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giovedì 9 maggio 2013

Nel bosco dei giganti!

Dedicato a quella simpatica bestiola che è la volpe, oggi sotto assedio da chi vorrebbe si estinguesse!

L’uomo dagli occhi cerulei porta con sé l’ascia affilata.
Intorno a lui il bosco freme, non è chiaro se per i colpi del vento o per il terrore di essere attaccato da una lama tagliente.
Se qualcuno è convinto che gli alberi non abbiano anima qui sicuramente potrebbe ricredersi.

La foresta Martese vibra sparando una sorta di nota bassa e continua.
Tra i nodosi tronchi s’insinua il primo sole, mentre il vento corre veloce in mezzo ai rami.
La faggeta è costeggiata da fitti filari di alberi secolari.
Ovunque resistono macchie bianche di neve fuori stagione.

Dovremmo essere qui pronti a salutare signora Primavera, accorciando maniche e braghe e invece la giacca in gore tex la fa ancora da padrone.
Non è ora di esporre lembi di pelle bianca, la natura è come una donna capricciosa.

Sono nel cuore incantato dei monti della Laga.
Il centro abitato più vicino, la stazione turistica del Ceppo dista già sette chilometri.
Non mi pare vero essere riuscito a fuggire dagli ingorghi velenosi della città, dai clacson, leve del cambio in prima, seconda e folle.
Sono in un mondo parallelo!

Le cortecce paiono suonare mentre gli altri rumori scompaiono. Tace il picchio, avanza il silenzio tra i nidi dei tordi.
L’uomo mi fa cenno di appoggiare l’orecchio al tronco, mi sussurra di ascoltare, di esplorare il respiro del gigante verde che colloquia silenzioso con gli altri.

Poi, quasi a irridermi, mi domanda cosa possano raccontarsi dei rami che s’incontrano in alto, toccandosi in un inestricabile intreccio naturale.

Il grosso esemplare, è sicuramente una mia impressione, pare impossessarsi di me e, come una suite per violoncello di Bach, mi avvolge con un suono profondo e morbido nello stesso tempo.

Sì, mi dico, sicuramente mi sto lasciando suggestionare da questo strano individuo che mi accompagna, spostandosi come un folletto impazzito, di tronco in tronco, auscultando quasi fosse un dottore senza stetoscopio.

D’improvviso non mi chiedo più se è tutto frutto della mia fantasia.
Mi sento felice come non mai. Sono tornato bambino quando sognavo di essere un guardiano della natura.
Passo dopo passo, avvolti dall’ombrosa e silente foresta, guadagniamo la salita pensando di provare le stesse sensazioni dei nostri avi che erano carbonai, taglialegna o poveri viaggiatori e vivevano a stento del sottobosco e dei suoi tesori.

Il boscaiolo, maestro d’ascia, parla con uno degli alberi ma non mi pare possa essere definito pazzo o strano.
Segue le regole antiche del padre e, ancor prima del nonno.
Gente tosta di montagna quella, abituata ad abbracciare gli alberi per sentirne gli umori con la pancia e i polmoni.

Erano anime che sfidavano per una vita intera i rigori dell’inverno e sopportavano brevi estati di poco più di un mese l’anno.

Presto con le piogge d’agosto, a queste latitudini, torna il gelo che fa rimpiangere i denti aguzzi di un lupo e il primo refolo di vento porta di nuovo freddo nelle vene e nelle ossa.
Buon per loro, mi dice annuendo verso gli alberi, che i tempi sono cambiati.

I tanti fumi delle carbonaie, le ruote cerchiate dei carri che trasportavano lucidi tronchi dritti come fusi per filare lana e miseramente abbattuti, sono solo un lontano ricordo.
Oggi i boschi di faggio, castagno, abete, sono tutelati, coccolati, apprezzati anche qui nell’Italia centrale e nel cuore degli Appennini.
L’idea che pareva bislacca, è nata per caso una sera di polenta e bicchieri.

Mario, è questo il nome di chi mi accompagna, non si stancava di ripetermi come un mantra che le tante volte in cui avevo attraversato il bosco Martese dedicato al dio della guerra, non erano servite a sprofondare nell’anima di questo luogo.

Io a dirgli che conoscevo come la mia città, tutti gli anfratti di quel posto magico, compresa la storia che qui ha scritto pagine immortali della Resistenza Italiana e lui a sfidarmi a suon di venature di alberi.

Io a ripetergli di essermi recato mille volte alla cascata della Morricana, lui a continuare a ridacchiare dicendo che non saprei neanche da dove nasce quell’incredibile zompo d’acqua!

I giganti verdi, quei faggi maestosi, mi diceva con aria greve e col boccone in masticazione, hanno il diavolo in corpo e, per chi come te crede in Dio, sarà una bella lotta.

E ora siamo qui dopo aver camminato per circa un’ora nel fitto del grande bosco, sospesi in attesa di qualcosa che ci stordisca.
I raggi colorati del sole che fatica a entrare nel fitto della selva, sono mortificati, quasi tumefatti dalle ombre fredde dei tronchi.

L’uomo, diceva un poeta arabo, è un gomitolo di bisogni, un fascio di desideri, un essere plasmato dall’attesa.
Il mio compagno di gita m’indica un grande tronco cavo, qualcosa di ampio, dove sarebbe possibile entrare con una bella donna e farci dentro l’amore avvinghiati come edera.
Mi ordina quasi di rannicchiarmi mentre lui rimane fermo e ritto.
Ed ecco che accade qualcosa d’inaspettato.

Un crack rimbomba spezzando il silenzio del bosco.
Una corteccia, lacerata per lungo come due labbra rinsecchite dall’arsura, si rompe e da un tronco cavo ecco uscire di colpo una fantastica volpe grigio topo.

L’animale, spaventato dalla nostra presenza, ha una gran fretta di fuggire.
Le sue zampe slittano furiosamente su di un ciuffo d’erba ancora innevato.

