di montagna.

Il giovane sacerdote, con l’entusiasmo che lo contraddistingue, ha parlato fra l’altro, della bellissima tradizione che riguarda l’immagine sacra della Vergine di Crognaleto e l’edificazione della chiesa per grazia ricevuta.

Gli abitanti di Crognaleto hanno offerto una ricca colazione in quota. Poi, con Concetta Zilli, organizzatrice dell’intero programma, il gruppo si è recato nelle parrocchiali di Frattoli e Cesacastina per ammirare gli altari lignei barocchi che arricchiscono i fantastici interni.

Grazie all’interessamento delle popolazioni locali il giovane gruppo ha potuto ascoltare le storie coinvolgenti del passato e i problemi che hanno vissuto e vivono tuttora le comunità d’alta montagna.

A Cesacastina, con grande disponibilità, il sindaco ha risposto con entusiasmo a tutte le domande formulate dagli studenti, auspicando in futuro altri incontri con le studentesche teramane.

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venerdì 7 giugno 2013

La calda estate di provincia

Un sentiero, lo scarpone che procede agile, schivando rocce, aggirando ostacoli.

Ripidi ghiaioni, vette complicate da raggiungere, da vivere qualche minuto per poi tornare verso il basso per non essere colti dall’oscurità del tramonto, mentre la traccia s’inoltra nel bosco, attraversa prati fioriti giungendo ad un luogo sicuro.
La montagna è passione dell’anima.

Ma anche il mare può conquistare con i suoi tramonti, la sabbia dorata e le storie infinite di pesca e di vita semplice.
L’emozione che si prova andando in barca a vela non si riesce a spiegare fino a quando non la si prova.

Governare una imbarcazione anche in assenza di vento migliore, quello trasversale, l’andatura di “bolina” cioè contro corrente, con il mezzo che quasi sbanda e che devi faticare a tener dritto, è spettacolare per chi ama l’avventura.

Cavalcare le onde che mutano colore ad ogni folata di vento con misurata spavalderia, vederle frangersi in mille rivoli bianco azzurri.
Spruzzi d’acqua salata a schiaffeggiare il corpo.
Adrenalina pura.

La consapevolezza di essere un tutt’uno con la bellezza e la potenza del creato.

E cosa dire delle stupende sensazioni che danno corroboranti passeggiate a piedi o in bici in collina a scovare poetici campi coltivati, tra filari che cominciano a popolarsi di piccoli acini, futura uva che produrrà il “sangue della terra”?

Estate: vecchie e nuove amicizie, balli, sagre e feste popolari tra formaggi, porchette sapide, e vini nobili di pura poesia.
Estate calda da vivere nel teramano per abbronzare anche l’anima oltre che il corpo.





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giovedì 6 giugno 2013

Itinerario: la Valle delle Cento Fonti

Dislivello: circa 600 metri
Tempo di salita: 2.15 ore
Discesa: 1.30 ore.
Difficoltà: E
Itinerario parzialmente segnato (bianco-rosso)

Da Cesacastina si va per Colle della Pietra sino alle Piane, superato un campo sportivo si gira a sinistra e si raggiunge il ponte sul “Fosso dell’Acero”, poi si parcheggia a m1320.
Si può giungere a piedi dal paese prendendo ad ovest la pista che supera un’antica fonte in arenaria a m1157, costeggia a destra il Fosso dell’Acero e poi si immette sulla strada che si segue per 300m verso sinistra.

Sulla destra una stradina con catena porta ad un rifugio dell’Enel (m1352).
Si risale, per un piccolo sentiero, una valletta erbosa.
In alto si piega a destra per prati e si entra nel bosco, attraversando un piccolo fosso verso destra.

Ci si tiene sul dosso tra il piccolo fosso attraversato e quello dell’Acero e ci si allontana gradatamente sino ad immettersi in una sterrata che si abbandona ad un tornante.
Si segue a destra un largo sentiero che porta ad una radura affacciata su una cascata.
Si costeggia il torrente, parallelamente alla lunghissima lastronata su cui scorre e si esce dal bosco, dopo avere attraversato un ruscello verso destra.

