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venerdì 9 agosto 2013

La pecora mite e il bravo maiale

Dal mio primo libro "Silenzi di pietra".

Mi chiedo perché il mondo abbia smesso di camminare.
Siamo ormai una generazione di un mondo occidentale industrializzato stanca, sola, pigra, che trova inutile il girovagare, camminatori virtuali che vivono prigionieri di tristi pensieri.

Io, al contrario, amo contare a lungo i miei passi.

Mi trovo a fare il classico “struscio” per la bella Amatrice, in territorio laziale, ammirando la chiesa di S. Agostino con il suo ricco portale gotico e l’artistico rosone centrale.

Sono presso la porta Carbonara, uno dei passaggi della cinta trecentesca che un tempo circondava la città.
Ho un’ebbra passione per questa cittadina.
Mi chiedo cosa ci faccia, sperduta tra i monti.
Mi colpisce sempre la facciata orizzontale con il ricco rosone e il bellissimo portale tardo gotico, finemente scolpito.

Percorro per intero il muraglione che porta a San Francesco.

La chiesa è uno dei monumenti più belli della città.
Intorno alla seconda metà del XIII secolo i francescani si insediarono ad Amatrice e successivamente portarono a compimento la chiesa, dedicata in origine alla Vergine e a S. Francesco.
Nel 1639 e nel 1703 due gravissimi terremoti sconvolsero la zona e il complesso subì notevoli danni.

La facciata presenta un portale a cuspide nella cui lunetta è visibile un gruppo in terracotta policroma con la Madonna e il Bambino in mezzo a due Angeli.

Tra le emergenze architettoniche di questo centro montano spicca la duecentesca Torre Civica, rimaneggiata alla fine del Seicento, e che secondo una tradizione orale, tramandata in loco, oscilla di venti centimetri quando suona il grosso batacchio della campana.

Fu il principe Alessandro Maria Orsini ad isolare e rinforzare la torre nel 1684, preoccupato dalle eccessive oscillazioni.
A questo personaggio, ultimo principe di Amatrice, è legata una delle pagine più oscure della storia cittadina.
Nel 1648 fu accusato del barbaro omicidio della moglie, la principessa Anna Maria Orsini, e costretto a scontare 36 anni di carcere a Castel Sant’Angelo a Roma.

“Benvenuti ad Amatrice, città degli spaghetti all’amatriciana”, recita un cartello all’ingresso del paese.
E’ qui, infatti, che la famosa ricetta ha preso forma.
C’è ancora chi conosce il luogo solo per il sentito dire del piatto famoso degli spaghetti che qualcuno vorrebbe realizzato con tagliatelle o fettuccine e che rappresenta una delle superbe gastronomie dello Stivale d’Italia.

La vicenda di questo piatto è sospesa tra storia e leggenda!
Me la racconta un aristocratico del luogo, il Conte De Amicis.
E’ un conte davvero, ragazzi!
Non ne avevo mai visto uno finora!

Racconta, (pensate, ha anche la r moscia come si conviene a un sangue blu) che una sera del 1847, si trovò a passare in questi ameni luoghi venendo dai bellissimi borghi della vicina Salaria, attraverso Ascoli Piceno e Arquata del Tronto, Ferdinando III sovrano indiscusso del Regno di Napoli.

All’illustre visitatore furono offerti, in segno di riverenza, i tipici spaghetti confezionati con il guanciale, i san marzano e il pecorino.

Il re, notoriamente buongustaio, fu rapito irrimediabilmente dal sapido gusto di questo piatto povero dei pastori così sublime nella sua semplicità, e indisse senza indugio una grande festa che durò più giorni, tra mescite di vini e libagioni abbondanti.
Molti anni più tardi il noto scrittore laziale Baccari scriveva che: “…la pecora mite e il bravo maiale donarono insieme formaggio e guanciale per fare un cibo sovrannaturale…”

Il conte è visibilmente soddisfatto.
Come interlocutore, sono il massimo dell’attenzione.
Guardo il nobile cittadino, discendente di una delle famiglie più in vista d’Amatrice.

Sembra alla moda, con i suoi scarponcini Tod’s retrò, tomaia di pelle scamosciata color testa di moro, modelli che negli anni Cinquanta si usavano in montagna ma che col tempo si sono alleggeriti e “ingentiliti” fino a essere indossati sotto una giacca tweed ultima tendenza.