La corsa forsennata del piccolo abitante dei boschi lo rende simile a un personaggio dei cartoon.

Non faccio in tempo a scattare la foto.

La bestiola, terrorizzata, si dilegua nel fitto della selva ed è fantastico guardare la coda dritta e vaporosa diventare sempre più piccola.
Somiglia prodigiosamente al pennacchio di un antico e valoroso cavaliere.

Maledetta bestiaccia, esclama Mario, quella lì se la uccido mi ci pagano in paese.
Secondo l’uomo la volpe astutissima, da mesi come una formidabile predatrice mette a soqquadro i pollai dei paesi vicini una notte sì e l’altra pure.
Mi guardo bene dal dirgli che sono contento del fatto che la volpe riesca a sfuggire ai suoi assalitori.
Qui gli animali scompaiono giorno per giorno.
Faine, martore, in alcuni casi anche lupi, tutti ormai introvabili.

Con loro è andata via da tempo una meravigliosa fierezza atavica.
Tagliole, esche avvelenate, trappole con succulenti bocconi mortali, avversità atmosferiche hanno decimato la popolazione che vive nei boschi.
Io da numerosi anni faccio il tifo per loro.

Passo dopo passo finalmente riesco a stabilizzare il battito cardiaco.
Bastano pochi mesi di completa inattività per sentirsi degli straccetti inadeguati davanti a cammini neanche troppo impervi.
Ora l’uomo pare avere fretta per il ritorno.

Sarà il passo più spedito, la quota altimetrica che sale insieme alla mia pressione ballerina, o forse il profumo intenso della resina che penetra come lama nei miei polmoni, mi pare che il cuore voglia uscire dal suo bell’incavo nel mio petto.

Assorbo aria troppo pulita per i miei bronchi asfittici, poi è come se ingerissi metro per metro della mulattiera che abbiamo imboccato.
Ecco che, d’improvviso, si aprono i prati della distesa che porta all’inesistente Lago dell’Orso.
G
irandomi verso valle, in un solo e unico sguardo m’impossesso di mezzo mondo risalendo con gli occhi famelici fino a tutta la catena del Gran Sasso.
Contemplare lo spettacolo della natura che resiste alle diavolerie e scelleratezze dell’uomo dà ristoro all’anima.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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mercoledì 8 maggio 2013

Scanno: dove la natura e il tempo danno spettacolo!

A cinquanta chilometri da Castel di Sangro e quaranta da Pescasseroli, al vertice di un triangolo d’itinerari di grande rilevanza turistica, sorge un luogo idilliaco.

Di là delle aspre gole dove, impetuoso, gorgoglia il Sagittario, incastonato tra montagne maestose e silenti, il lago appare al viaggiatore immerso in una pittoresca cornice che abbraccia lo sperone roccioso dove emerge l’antico e affascinante borgo di Scanno, una delle tante meraviglie d'Italia, non a caso presente nel lungo elenco dei "Borghi più Belli d'Italia".

E’ un fascino singolare quello che emana da questi luoghi.
Tutto parla di fantasie e immagini del passato.

Passeggiando per le anguste viuzze non è improbabile che all’improvviso balzi davanti agli occhi, la magnificenza di una donna anziana o di una bella bimba in costume tradizionale.

Di certo non mancherà colei la quale fila un tombolo davanti all’uscio di casa o il contadino che, dopo la fatica dei campi, si ferma a giocarsi un birillo di buon vino alla “morra” davanti l’antica cantina dalla volta a botte!

Non visitate il paese con la fretta di chi vuole scendere al lago per il classico picnic.

Regalatevi tempo per i particolari.

Vagate senza meta tra le case e i palazzi nobiliari.
Incrociate lo sguardo dei volti.


Poi alzate gli occhi e gustate le belle montagne di memoria dannunziana che fanno da sfondo regale al tutto.

Il monte Genzana, il balcone del valico del Carapale da dove, salendo, trovate una veduta splendida del lago, tutto è un affascinante preludio che porta, di là da Passo Govi, a uno dei più vecchi Parchi Nazionali d’Italia, quello d’Abruzzo, vero santuario della natura.

Leggende antiche si sovrappongono l’una sull’altra, aumentando l’alone di mistero che permea il luogo.

Storie millenarie raccontate da scrittori dell’ottocento, affermano che queste contrade furono originate da un primitivo ceppo orientale e che, per molti secoli, gli antenati dei feroci Saladini abbiano calcato questa terra.

Avvolto da mistero anche l’etimologia del nome.
Si dice che essendo il borgo adagiato su di un colle circondato da severe montagne, la tradizione fantasiosa degli anziani lo definì uno scranno, uno sgabello!

Non perdete la chiesa di Sant’Eustachio, patrono del paese, di là dell’arco medioevale sormontato dalla Torre Vecchia.

All’interno del luogo sacro c’è una bellissima statua della Madonna con il volto bruno del secolo XV e l’effige lignea del santo protettore del 1700.

Visitate anche la parrocchiale di Santa Maria a Valle con la sua facciata rinascimentale e il campanile di 35 metri del 1500.

L’interno a tre navate è in struttura romanica e contiene due pregevoli acquasantiere, il pulpito e i quattro confessionali di legno.


Le mogli vi costringeranno allo shopping sfrenato nelle gioiellerie, vista la tradizione orafa locale e nei negozi tradizionali, dove fanno bella mostra di sé i merletti a tombolo famosi nel mondo.

Nelle trattorie di Scanno il cibo è sublime.

Provate la ricotta del posto, semplicemente deliziosa e poi “sagne e fagioli”, i “cazzellitti con le foglie”, l’agnello locale e i dolcissimi mostaccioli.

Nel pomeriggio scendete al lago.
Noleggiate una bici e pedalate fino alla ridente Villalago.

Alzando gli occhi, tra faggi dalle radici aeree e tronchi massicci bizzarramente scolpiti, i boschi circostanti regaleranno benessere.