Estrema attenzione a costeggiare i torrenti e non attraversarli perché si rischia molto!
Per dossi erbosi si raggiunge una seconda cascata e, scavalcata una sterrata che proviene da destra, la Sorgente Mercurio (m1800). Si sale liberamente nella larga “Valle delle Cento Fonti” solcata da fossi e si punta nella direzione della Sella di Gorzano.

Alla testata della valle si piega decisamente a sinistra (ovest), raggiungendo per un ampio dosso la cima più alta della Laghetta (m2372).




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mercoledì 5 giugno 2013

San Pietro in Azzano, la terra della gens Attia

Azzano oggi è Villa Costumi e non ha una scuola, un ufficio postale, né il bar e non mi risulta che ci sia il tabaccaio o la farmacia.

Chi ha bisogno di qualcosa qui deve recarsi nella vicina Castagneto o proseguire fino a Torricella Sicura.


Se qualcuno, però, cerca solitudine è nel posto giusto: in tutta la frazione, a mezzogiorno, c'è meno gente di quanta ce ne sia a Teramo in un condominio il giorno di Ferragosto.

Un pugno di case con una varietà così minima di persone che s'incrociano in uno spazio geografico talmente ristretto che ti permetterebbe di conoscere e seguire ogni secondo della loro vita ed ogni centimetro dei loro movimenti.
E' così piccolo questo paese, che è un azzardo definirlo tale.
Il suo cimitero a due chilometri, condiviso con altri due borghi, è probabilmente grande quanto un cortile.

Il silenzio si taglia col coltello, come il buon pecorino dal sapore di montagna che ancora oggi fanno in maniera deliziosa nella vicina Villa Popolo, a una manciata di chilometri da Teramo.
Per quale misterioso scherzo dell’Onnipotente, qui è possibile trovare una chiesa rupestre, un tempo importante abbazia benedettina?

La risposta al quesito diventerebbe semplice se visitaste il luogo.
Un paradiso ideale per gli insediamenti di carattere monastico.
Potreste, chiudendo gli occhi, immaginare di ascoltare note mistiche di canti gregoriani consacrati al ritmo unificante dell’Ora et Labora benedettina.

La chiesa dedicata a San Pietro, che presenta un interessante portale rinascimentale, è situata sulla sommità di un colle da cui si gode un panorama superbo.

Pare che il cenobio sia sorto per il forte interesse dell’abbazia di Farfa e che, nel massimo del suo splendore, avesse addirittura sette chiese alle sue dipendenze per conto della badia farfense.

Sei di esse oggi non esistono più.
L’ultima, qualcuno giura sia stata la deliziosa Santa Maria De Praediis, ubicata non lontana, vero gioiello romanico in pietra, costruito, sul luogo dove, migliaia di anni fa, esisteva l’importante tempio della Dea Feronia.
A San Pietro restano, oggi, piccole vestigia della cisterna e del chiostro.

La chiesa, originariamente più grande, come racconta lo storico Niccola Palma, fu accorciata da “80 a 54 palmi per far spazio alla sagrestia e l’abitazione dell’allora curato”.

Questi luoghi vantano una storia antichissima che parte dai Romani che qui e a Pantaneto costruirono ville sontuose, passa per la civiltà longobarda, il feudalesimo dei castelli di Colle Caruno e Ioannella, la dominazione spagnola e arriva fino alle storie incredibili di briganti.

Il paesaggio,i monumenti stanno lì fermi,immobili da secoli.
La gente cambia continuamente.

Nasce, cresce, invecchia ma vive in quel fazzoletto di terra tutti i suoi momenti siano essi felici che tristi.

Vicino alla chiesa, mi dicono, vive tuttora un ultracentenario che ha trascorso gran parte della sua vita cibandosi del latte delle sue capre, dei frutti dei suoi alberi e di verdure.