“Non sopporto quei tozzi anfibi militari con tripla suola a carrarmato pesanti come piombo” – dice ridendo. Dettagli di eleganza spicciola che catturano.
Un bel pantalone di velluto a coste e l’aria di chi i suoi anni non se li sente affatto.
Diciamo che occorre gusto, occhio, uso del mondo.

Amatrice non è solo la città della pasta ma un vero paradiso, un’oasi naturalistica ricca anche di tesori artistici di pregevole fattura come la monumentale chiesa di Santa Maria del Suffragio.

Non dimentichiamo di visitare, ammonisce l’amico, il tempio dedicato alla Patrona di Amatrice “Maria SS. di Filetta”, evocatrice di memorie miracolose e meta di una processione infinita nel giorno dedicato all’Ascensione.

Questo è uno dei luoghi che proverebbero la benigna protezione della Vergine verso le nostre terre.
Raggiungo il piccolo villaggio di Filetta sulla riva destra del fiume Tronto per scoprire la storia antica di una pastorella, Chiara Valente cui, tra una tempesta di vento e pioggia improvvisa apparve, in tutta la sua magnificenza, la Madonna, squarciando le nuvole bigie.

In mezzo a quella luce vivida, Maria S.S. promise protezione infinita a quelle contrade, assicurando nei secoli guarigioni prodigiose e salvezza dai nemici.
Non solo!

Amatrice è anche palazzi turriti che testimoniano l’importanza storica dell’antico borgo fortificato e della sua assolata conca.
Capirete dopo una visita accurata che, di là dell’originale piatto pastorale, semplice, povero ma genuino, esiste tutta una serie di emergenze ambientali e architettoniche da lasciare stupefatti.

Su consiglio del distinto signore, vado a leggermi un libro sulle rive del lago di Scandarello.

Da Ascoli Piceno o A14 Adriatica, uscita casello di S. Benedetto del Tronto. Seguire le indicazioni per Ascoli Piceno. Da Ascoli Piceno seguire la via Salaria in direzione Roma-Rieti fino al Km 136,400, bivio per Amatrice in località Ponte Nea..
Da L’Aquila (prossimità casello L’Aquila Ovest della A24) si arriva ad Amatrice percorrendo la SS260 “Picente”. Lungo il tragitto si hanno chiare indicazioni per Amatrice.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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giovedì 8 agosto 2013

La Vergine di Amatrice

L'erba un tempo veniva tagliata regolarmente intorno ai piccoli tavoli in legno disseminati nella piana sotto Cima Lepri dove sorge la splendida chiesina della Cona Passatora.
 Il piccolo borgo, una manciata di chilometri da Amatrice, è un semplice aggregato di antiche case montane fatte di pietre abbrunite dal tempo.

Il vecchio parroco, sconsolato, dall'ambone domenicale predica ai fedeli a messa di munirsi tutti di falce e decespugliatori perchè il comune di Amatrice latita.
Pensare che questo minuscolo tempio è di una bellezza incredibile.

Pare che a vederlo si sia scomodato niente di meno che il grande Zeffirelli.
Anni fa, raccontano in paese, dopo aver realizzato il film “Gesù di Nazareth”, il regista piombò in tarda serata in questo luogo idilliaco che ha poco di urbanizzato. Chiese di poter vedere l’interno della Cona Passatora.

Raccontano che il fiorentino sia rimasto così colpito dagli affreschi contenuti nella piccola chiesa campestre che non voleva più andarsene.

L’antica cittadina dello spaghetto amatriciano è lontana una manciata di curve da questo splendido luogo sacro, scrigno artistico posto proprio sotto la parte più aspra dei monti della Laga.

Si trova sulla riva destra del Ferrazza, piccolo affluente del fiume Tronto il più importante dei corsi d’acqua del piceno.

“Il Tronto nasce qui- mi dice Guerino un allevatore della zona - basta avere piedi buoni e salire sul versante occidentale della Laghetta”.
Indica col dito la cima.

Strana etimologia quella del nome Tronto che deriva dall’antichissima città di Truentum situata un tempo alla sua foce e chiamata così per via di un cippo “rotondo” (trondo) simbolo del luogo.

Pare che la città debba la sua nascita a una banda di delinquenti che imperversavano con le loro ruberie sia nel teramano, che nel reatino.
Paesi sperduti della provincia di Teramo come Valle Vaccaro, Macchiatornella, Padula, furono rasi al suolo più di una volta da questi maledetti senza scrupoli.