Raggiungete Scanno attraverso la statale 479 che collega Sulmona a Villetta Barrea, utilizzando l’autostrada A25, uscita Cocullo. 
Buona gita!

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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martedì 7 maggio 2013

A Cesacastina "lu Jase Criste de lu colle"

Il restauro dell’antico crocifisso sul tratturo di Campotosto, nella cona votiva che proteggeva i transumanti nel loro cammino.

Non so se vi siete mai soffermati, camminando in montagna, davanti alle piccole cappelle, deliziose icone del buon viaggio, per una preghiera o, semplicemente,
per osservare e penetrare un pizzico dell’immensa devozione che anima gli abitanti
delle “terre alte”.

È quanto di più poetico possa esistere.

La tradizione popolare ricorda che l’immagine santa serviva a proteggere i viandanti dalle forze del male che vagavano senza posa.


Sulla conservazione di tutte queste impronte mistiche non gravano solo le avversità meteorologiche ma, soprattutto, incuria e vandalismo.

C’è ovunque un patrimonio di religiosità popolare impossibile da catalogare con un numero incalcolabile di edicole, nicchie e crocicchi.
David Maria Turoldo, frate dei Servi di Maria, scomparso nel ’92, descriveva così questa devozione di strada: "Povere immagini opere di anonimi artisti che per me sono amabili al pari di Giotto e Cimabue …".

A Cesacastina, nel cuore dei monti della Laga, c’è una di queste creazioni di arte e fede.
Una cona votiva dedicata al transumante che oggi richiama per lo più memorie infantili o statuine di presepe, ma che un tempo significava essere uomini percossi dalle lame acuminate del sole, tormentati dalle piogge.
I pastori attingevano forza fisica dalla devozione cristiana.

Proprio la scorsa estate, in ricordo di questi antichi carovanieri dell’angoscia è terminato il restauro del crocefisso de “lu Jase Criste de lu colle” tornato bello come non mai nel piccolo tabernacolo posto a fianco di un tratturo che arriva a Campotosto, attraverso il Colle di Mezzo.

Era, questo, il percorso delle greggi che, per recarsi ai pascoli romani, invadevano le strade come un fiume di lana, coprendo ogni spazio con i loro velli, tra i cani bianchi abbaianti e polvere sollevata, a sfumare il paesaggio come in un sogno.

La cona votiva di Cesacastina fu realizzata dall’agiata famiglia Baldassarre che commissionò il crocefisso a un falegname locale, Alfonso Vetuschi, alla fine del 1850, ricavandolo da pezzi diversi di legno assemblati tra loro in modo un po’ artigianale.

Lo stesso artista realizzò le due porte della chiesa seicentesca dei Santi Pietro e Paolo a forma di croce con il suo inconfondibile campanile a vela e a tre campane.



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

Tutti gli articoli sono condivisi su Facebook nella bacheca di Sergio Scacchia e nella pagina "Il Mio Ararat" e su Google Plus.

Gli articoli sono inoltre pubblicati da Vincenzo Cicconi della PacotVideo , tra l'altro gestore di questo blog, su:
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lunedì 6 maggio 2013

L’arte e la natura di una valle dalle mille sorprese!

Ci sono luoghi che sembrano contenere tutti i segreti della natura e dell’esistenza umana.

Come se di là da questa bellezza, di questa purezza e perfezione, non esistesse nient’altro.
L’anfiteatro di montagne che cinge la Valle Siciliana, incanta il visitatore.

E’ un autentico miracolo della morfologia, la dorsale appenninica, la più alta di tutte le cime che attraversano da nord a sud lo stivale.
Qui è piena di foreste, ma anche di eremi e di storie di santi che, scavando nella roccia per trovare stabile rifugio, hanno incontrato Dio sul loro cammino.

Chiusa come in uno scrigno tra guglie ardite e muraglioni di roccia, la Valle Siciliana sembra al suo estremo, un territorio magico capace di coinvolgere l’immaginazione di chiunque.

I personaggi storici o leggendari che qui hanno legato le loro gesta, trasfigurano questo straordinario panorama, in un mondo parallelo e incantato.

Le pietre raccontano come libro aperto, milioni di anni di storia.

La valle del Mavone è “siciliana”, secondo gli scritti di Plinio il Vecchio e, più tardi, gli storici Camarra e Delfico, perché i Siculi, prima di abbandonare nel 1284 a.C. la penisola, sospinti a sud da popoli nordici, fondarono Numana e Sirolo nel Conero marchigiano, insediandosi infine in questa conca aprutina.

Per altri il toponimo deriverebbe da “siciliana” dal latino “silex”, per la natura delle pietre del Gran Sasso o dal nome della via Cecilia, famosa strada romana costruita intorno al 117 a.C. dal console Lucio Cecilio Metello per collegare Roma all’Adriatico.

Attraversando la valle e ridiscendendo verso il mare di Roseto, non è difficile scorgere, accanto a case rurali o nuove costruzioni, architetture medioevali o rinascimentali di piccoli centri che testimoniano la ricchezza di questi luoghi nei secoli passati.


Stupisce la qualità di alcuni affreschi che impreziosiscono le antiche dimore.

Danno l’idea della presenza antica di una scuola pittorica che ha espresso nel tempo talenti artistici di grande valore.
Il borgo medioevale di Castelli che sembra appeso alle guglie del monte Camicia precipitante in una verticale terribile, ospita una delle più importanti scuole d’arte ceramista nel mondo.

Ancora oggi in musei di alto prestigio come l’Hermitage, sono allestite pregevoli mostre di vasi, piatti, albarelli, mattonelle, coppe, brocche e salsiere, tutte di straordinaria fattura, realizzate da eminenti maestri d’arte.

Per lunghi secoli, i castellani hanno sfruttato le vene d’argilla, gli immensi boschi di faggio per i fuochi, le acque limpide, la suggestione ispiratrice di un paesaggio spettacolare, avviando un mirabile processo culturale collettivo, dagli Etruschi ai Romani, dal Medioevo al Rinascimento e fino ai giorni nostri.