Quattro vecchietti distribuiti in pochi chilometri starebbero per accendere la candelina numero 100; i ritmi lenti e l’aria buona sono evidentemente garanzia di lunga vita.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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martedì 4 giugno 2013

I Templari a Santa Maria a Mare di Giulianova

Il quartiere Annunziata a Giulianova, da dove parte il serpentone di pista per pedoni e bici del Corridoio Verde Adriatico era fino a qualche anno fa un agglomerato di case a sud, evitato accuratamente dalle persone di buona volontà perché terra di nessuno, abitato da zingari, delinquenti di mezza tacca, che imperversavano, soprattutto nelle ore serali.

C’è stata da parte dell’Amministrazione giuliese, una profonda riqualificazione della zona, partita proprio dal lungomare. Il quartiere è tornato a d essere vivibile, ricco di zone verdi e di infrastrutture.
 Fra l’altro questo grande quartiere giuliese è ricco di storia essendo stata ubicata qui la vecchia “Castrum Novum”, l’antica città romana a diciotto miglia a sud di “Castrum Truentino”, sulla via Salaria, che nel IX secolo si trasformò in “Castel San Flaviano”.

Nel XV secolo la cittadina, a causa delle scorribande di predoni del mare e l’inclemenza del clima, si era ridotta in un mucchio di rovine, tra acquitrini malsani e maleodoranti, facendo sì che gli abitanti dediti alla pesca e alle coltivazioni, si allontanassero dal luogo natio.

Fu un discendente della gloriosa stirpe degli Acquaviva a far ricostruire la città, chiamandola “Giulia Nova” e dotandola di diverse torri di avvistamento.

Intanto però erano andate perdute gran parte delle testimonianze di un passato glorioso e splendente.

La chiesa di Santa Maria a Mare, conosciuta come Annunziata è comunque un monumento salvato dalla incuria degli uomini e del tempo.

La chiesa è quella che vedete nei pressi dell’incrocio della statale 16 con la famigerata 80 per Teramo.
Venne costruita prima dell’anno Mille in questa posizione insolita sulla piana tra la costa e la collina. Rappresentava il punto di sosta per i viandanti che si recavano al mare per imbarcarsi.

Fu riferimento anche per i Crociati che giungevano da Roma attraverso i monti della Laga per salire sulle navi dirette alla Terra Santa.

Era ridotta veramente male agli inizi del ’900.
 Venne effettuato un radicale restauro intorno agli anni ’60.
In quella occasione furono salvaguardati resti di architettura romanica, che oggi sono all’interno del luogo sacro che gli esperti fanno appartenere allo stile “romanico lombardo”, molto frequente dalle nostre parti.

Grazie a manoscritti antichi si è scoperta l’esistenza in passato di un monastero con annessa chiesa a tre navate.
Doveva esserci un grande refettorio con possenti colonne in laterizio.

Poi nel trecento, forse anche per numerosi crolli, le navate della chiesa divennero le attuali due e il monastero scomparve, lasciando posto alla chiesa di oggi di media grandezza, con la facciata inconfondibile, tutta in mattoni posti orizzontalmente e l’abbellimento di piccoli archetti.

Il portale è molto simile a quello della cattedrale di Atri, anche se di fattura inferiore.
Sono particolari le piastrelle scolpite e i capitelli e leoni, soprattutto l’animale a destra che stringe nella sua morsa un drago.

L’allegoria qui è molto chiara: i leoni rappresentano la chiesa di Roma che ha forza a sufficienza per sconfiggere le eresie e il male, qui simboleggiato dalla presenza del drago con gli occhi allungati, quasi stritolato dal leone.

Questo gioiello di portale risalente al trecento, confezionato da Raimondo Del Poggio, maestro scalpellino, nelle sue diciotto formelle, contiene anche dei simboli di luce e segni del passaggio dei Templari con i classici “Fiori della Vita” e piccole incisioni dedicate ai “pellegrini”, celebrati come condizione terrena dell’uomo in perenne ricerca di Dio.

L'opera rappresenta la storia scritta per segni antichi, tra fasi dello zodiaco, luci del giorno e ombre della notte, tra alternarsi di aurore e tramonti, tra cicli di stagioni che passano senza posa. 
Ecco che un posto, trascurato da tutti noi che magari ci passiamo infinite volte, può diventare oggetto di una accurata visita.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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