La città con il suo caos è lontana mille anni luce.
Sono a meno di quindici chilometri dalle profonde acque del lago e poco più di venticinque dall’inizio del tratto teramano della Strada Maestra del Parco nella valle del fiume Vomano.
Miracolosamente, il minuscolo edificio non presenta i danni del maledetto sisma.

Si vive un’armonia rassicurante in una gamma di colori che per definirli occorrerebbe un più vario vocabolario cromatico.
Colpevolmente, turisti stranieri e italiani allettati dai piatti fumanti dei bucatini all’amatriciana, indecisi se preferirli bianchi col guanciale di maiale o rossi con il pachino e i peperoncini cocenti, ingozzati di buon pecorino e agnello di montagna, ignorano la visita a questo posto indimenticabile.

Eppure qui arte e natura si fondono mirabilmente, donando gioia agli occhi.

“E per fortuna…”- dice la signora Elena, una delle incaricate ad aprire il piccolo portale ai visitatori occasionali - altrimenti qui ogni giorno sarebbe la processione della Madonna di Filetto”.
La donna, gentilissima, è allampanata, lunga e pallida.

La Vergine si degnò di apparire, racconta, in un libercolo, l’anziano parroco, Don Sante Paoletti della basilica di Sant’Agostino, ad alcuni agricoltori intenti a lavorare i campi.
 Videro nel crepuscolo della sera, all’ora del “vespero”, emanare un grande bagliore da una piccola statua della Madonna, posta in un’edicola votiva in mezzo al sentiero.

Una luce prodigiosa, canti celestiali e un’apparizione che continuò per giorni davanti a tutta la popolazione della vallata, inginocchiata a pregare.
La donna che ho davanti, non sembra mai contrariata di dover fare spesso la spola tra il piccolo borgo e la chiesa sperduta nella radura.

Un onore e un onere che ogni tanto le peserà soprattutto quando arrivano a rompere le uova nel paniere a mezzogiorno, mentre è davanti ai fornelli.

Mentre racconta entusiasta la storia dell’antica cona votiva, lame di luce si insinuano tra il legno del piccolo portale e l’interno.
Sotto la mirabile volta gotica mi accoglie l’antica immagine affrescata, rappresentante la Madre di Dio lattante con il piccolo Gesù.
E’ di un verismo incredibile.
Tutto intorno, si ammirano dipinti raffiguranti i dottori della chiesa e l’opera insigne del grande Cola d’Amatrice, al secolo Nicola Filotesio.

L’artista, in ricordo del miracolo, ideò in questo luogo un dipinto raffigurante la Madonna corteggiata dalle schiere degli angeli che, con strumenti musicali, suonavano le lodi a Dio.
Le pitture risalenti al XV secolo contengono anche schizzi meravigliosi di abeti bianchi a testimonianza della presenza di questi alberi nei boschi vicini.

La piccola folla in jeans e sandali che ha pregato nella celebrazione Eucaristica ora è tutta dispersa nel verde circostante, tra prati, boschi di larici, querce e abeti.

Il sole primaverile è piacevole.
Tutti sono beatamente stravaccati in panchine comode in attesa che i malcapitati di turno finiscano di cuocere la carne ai ferri sulle fornaci sparse qua e là nella radura.
C’è con loro anche un giovane prelato tutto compunto nel suo completo nero e colletto inamidato.
L’aria che giunge dalla vetta di Cima Lepri è frizzante ma gradevole.

Decido che la prossima tappa debba essere la valle delle cascate nel versante reatino della Laga, proprio di là della località turistica de il “Ceppo” teramano e la foresta del Castellano.

Per la Cona Passatora partendo da Amatrice si raggiunge prima Retrosi, quindi si oltrepassa la frazione di Cossara e prima di arrivare a Ferrazza, poco oltre il cimitero, si continua con una sterrata che in breve permette di raggiungere il Santuario.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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martedì 6 agosto 2013

Pensieri liberi sulle sponde del lago


Le montagne, allineate come soldatini, mi ricordano e non capisco perché, un poster sul muro nella camera degli ospiti in casa di amici.
Nella foto c’erano ritratti dei soldati maori della seconda guerra mondiale intenti all’”Haka”, la famosa danza rituale che precedeva la battaglia.
I militari erano di stanza in Italia e durante il conflitto si fecero ammirare per il sacrificio, il coraggio e l’aiuto che offrirono alle popolazioni stremate.