La parrocchiale, dedicata a San Giovanni Battista, è un museo d’arte sacra, con la splendida pala d’altare maiolicata di Francesco Grue dedicata alla Madonna di Loreto e ai Santi.
Nella piazza principale, la chiesa di San Rocco custodisce un pregevole affresco di Andrea Delitio.

Fuori l’abitato, lungo la rotabile Rigopiano Farindola, è consigliabile una visita alla Cona di San Donato, straordinario gioiello d’arte.

Definita la “cappella Sistina della ceramica italiana”, la chiesina campestre, anonima nel suo esterno, custodisce nell’unica navata, un meraviglioso soffitto in piastrelle di ceramica, realizzato dagli artigiani castellani in un delirio artistico- devozionale collettivo.

Il piccolo abitato di Forca di Valle è un terrazzo panoramico, oggi quasi spopolato.
Conserva la graziosa chiesetta di Santa Giusta.

L’etimologia fosca del nome “Forca” può dipendere dal fatto che si utilizzasse il luogo per giustiziare condannati a morte o, per il valico della Forchetta, antica mulattiera che attraversava il Monte Corno, congiungendo Isola con gli importanti centri di Pietracamela e Fano Adriano.

A Fano a Corno c’è la minuscola abbazia benedettina di San Salvatore con affreschi del ‘500.
Qui sorgeva un tempio pagano.
Sulle rovine i monaci eressero il cenobio della casa madre di Montecassino.

Ciò che affascina maggiormente è l’antico “castello di Isola” e il viaggio senza tempo, tra segni di un glorioso passato.
Stradine strette che s’intersecano fra loro, edifici medioevali, finestre finemente disegnate con cornici e bifore, piccole case affacciate le una verso le altre, con muri incisi di misteriose iscrizioni latine di stampo popolaresco.

Isola del Gran Sasso racconta tanti avvenimenti storici, dalla dominazione della potente famiglia Pagliara, stirpe dei Conti dei Marsi, a quella degli Orsini, fino al 1526, quando ebbe inizio la dominazione spagnola e l’istituzione, da parte dell’imperatore Carlo V, del Marchesato della Valle Siciliana assegnato a Ferdinando Alarcon Mendoza.

Il santuario di San Gabriele è a una manciata di metri.

In origine convento francescano fondato, secondo la tradizione, proprio dal poverello d’Assisi, rappresenta uno dei luoghi religiosi più visitati in assoluto in Italia.
L’urna bronzea di stile gotico, che contiene i resti mortali del giovane santo, è meta di pellegrinaggi costanti.

I resti del castello dei conti Pagliara insistono su di un balcone ardito a strapiombo sulla valle.
Il fortino con i suoi monconi di pietra e i resti della chiesina di Santa Maria del XII secolo, sembra raccontare il desiderio d’immortalità che devastava gli animi dei boriosi dominatori del territorio.

La Valle Siciliana è stata centro vitale di artigianato con botteghe e laboratori di ramai, sarti, calzolai e tessitori.

Tutte attività le cui memorie sono custodite nel museo etno antropologico del quattrocentesco Palazzo Marchesale di Tossicia.

I tesori della vallata comprendono anche la bellissima chiesa romanica di San Giovanni ad Insulam con i fantasmi di pietra dei ruderi del convento.

Inoltre, da non perdere la storica chiesa di Santa Maria di Ronzano con affreschi narranti storie del Vecchio e Nuovo Testamento.

Se il Sacro Graal fosse di origine teramana, abiterebbe certamente qui.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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domenica 5 maggio 2013

Sul tetto d’Abruzzo. La rocca di Calascio!

I corvi dominano sulle mura, assediano quasi la torre cilindrica e i monconi di pietra bianca.

Un gheppio plana dolcemente su di un arbusto.
Il luogo evoca cruenti duelli all’arma bianca, un tempo teatro di battaglie, oggi luogo silente.

Per secoli la zona è stata di transito per monaci in viaggio verso la Baronia di Carapelle, imperatori padroni della vita e della morte del popolo, poveri pastori confusi tra le bestie.

Oggi é un luogo straordinario, immerso nel silenzio profondo.
Non c’è momento migliore dell’anno che la primavera per visitare la misteriosa Rocca di Calascio, una delle fortezze più alte d’Italia, a picco sulle valli del Tirino e della piana di Navelli, ai margini di Campo Imperatore, piccolo Tibet d’Abruzzo.

Le torme di turisti estivi sono lontane.
È il castello per eccellenza, nelle forme classiche del Quattrocento, quello che ogni bambino immagina nel suo mondo di fiabe.

Qui sono nate infinite pellicole medioevali tra le quali “Lady Hawke” con Michelle Pfeiffer e Rutger Hauer, bellissima storia di due innamorati divisi per sempre da una terribile maledizione che trasformava di notte l’uomo in lupo e di giorno la donna in falco, impedendo ai due di vivere insieme.

Costruito intorno all’anno Mille, il castello ha i suoi momenti storici più importanti, negli anni dal 1480 al 1530, quando la famiglia Piccolomini realizzò quattro torri ricostruendo l’abitato distrutto da un furioso terremoto nel 1461.

Il nobile non era certo un mecenate.

Proprio sotto il borgo fortificato, passava un’arteria importantissima per l’economia locale: il tratturo Magno che collegava l’Abruzzo con tutto il Centro- Italia da Firenze a Napoli, determinando un flusso considerevole di commercio.

Fu così che il Duca Antonio, nipote di Papa Pio II, genero di Ferdinando Primo di Aragona, signore di Napoli, si stabilì in questo posto, lo stesso dove più tardi giunsero anche i Medici, Granduchi di Toscana.