I loro sguardi erano fieri come antichi guerrieri e contorcevano il viso, strabuzzando gli occhi, tirando fuori la lingua in attesa di combattere i carri armati con le baionette.

Le cime della Laga si specchiano qua e là sul bacino lacustre di Campotosto.

Il tempo incerto regala un cielo drammatico.
Un lago di montagna credo sia un infinito e azzurro paesaggio dell’anima.
Non c’è altro luogo che m’ispiri in Abruzzo così tanta serenità bellezza, armonia.

A volte regala anche malinconia e inquietudine.
Ma non si rimane mai indifferenti.

La magia su queste rive non è solo nella trasparenza delle acque, è anche nei colori che in molte ore del giorno sono indefinibili.

Credo che neanche la scienza sia in grado di scegliere una tonalità predominante ed eleggerla come principale nell’infinita gamma dei celesti, dei blu, dei verdi o dei grigi.

È un autentico miracolo per chi non riconosce la presenza di Dio.
Per me che credo profondamente all’esistenza di un Signore dei giochi che dall’alto scherza colorando il mondo, è solo una conferma delle mie convinzioni.
Non so dirvi cos’è.
Forse dipende dai fondali diversi da quelli del mare, forse il riflesso delle rocce che si specchiano sulle acque, non so.

E che dire di quella sorta di limo finissimo che qualcuno paragona a volgare fango ma che, rimanendo in sospensione sulle acque, crea stupendi giochi di luce insieme a piccole alghe, piante acquatiche, pietre e tronchi morti?

Quel che certo è che le cromie che nascono sui laghi ai piedi di cime austere sono indescrivibili e mortificano chi ama la fotografia che risulterà imperfetta e non in grado di regalare la realtà.

Un antico rituale usa le pietre sagomate dal colore bluastro che rare volte si riescono a trovare sulla sponda di un lago, per ottenere un po’ di ricchezza.

Il fatto è che le volte in cui si trovano questi ciottoli colorati sono così poche che le possibilità di arricchirsi sono praticamente nulle.
E comunque, quantunque riusciate a trovare la pietra amici miei, pochi giorni dopo la luna nuova, allorquando la falce luminosa è appena visibile nella volta celeste, stringete nel pugno il ciottolo, guardatelo intensamente e poi aprite il palmo della mano e osservate intensamente l’astro in cielo per tutta la notte.
Comincerebbe, dicono, una sorta di magia che incide positivamente sulla psiche e l’agognato danaro dovrebbe manifestarsi in pochi giorni.

Ho camminato sulle sponde dell’invaso di Campotosto, da Poggio Cancelli fino al paese regalandomi sensazioni bellissime.
Ovunque nel vecchio borgo si notano ancora i terribili segni del sisma 2009. Molte abitazioni sono ancora imbracate e Dio sa fin quando lo rimarranno.

Ho scoperto che i pesci d’acqua dolce, fatti ai ferri con porcini arrostiti, sono qualcosa in grado di fare uscire fuori di testa.
Una bontà unica che potete mangiare da “Barilotto”, nel centro del paese, accanto alla piazza.
Il nome di questo locale non deriva dalla botte posta all’ingresso, ma dalle proporzioni più che generose del fondatore di questo ristorante, il conosciutissimo Berardino Spina, sponsor più che attendibile, data la sua figura prominente, di autentiche delizie del palato.

Il posto a vederlo distrattamente, non ispira granché ma quando ti siedi è come se un maestro d’orchestra muovesse la bacchetta e centinaia di musicisti iniziassero un mirabile concerto con tanti strumenti.

E tu sei lì ad ascoltare deliziato.
Oggi il figlio fa dei “tagliolini al sugo di pesce di lago” che sono rinomati in tutto il centro Italia, in un ambiente informale ma piacevole.
Il luccichio di entusiasmo negli occhi del patron è stato contagioso quando mi ha illustrato la sua idea di ristorazione.

Ho pensato che grazie a questi uomini dalla passione autentica, con i loro menù e con un servizio forse un po’ ingenuo, un approccio naif e piccole sbavature, rappresentano comunque la gioia dell’ospitalità di un territorio.

In questa splendida area wilderness, giù fino ad Amatrice nel reatino, il mangiare è cultura, storia, arte.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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lunedì 5 agosto 2013

Le singolari storie della Santa Patrona di Cesacastina

Un grazie dal profondo del cuore al caro Alessandro de Ruvo per le sue ineguagliabili foto dei paraggi dove gustiamo fra l'altro le Cento Fonti e a Concetta Zilli per le storie di montagna che mi racconta, affascinandomi! 

“Anche se parlo la lingua degli uomini e degli angeli e ho una fede da spostar le montagne, se non avrò Amore sarò nulla.” (San Paolo)

Arrivando a Cesacastina dalla località Colle, andando verso la montagna, s’incontrano i ruderi della chiesa dedicata a Santa Maria Maddalena, una delle sette sorelle come usavano chiamarle gli anziani.

Le chiese, si credeva parlassero tra loro, comunicando con gli sguardi delle Madonne: quella di Cesacastina vedeva il tempio della madonna della Tibia di Crognaleto che, a sua volta, scorgeva la chiesa di Aielli e così via di seguito, toccando sette paesi vicini.


Purtroppo questa costruzione sacra quasi non esiste più.
 È crollato il tetto ma il perimetro è rimasto e si vede anche la finestra.

La storia è singolare ed intrigante: non inquadrabile in nessun periodo, la sua origine pare collegata ad un monastero che gli anziani raccontano si trovasse a metà montagna.

Il pastore Elia, oggi ancora vivente, crede di sapere dove siano i pochi ruderi.
Pare che all’interno del luogo sacro, vi fossero dei frati alchimisti, bravissimi a curare le più svariate malattie.
Fuori dal monastero doveva esserci un lebbrosario dove si curavano i crociati di ritorno dalla terra santa che poi venne chiuso intorno al 1500.

È ormai sicuro che in cima a queste montagne, oggi dimenticate o quasi, passasse la strada romana consiliare, che collegava l’allora capitale del mondo, alla terra degli infedeli musulmani.
Più a valle, accanto al fiume Vomano, c’era anche una piccola “via della seta”, calpestata nel corso dei secoli da mercanti, pellegrini, soldati, artisti e contadini.

Queste arterie di ampia comunicazione facevano viaggiare la geometria, l’astronomia, la conoscenza.
Sulla groppa di cavalli carichi di mercanzia viaggiavano anche le idee di civiltà in civiltà, di paese in paese.

Tornando ai frati, si racconta avessero in custodia la statua lignea di Maria Maddalena, santa più che chiacchierata all’interno del mondo cattolico.

I poveri religiosi morirono tutti insieme per colpa di una vipera, introdottasi nella damigiana del vino.
Immaginate un po’!

Tutti i frati avvelenati insieme da un povero serpente, affogato nel liquido.
Certamente non credibile, che dite?

La presenza ingombrante di una santa controversa, il passaggio per la Terra Santa, il presunto avvelenamento collettivo dei fraticelli, le sette sorelle, l’olmo secolare, tesori e ricchezze sepolti nei dintorni, hanno più volte indotto gli studiosi a credere alla presenza inquietante dei templari.

Non sarà che il Santo Gral, la misteriosa reliquia e’ tra i nostri monti?
Si spiegherebbe anche così la grande presenza di chiese in tutti questi paesini sperduti, sede strategica e luoghi di ristoro morale e spirituale per le truppe partecipanti alle prime Crociate, quelle promosse da Papa Urbano II di Cluny.
Già, le crociate!

Furono sì una coraggiosa difesa dei fratelli di fede, minacciati dall’espansionismo islamico, una sorta di pellegrinaggio armato, ma ebbero risvolti così cruenti, da perdere presto ogni significato religioso.
Un flusso incontenibile di penitenti, lento e maestoso, che si diresse verso Gerusalemme tra due ali di lance brandite da coloro che San Bernardo da Chiaravalle definì “Cavalieri di Dio”.

Qualcuno, molti anni fa pare abbia ritrovato un medaglione con impressa la croce ad otto punte, la Stella Mattutina tanto cara ai Templari che veniva stretta in mano durante le preghiere.
Sarà vero, sarà falso?

Credo che se riuscissimo a fare un passaparola potrebbe verosimilmente, accadere quello che si è registrato in Basilicata dove questa notizia tarocco ha incrementato in maniera esponenziale il turismo dei curiosi e dei credenti.

Tornando al monastero di Cesacastina, si racconta che dopo la morte dei frati, a distanza di tanti anni, fu ritrovata la statua lignea della Maddalena e si decise di portarla al paese, nella chiesa della Villa.