Questa notevole opera militare, che ha ospitato condottieri come Riccardo d’Acquaviva e Carlo D’Angiò, vanta una torre centrale larga dieci metri, costruita impiegando una tecnica muraria particolare, dove i primi tre metri sono in muratura regolare, gli altri in pietra appena sbozzata.

La torre fu integrata più tardi dalla cortina muraria e da altre quattro torri cilindriche sorrette agli angoli da basamenti ancorati sulla nuda roccia.

C’è anche una chiesa che non ti aspetti, singolare e rinascimentale, in pianta ottagonale, fondata alla fine del ‘500 che, a una vista sommaria, sembrerebbe stonare con l’insieme ma che invece riesce a formare il classico valore aggiunto di pregevole fattura.

Tutto il territorio con i suoi aridi altipiani ha conservato il fascino di una landa antica in cui il tempo pare essersi fermato.

Per raggiungere questo posto incredibile, prendete l’autostrada per Roma, uscita Aquila Est, strada statale 17 direzione Pescara e poi, dopo diciotto chilometri girate a sinistra per Barisciano, strada provinciale per Calascio, tre chilometri tortuosi e in bilico su di una piana incredibile fin su la rocca.

Per chi ha piedi buoni, consiglio di salire scarpinando, così da gustare fino in fondo il panorama.

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sabato 4 maggio 2013

Il paese dei "Lanari"

La chioma è leonina, lo sguardo curioso.

Il pastore ha il codino e quando ride con un sorriso smagliante, si aprono due piccole finestre in bocca, lì dove mancano due canini.

È giovane, soprattutto è incredibilmente italiano.

Occupa la strada con il suo gregge e impedisce un rapido passaggio sugli ultimi tornanti che portano al paese di Cerqueto nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso- monti della Laga.

Con lo sguardo pare scusarsi del tempo che occorre alle bestie per fare strada alle ruote della mia vettura.
Ne approfitto per ammirare il panorama che si apre ai miei occhi.

Da un lato c’è il paese di Poggio Umbricchio, appollaiato come aquila su di una roccia, dall’altro il Corno Grande e il Piccolo che spuntano tra le nuvole.
 Più in là la vetta dell'Intermesoli!

C’è un film fantastico con due fuoriclasse del calibro di Jeremy Irons e Bob De Niro.

Il suo titolo è “Mission”.
Lo ricordate?
 Irons con un piffero incantava gli indigeni e diceva queste parole:
Se con un flauto ho convertito questi uomini cosa potrei fare con un’orchestra?”.
E un istante dopo lo spettatore era travolto dalle note immortali della stupenda colonna sonora. Semplicemente geniale.

Penso che anche il panorama che ho davanti agli occhi potrebbe comunicare a chi non crede la presenza reale di un Onnipotente inventore di strabilianti bellezze.
E Dio non ha bisogno di dover suonare il benché minimo strumento musicale.
Lui è in grado di essere in ogni luogo.

Non è necessario cercarlo in una costruzione fatta da uomo.

Lui è un faggio vecchio e ancora possente, una guglia severa di una montagna, un fiore che spunta miracolosamente su di una roccia.

Questo posto ha una tale scenografia di angoli incantati che Wim Wenders ci avrebbe creato una pellicola immortale.

A 750 metri offre una visione inedita e spettacolare del Gran Sasso che qui si mostra in tutta la sua maestosità, tra boschi, prati e rocce calcaree.
Il paese ancora prima dell’anno 1000 si estendeva in località “Canili”.

Secondo antichi documenti qui sorgeva la chiesa di Santa Maria in Querceto.

Nel Medioevo la zona fu dominata dai Conti di Pagliara signorotti della Valle Siciliana per poi divenire feudo degli Orsini da Guardiagrele fino al 1526.

La vecchia che interpello vive qui praticamente dal primo giorno della sua esistenza.

Racconta volentieri una leggenda inquietante.

Tantissimi anni fa un sacerdote accusato di crimini fu scaraventato dagli abitanti del luogo sotto un’altissima rupe, morendo fra rovi e pietre.

Da quel momento una maledizione si abbatté nel paese e milioni di formiche rosse, uscite dalle rocce circostanti, rovinarono i raccolti gettando nella miseria il paese.
Questi decisero di ricostruire le loro case a qualche chilometro di distanza, nei pressi della chiesa di Sant’Egidio Abate. Santa Maria fu adibita a canile, da qui il nome della zona.

Di là dalle leggende, Cerqueto dovette essere un castello, perché oggi si possono ancora vedere i grossi cardini del massiccio portone utilizzato per l’ingresso all’abitato, fortificazione di difesa dalle razzie dei saraceni.

La chiesa di Sant’Egidio, risalente all’anno 1000, era una grande meta di pellegrini provenienti da ogni luogo del Vomano.

Vi si conservano oggi pregevoli altari lignei intagliati nel XVII secolo da artigiani locali e un crocefisso del 1500 di legno veramente bello.

Soffermatevi sui vari affreschi ispirati alla Vergine dell’Annunciazione.


Alzando gli occhi, scorgerete un bellissimo soffitto ligneo e, uscendo, la torre vi accoglierà con i suoi caratteristici sassi bucherellati calcarei che formano i piani più alti.

Cerqueto è terra di boscaioli, pastori e cardatori di lana, mestiere oggi scomparso.
La Pro Loco sta cercando di recuperare quest’antica arte e il linguaggio, “La Trignana”, usato da questi personaggi per accordarsi fra loro senza che si potessero capire.
“Lu Lanare” era una persona di riguardo nella passata civiltà agro pastorale.

Partiva dal paese per recarsi nelle vicine regioni dove era richiesta la sua opera.
Lavorava a domicilio con un attrezzo portato a spalla che serviva per cardare la lana infeltrita dei materassi o per pettinare quella nuova.

Visitate il Museo Etnografico delle Tradizioni Popolari.

Nato nel 1964 per iniziativa del grande parroco Don Nicola Jobbi come semplice raccolta di oggetti e attrezzi testimonianza del passato, oggi è un museo civico di grande importanza che raccoglie più di mille reperti, tra cui una particolare “zampogna campagnola”.

Tanti motivi per visitare questo paesino da fiaba non soltanto a Natale quando si allestisce il presepe vivente più conosciuto d’Abruzzo.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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venerdì 3 maggio 2013

Castelli, la terra laboriosa!

La donna gira la chiave nella toppa.

La porta si apre e una lama di luce polverosa irrompe nella piccola chiesa romita.

E’ come se tutti i colori di un mondo remoto irrompessero dal soffitto maiolicato per rimbalzare nei nostri occhi.

L’anziana abitante rimane sull’uscio a controllare in un atteggiamento protettivo, ma nei suoi occhi brilla lo stesso orgoglio di una padrona di casa che mostri le meraviglie del proprio salotto.

Ecco la “cappella Sistina” d’Abruzzo, dapprima minuscola “cona” collocata sul sentiero a uso e consumo delle preghiere di carbonai, contadini, pastori, oggi chiesa campestre che al suo interno contiene un soffitto maiolicato, realizzato dagli artigiani in un delirio artistico- devozionale collettivo, con i suoi 780 mattoni votivi del 1600 che rendono il tempio, dedicato a San Donato, un monumento nazionale e un’enclave artistica di gran pregio.

Tra i vari soggetti riprodotti sui mattoni votivi del soffitto, santi, animali, personaggi, scene di caccia, motivi geometrici e floreali, preghiere e motti, spicca un omaggio all’abate del tempo che soprassedeva sull’imponente abbazia di San Salvatore.

Il complesso monastico, sorto intorno al X secolo, accoglieva religiosi di osservanza cassinese e rivestì per molto tempo notevole importanza nella Valle Siciliana.

I resti di un pulpito in pietra con fregi e una statua lignea della Madonna Incoronata con bimbo in grembo, rara opera del XII secolo, sono oggi custoditi nella chiesa madre di San Giovanni Battista.

Tornando in paese, attraverso le viuzze castellane che durano si e no cento passi, inerpicandomi tra labirintici tracciati medievali ricchi di botteghe artigiane dove gli artisti della terra, marito e moglie, si alternano per proporre i loro manufatti.

Case attaccate l’una all’altra, vicoli dove ogni portale, alcuni in bugnato rinascimentale, si affaccia sull’interno di una bottega di ceramica.

Anche i giapponesi sono venuti fin qui per vedere all'opera i numerosi laboratori e per concludere affari.


Castelli sembra appeso alle guglie del Monte Camicia, quasi agonizzante tra le profonde incisioni dell’orrido “Eiger” d’Abruzzo che precipita in una verticale terribile, nel famoso “fondo della salsa”.

Il cielo celeste come i colori pastello delle matite usate dai bambini, più in là il monte Prena e l’Infornace, il Picco del Diavolo, masse grigie di rudi pietre, a chiudere l’orizzonte tra i dirupi e le fresche acque del torrente Leomogna.
Montagne severe per un paese fiero della propria identità.

Il borgo della ceramica non ha mai perso, nei secoli, la sua anima, - mi dice il sindaco - anche adesso che la globalizzazione preme e i cinesi sono pronti a copiare tutto”.

Già, i simpatici musetti gialli devono arrendersi!
Le terrecotte di Castelli sono uniche e irriproducibili.

Mai questo paese, nella sua storia millenaria, ha voluto essere semplicemente un borgo montano appollaiato sul dirupo a rodersi di fame e basta.

Quando, ai primi del Novecento, la grande fuga verso il sogno dell'America e, nel dopoguerra verso Francia e Belgio, ha spopolato i paesi del Gran Sasso e i centri medievali si sono svuotati, l'erba e l'ortica hanno invaso le case all'interno delle cinte murarie e tutti i segni dell'antica agiatezza dei signori della lana, i portali, le pietre scolpite, sono stati velati dal muschio.

Castelli ha invece seguito il suo destino.

Il contesto naturalistico è diventato un mirabile esempio di sfruttamento nobile del territorio unendo fabbriche, cultura e turismo.

Questo è da sempre il paese delle ceramiche” mi dice con orgoglio l’artista Maurizio Carbone che propone nel centro del paese i suoi manufatti.

Racconta che i castellani hanno sfruttato a dovere le vene di argilla, gli immensi boschi di faggio per i fuochi, le acque limpide e abbondanti, la suggestione ispiratrice di un paesaggio spettacolare, avviando un processo culturale collettivo che dagli Etruschi ai Romani, dal Medioevo al Rinascimento fino ai giorni nostri, ha prodotto tesori d’arte che si fatica a censire, molti ancora nascosti nelle chiese ma anche nelle case e nelle fatiscenti botteghe di famiglia, che occupano un fondaco, una parte di abitazione delle minuscole borgate del paese.

Custode del tempo è l’Istituto Statale d’Arte Grue che raccoglie l’identità di questo popolo.
Una scuola che è sintesi propositiva e testimoniale di un’attività che coinvolge l’intero paese.

Un istituto che intesse contatti e rapporti col mondo della ceramica d’arte internazionale, che nel suo interno presenta una raccolta di Ceramica d’Arte contemporanea, un Presepe monumentale di notevole suggestione e testimonianze barocche delle inarrivabili maioliche dei Grue, Gentile, Cappelletti.

È di sera che Castelli oltre che di arte parla di poesia, quando i monti intorno si colorano di un caldo color ocra chiaro e avverti la sensazione di essere in un posto speciale, ultimo baluardo romantico di un’epoca che non c’è più, soffocata da uniformità senza gusto e da impietose colate di cemento.

Un antico emporio d’Oriente dove, secoli fa, si barattavano manufatti ceramici per le ricche dimore di signori venuti, dai “quattro angoli della terra”.

Il signor Carbone allunga il braccio e col dito m’indica, in lontananza, i ruderi del castello, ancora visibili nella collina boscosa davanti al borgo.