L’effige, misteriosamente spariva ogni volta dal tempio, per essere poi ritrovata all’interno del vecchio convento tra le balze rocciose.
Si costruì questa nuovo luogo sacro, più vicino alla montagna, con la finestra aperta proprio verso il vecchio monastero in modo tale che la statua potesse vederlo: da allora la leggenda racconta che la Maria Maddalena in legno è rimasta ancorata al suo posto!

L’Abruzzo è una regione dove ancora sopravvivono superstizioni, pratiche magiche, culto di reliquie, riti di stregoni e fattucchiere, cerimoniali e preghiere contro spiriti maligni.
C’è un racconto che mi ha impressionato.
Sotto le grondaie del tetto della chiesa, si seppellivano i bambini nati morti.
I piccoli sventurati non erano degni del cimitero perché non battezzati.

La pioggia che scendeva dalle tegole, avrebbe lavato il loro peccato originale.
Lì sotto e’ pieno di corpicini, tanti erano i decessi neonatali.

Proprio vicino al tempio, c’è l’acqua di Santa Maria Maddalena: un rivoletto fatto davvero di poche gocce che sgorga non si capisce bene da dove, e sia d’inverno che d’estate, è sempre ai minimi termini.

È consuetudine il 22 luglio, giorno dedicato alla Santa patrona di Cesacastina, andare a prendere e bere quest’acqua benedetta.

(Tratto da Il mio Ararat, Cassandra Edizioni)

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domenica 4 agosto 2013

Le terre dei Vestini a cavallo del Gran Sasso

La strada sale lentamente verso l’interno affrontando con curve a gomito le alture che guardano alla moderna città di Pescara.

I grandi palazzi che sovrastano l’aristocratica piazza Salotto, sono lontani, inghiottiti da un dolce paesaggio collinare, profili di campagne, greggi al pascolo, fin quando dal verde di queste piccole alture non sbucano all’improvviso borghi turriti e castelli antichi.

Da teramano avventuratosi fin qui, provo l’impercettibile rammarico di un bel territorio che un giorno era nostro, prima che fosse creata la provincia pescarese.
Di colpo la veduta cambia, l’aria si fa più frizzante, boschi, gole scoscese e piccole praterie annunciano i profili maestosi del Gran Sasso e la Maiella, alternandosi ad altopiani, piccole appendici dell’interminabile Campo Imperatore.

E’ ciò che attende il visitatore che, attraverso Penne, risale a Farindola e poi a Fonte Vetica, sotto il duro massiccio del Monte Camicia, di là di Castelli, il borgo della ceramica nel versante teramano.
È il caso di arrivare fin quassù senza fretta, magari in moto per godere di quegli odori che qui la terra emana a profusione.

La bussola indirizzata verso una parte insolita dell’Abruzzo regala il fascino sottile di passare repentinamente dalla civiltà alla natura selvaggia e arcaica.

Il nostro viaggio inizia a Penne, il centro forse più importante di quest’area ricca di storia, denominata Vestina, dal nome dell’antico popolo italico, le cui avventurose vicende venivano già cantate negli epici poemi della Roma Repubblicana.

L’antica città di “Pinna”, porta d’ingresso di una porzione del Parco Gran Sasso Monti della Laga ritenuta di eccezionale valenza storica naturalistica, si trovava al crocevia dell’importante arteria che collegava Teate (l’odierna Chieti) a sud e l’Interamnia (Teramo) a nord attraverso la valle del Fino.
Un'altra grande via partiva dalla città per Hadria, Atri città ducale, unendo i territori di Montebello da Bertone, Vicoli fino al valico di Forca di Penne, entrando poi nell’aquilano.

Assolutamente da visitare Forca di Penne, passo di montagna dove un tempo transitavano i pastori con le loro greggi durante la transumanza.
L’abitudine dello sguardo è scossa da una dissonanza architettonica: il profilo di una tozza torre dal sinistro sentore di un tragico abbandono.

Quando da lontano, nella radura selvaggia si scorge questo singolare e semi diroccato manufatto medievale, silenziosa sentinella dei monti costruita dal nulla, il viaggio acquista il suo significato: segni dell’uomo, tracce della sua storia.

Questo luogo oggi è uno dei centri più importanti in Italia per lo studio dell’ornitologia.
Di certo la torre, nei secoli bui del medioevo, doveva servire a scrutare l’orizzonte per avvistare incursioni nemiche, ma è bello credere che questi uomini avvezzi alle guerre, si dilettassero anche alla vista dell’avifauna in un rozzo e primitivo birdwatching, alla scoperta delle eleganti evoluzioni di rari volatili.