Il maniero fu donato da Carlo V agli Alarcon Mendoza distintisi in battaglia per la difesa dell’antica città di presidio e del feudo politico di Tossicia nel cuore della Valle Siciliana”.

Un grande tesoro spagnolo sarebbe custodito nelle viscere della montagna; autentiche riserve d’oro da investire in guerre, nascoste da secoli in tunnel segreti sotto il borgo antico.
Nessuno è riuscito a provare l’esistenza di questi anfratti dorati ma gli anziani castellani giurano che questo lungo cunicolo conduceva addirittura ai Prati di Tivo.

Prima di concludere la mia passeggiata a Castelli, entro nella parrocchiale ad ammirare la splendida pala d’altare maiolicata di Francesco Grue dedicata alla Madonna di Loreto e ai Santi.

Eccellente ceramista laureato in teologia, rampollo di un’illustre famiglia di maiolicari quando, nei primi del settecento, ci fu una vera e propria sollevazione di popolo contro il feudatario locale, don Ferrante Alarcòn y Mendoza che, a corto di liquidi aveva pensato bene di imporre una gabella sulle ceramiche, Francesco Antonio Grue capitanò la rivolta seguito da tutta la popolazione.

Dopo alterne vicende, i rivoltosi raggiunsero un accordo con lo spagnolo, ma molti ribelli finirono in prigione.

Il Grue fu tradotto nelle segrete di Napoli.
Da carcerato ne uscì direttore responsabile del prestigioso Museo di Capodimonte.
Molti si dicono convinti che il grande artista fu benvoluto da S. Antonio Abate, da sempre, oltre agli animali, protettore dei ceramisti!

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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giovedì 2 maggio 2013

“Non rattristiamoci per averlo perso, ringraziamo per averlo avuto”

In genere, gli uomini adorano i conformisti vivi e ammirano i rompiscatole morti.
In genere, ma non sempre.

Era l’agosto 2007 quando scomparve all'ospedale civile di Teramo, Giammario Sgattoni, notissimo uomo di cultura e autentico motore della vita intellettuale della città dal dopoguerra a oggi.

Eppure non è trascorso neanche un attimo se è vero che la gente a Teramo fa ancora memoria di lui come di uno che non se ne andrà mai, la quintessenza dell’educazione, della cultura, della sensibilità poetica, della voglia di vivere.

In una parola, il contrario del rompiscatole.
Sembra ancora di sentirla quella sua voce piena, di vederlo col suo sorriso solare, gli occhi illuminati dietro le lenti, parlare veloce perché “lo so che vado a tremila” come mi disse ridendo un giorno, mentre mi stendeva una raccolta dei suoi scritti, regalo più che mai gradito da chi, come me, pendeva dalle sue labbra.

La cosa che mi colpiva di Giammario era che riusciva a vedere solo i lati belli della vita.

Come se vivesse all’interno di una fiaba dove albergavano la poesia, l’arte, la natura e la sua amata famiglia, presente in quasi tutti i suoi discorsi.

Dimenticava volutamente che una vita dedicata alla cultura, alla passione per il territorio non gli avevano garantito somme tali da farlo vivere ricco e agiato.

Per lui tutto questo non era importante.
Per lui era vitale l’essere amato come uomo prima che come letterato.
Era orgoglioso di tutte le sue innumerevoli amicizie da quelle importanti come Giuseppe Ungaretti, suo Presidente del sindacato nazionale degli scrittori, Dacia Maraini, Carino Gambacorta, fino alla gente comune come me.

Credo che, nel panorama degli autentici maestri spirituali del nostro tempo, non sia un azzardo annoverare la figura di Giammario e le sue opere.

Sgattoni è stato poeta, scrittore, critico e la sua voce è stata sicuramente tra le più autorevoli e influenti del panorama culturale.

Noto in tutta l'Abruzzo ma anche al di fuori della Regione, ha tessuto una fitta trama di relazioni con intellettuali e letterati di tutta Italia ed è stato uno dei protagonisti della vita cittadina degli ultimi decenni.

Tra gli ideatori del Premio Teramo,
meriterebbe l’intitolazione di una via cittadina, così come accaduto per grandi maestri quali Luigi Brigiotti e Guglielmo Cameli.
Giammario è stato, di là della sua immensa cultura, uno di quei pochi individui da cui tutti fanno nascere la propria identità.

Un fratello, un amico, uno del quale non sentirai mai una chiacchiera, un fatto negativo.

Incontrai per la prima volta il dottor Sgattoni (lui storceva il naso a sentirsi apostrofare così) nei locali dell’Ente Provinciale del Turismo dove ricopriva dal 1958 la carica di responsabile dell’ufficio stampa e poi di vice Direttore.

Mi vide riempire una borsa di tanti depliant e opuscoli promozionali della nostra provincia e mi chiese cosa volessi farne di tutto quel materiale che bastava per aprire un’intera agenzia di viaggi.
Gli dissi che volevo studiare approfonditamente la terra dove ero nato e vissuto fino a quel momento.

Allora Giammario sorrise e mi disse: “Inizia a conoscere Teramo”.

E per un’ora circa mi raccontò di siti archeologici sconosciuti, di un mondo sotterraneo sul quale camminavo da anni senza mai immaginarlo.

Ultimamente, quando si accorse che la malattia lo stava ghermendo, candidamente mi confidò, mentre in ufficio gli compilavo il suo 730:
caro Sergio, tu sei un funzionario tributario, ma sei soprattutto uno che scrive. Allora capirai che la mia paura è di non potere, un giorno, prendere più in mano una penna e raccontare i miei sentimenti …”
Credo che la sua anima e il suo corpo fossero, in quel preciso istante, un arco teso verso l’infinito che li avvolgeva con struggente tenerezza.
E nell’infinito ero entrato anch’io grazie alla sua amicizia.