La fenditura incassata tra il Monte Incappucciata e il Picca è un luogo magico.
Impressionano le rocce che circondano, minacciose e incombenti, quasi a deprimere il visitatore, il quale però alzando gli occhi al cielo e guardando l’impressionante numero di uccelli schizzare sopra la testa, è rapito da un’emozione profonda.

Le correnti d’aria che s’incuneano in questa depressione rendono oltremodo facile il volo degli uccelli migranti.
Vivono qui rapaci come l’aquila, il falco pellegrino, il gheppio, lo sparviero, la poiana.
Sono presenti barbagianni, allocchi e picchi.

La poco elegante torre ha la base invasa dagli sterpi, intorno capre e pecore, villeggiano beate ma il fascino è rimasto anche nel rammarico di qualcosa di bello che oggi non è valorizzato a sufficienza.

Il monte Picca che sovrasta quest’altopiano a 1000 metri, rappresenta uno dei balconi da dove scoprire la bellezza della nostra terra.
Chi ha buone gambe, partendo dalla torre, attraverso una facile carrareccia, alcuni tratti nel bosco e poi su di un piccolo sentiero facile, in circa due ore di cammino può salire in vetta, superando il dislivello di 500 metri e rimanere senza fiato, non solo per lo sforzo, ma soprattutto per la bellezza del paesaggio.

È un ampio giro d’orizzonte che fa scoprire il mare Adriatico e la Maiella, la valle del Tirino e l’immane bastionata del Sirente dalle dolomitiche guglie, inoltre la rigogliosa valle dell’Aterno, una delle conche più belle d’Italia.

Come un grande attore consumato, il Gran Sasso offre una prospettiva sconosciuta, un insieme irriconoscibile quasi, ma comunque sempre severo e altero nella sua infinita bellezza.

In fondo si scorge la Rocca di Calascio con le sue pietre di bianco immacolato.
Insieme alla Riserva Naturale WWF del Lago di Penne, questo luogo dimostra la cultura per la natura che è sempre stata insita nelle popolazioni vestine.

Dal valico è assolutamente da non perdere la visita al bellissimo paese semi abbandonato di Corvara ai piedi del Monte Aquileio, con le caratteristiche case in pietra locale e alle antiche mura medioevali di Cugnoli, Pescosansonesco con il santuario del giovane Beato Nunzio Sulprizio.

A pochi chilometri c’è anche Pietranico con il bell’Oratorio di Santa Maria della Croce.


Forca di Penne è raggiungibile più facilmente da Torre dei Passeri, Castiglione a Casauria, Pescosansonesco e Corvara in territorio pescarese.
Percorrendo la A 25 in direzione Roma, poco prima delle gole di Popoli scorgerete sul crinale della montagna la torre.

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sabato 3 agosto 2013

Un castello singolare nella valle subequana

Nel parco regionale del Velino Sirente si trovano luoghi ricchi di suggestioni medioevali che sembrano lontani da noi e che, al contrario, si raggiungono in una sola ora di auto.

Nomi pressoché sconosciuti: Tione degli Abruzzi, Goriano Valli, Acciano, Succiano alle pendici del monte Offermo.

Li ho visitati e vi assicuro, meritano attenzione.
Qui, il suggestivo incedere di crinali, gole rocciose, pianori carsici e maestose faggete, si intervalla mirabilmente a tesori d’arte, centri storici abbarbicati con le loro case, abbrunite dal tempo, su canyon selvaggi e boscaglie fitte.

Centinaia di insediamenti rurali dai caratteri unici, in mezzo ad una vegetazione dove risalta il colore saturo dei fiori sugli sfondi verdi.

E poi, la storia narrata da castelli, rocche, torri, borghi fortificati, ponti antichi, conventi millenari, chiese.

La valle subequana, in territorio di Acciano, circa 50 chilometri dall'Aquila, raggruppa tutte queste emergenze ambientali e storiche, proponendo i resti di due fortezze: i castelli di Beffi e Roccapreturo.

Beffi, almeno come nome dovrebbe essere noto agli appassionati d’arte visto che lo storico aquilano Lattanzi in un suo scritto ricorda che questo nome fa riferimento a quello convenzionale dato ad uno dei più stimolanti pittori di fine Trecento: un ignoto maestro al quale gli studiosi, in assenza di informazioni sulla sua vera identità, hanno dato il nome storico di “Maestro di Beffi”.