Capii poi, durante un incontro nel quale parlavamo di alcuni articoli da preparare a quattro mani per l’amata rivista “Teramani”, che, anche quando ci avrebbe lasciati, la sua poesia, la sua prosa, in una parola, il suo mondo interiore avrebbe dimorato nel territorio accidentato e affascinante di una scrittura che prende in carico, in tutte le sue nobili implicazioni, l’oralità della parola come inconfondibile tonalità recitativa.

Anche allora il male dentro di lui non era riuscito a minare la gestualità, la forte personalità, il forbito incedere delle sue parole, le cadenze voluttuose del suo discorrere amabilmente.

Il testamento di Giammario ci viene dall’esempio, dalla sua penna, una sua certa visione del mondo che testimoniano la vita quotidiana di buon cristiano e buon cittadino.
Le epigrafi dei cimiteri spesso sono poesie, sul bianco e scuro del marmo delle lapidi scorre la storia delle persone.
Sotto l’ovale con la foto di Giammario avrei scritto: “non rattristiamoci per averlo perso, ma ringraziamo per averlo avuto”.
C’è una consolazione per tutti noi.
Giammario, dall’alto, ora che può vederci a uno a uno, sa quanto lo abbiamo amato.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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mercoledì 1 maggio 2013

La Via dei Borghi: dodici paesi in pochi chilometri

Lucio De Marcellis e il Coordinamento Ciclabili Teramane ci guidano a un’esaltante e facile passeggiata sulle colline teramane, tra cultura e natura

Quando l’inverno non consente lunghi itinerari, chi ama trascorrere ore in ambiente, scopre itinerari vicini d’insospettabile bellezza.

La “Via dei Borghi”, ideata dal Coordinamento delle Ciclabili Teramane, è un percorso adatto sia per chi ama camminare sia per chi utilizza una mountain bike.


In pochi chilometri collinari, l’itinerario collega diversi borghi nei comuni di Teramo, Montorio al Vomano e Torricella Sicura.

Da quest’ultimo paese a sei chilometri dal capoluogo, il percorso è tabellato fino a Frondarola e presto le indicazioni arriveranno a Rapino grazie ad un’associazione locale di salvaguardia del territorio.
 Si parte da Teramo procedendo sulla Strada Provinciale 48 di Bosco Martese fino a Torricella Sicura.
La strada è frequentata in tutte le stagioni, da camminatori di ogni età.

Giunti nella piazza principale, intitolata all’eroe della Resistenza teramana, Mario Capuani, di fronte alla chiesa parrocchiale di San Paolo si prosegue su strade secondarie, verso il quartiere Case Romani, costeggiando la sede del Museo e presepe etnografico “Le genti della Laga” e della Comunità Montana della Laga.

Poco più avanti c’è l’abitazione dei fratelli Giorgio e Saverio Romani, valorosi patrioti morti durante la 1° Guerra Mondiale.
Dopo la breve discesa si risale al borgo di Piano Grande costeggiando la Fonte Vecchia, recentemente restaurata.

Ai margini del centro storico, che meriterebbe una sosta, si svolta a sinistra, direzione Cavuccio.
Dopo un’ulteriore breve discesa-salita si costeggia la chiesetta di S. Nicola.
Si attraversa il borgo di Cavuccio e, in prossimità della croce, si svolta a sinistra.

Un tratto in terra battuta conduce al cimitero; superatolo, si attraversa la strada provinciale e subito dopo il fosso Rio.
In breve si raggiunge Villa Tordinia.

Qui si percorre un breve tratto di strada provinciale verso monte, in prossimità del primo tornante s’imbocca la via secondaria a sinistra.

Volendo si può proseguire sulla strada principale per visitare il borgo storico di Villa Ripa e poi ricongiungersi all’itinerario che conduce all’antica chiesa di S. Maria di Ponte a Porto nell’agro di Frondarola.
La chiesetta sorge sull’argine sinistro del fiume Tordino, in un luogo, dove vi era un antico passaggio sulle acque.
Nella piana adiacente si svolgeva l’ultima fiera d’estate delle greggi prima della transumanza verso le Puglie.
La manifestazione negli anni ’20 si spostò ai margini dell’abitato di Frondarola, dove mantenne la tradizione fino agli anni ’60.

Ora si attraversa quello che era, nei tempi antichi, il ponte a pietre squadrate della Via Cecilia.

Nella descrizione dello storico Niccola Palma, la strada romana dalla Salaria, raggiungeva l’Interamnia (Teramo) proseguendo fino a Castrum Novum (Giulianova).

Quest’antica arteria è testimoniata anche dalla pietra miliare indicante il miglio romano CXIIII, rinvenuta a Valle S. Giovanni nel 1993, custodita nei depositi del Museo archeologico di Chieti.

Attraversando il ponte sul Tordino si raggiunge la provinciale, a Travazzano.

Si prosegue verso valle per raggiungere il bivio di Frondarola, sede di un antico castello, dal quale si gode un panorama a 360° verso la catena del Gran Sasso, la Maiella, La Laga, i Monti Gemelli.

La gita potrebbe proseguire verso la vicina Rocciano da dove è possibile tornare a Teramo lungo un percorso in terra battuta, attraversando il quartiere Mezzanotte.

Chi ha gambe forti può invece dirigersi verso il minuscolo abitato di Rapino, su strada asfaltata.

È possibile scendere nella valle del Vomano e per un antico tratturo lungo l’argine sinistro del fiume, raggiungere Piane di Collevecchio.

Negli anni ‘80 qui sono state rinvenute antiche cisterne romane. Gli storici hanno ipotizzato la presenza delle terme.
La sorgente di acque sulfuree attende la valorizzazione del comune di Montorio.

La strada asfaltata sale a Collevecchio.
Attraverso l’ex statale (ora dismessa e con traffico nullo) è possibile tornare a Frondarola e a Teramo, attraverso Rocciano.



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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Gli articoli sono inoltre pubblicati da Vincenzo Cicconi della PacotVideo , tra l'altro gestore di questo blog, su:
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