Dalla chiesa di Santa Maria del Ponte di Tione, un bel borgo vicino a Beffi, proviene infatti uno straordinario capolavoro realizzato da questo artista abruzzese; un trittico di tre tavole in legno dipinte e montate assieme in una grande cornice dorata.
Nel capolavoro di Tione, al centro è raffigurata la Madonna col Bambino in trono, e ai lati le scene della Natività e della Morte e Incoronazione della Vergine.

L’opera non si trova più a Santa Maria del Ponte, ma è esposta, per motivi di sicurezza, nel Museo Nazionale dell’Aquila.
La costruzione del castello di Beffi risale al 1185 ed è un maniero di pendio che sfruttava, cioè, la pendenza del terreno come sistema difensivo.

Insieme alla torre di Tione, quella di Goriano, quasi dirimpettaie, separate da un ponte d’epoca romana, al di sotto del quale si trovano i ruderi di uno dei più antichi mulini ad acqua abruzzesi, Beffi svolgeva funzione di segnalazione difensiva.

Sotto la torre, mentre sono intento a far foto, mi accoglie un vecchio ometto che sembra quasi aver perso la patina del tempo.
E’ difficile indovinare quanto anni possa avere.

Da lunghi inverni, mi rivela, sfida il freddo di queste zone, abitando solitario in una casetta ristrutturata, tra i ruderi del borgo.
Ha avuto il compito dal comune, a suo dire, di assistere i visitatori e dare loro qualche notizia.

Mi racconta in un gustoso linguaggio, storie che danno idea di una terra di frontiera dove, un tempo, l’uomo doveva sudare e molto per ricavare zolle lavorabili da questi ripidi pendii.

Il castello di Beffi, abbandonato nel settecento e restaurato da poco, è teatro oggi di caratteristiche rievocazioni in costume.

"Un castello, a Beffi, alto sull'Aterno, abitato da fantasmi che piantano cavolfiori fra le sue decine di mura come ostacoli per giganteschi cavalli alati, bisce sull'asfalto che non si scompongono al passaggio di un'automobile...".

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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venerdì 2 agosto 2013

Il paese dove l'arte è di casa

Il signore è un po’avanti con l’età, ha il giornale sotto il braccio, si ferma davanti al bar per due chiacchiere con gli amici di sempre.

Il piccolo negozio a lato della piazza che vende di tutto non ha ancora aperto i battenti, il tempo qui è un optional.


La donna è seduta fuori in strada a godersi un raggio di sole primaverile.
Ma il tempo sembra volgere al brutto.
Manca il solito ometto di colore che chiede spiccioli.

Casoli, a metà strada tra la collina di Atri e il mare di Roseto, è un paese che vive immerso tra vigneti, colline odorose di girasoli fioriti, ubertosi uliveti.
Il paesaggio è impreziosito dagli immancabili e scoscesi calanchi che lo cingono ad oriente.
La ridente cittadina pare restia a qualunque clamore.

Non seduce per particolari architetture o per monumenti insigni.

Non ha strade lastricate, case in pietra dai portali istoriati, piazzette o slarghi su cui si affacciano belle chiese.
È ben altro il suo valore aggiunto.

Basta girare l’angolo per capirlo.

Ecco il Cristo benedicente che ti guarda attento, più in là anziani al bar intenti al tressette, contadini curvi per la raccolta del grano, un Pinocchio che guarda scanzonato l’abbecedario, campi di fiori, generali seduti accanto a donnine piacenti, maialini eterei figure sognanti e molti altri personaggi che da anni ormai qui nel borgo hanno preso residenza.

Le facciate delle case gialle, rosa, grigie, acquistano intensità cromatiche grazie ad opere scelte con indubbio gusto e al meraviglioso verde di colline dolci che chiudono il paese ad anfiteatro.
Le finestre, i balconi, grazie alla tenacia dei suoi abitanti e all’ingegno degli artisti, quasi si perdono catturati da architetture complesse di disegni, colori, immagini.
Sembra di vivere una perenne festa popolare dagli originali elementi scenografici.

In lontananza l’acqua cristallina dell’Adriatico s’inebria di un universo di bagliori d’acciaio che precipitano a fondo disegnando intonazioni di blu cobalto e azzurro intenso.

Un paese perfetto da guardare e vivere come gli altri borghi dipinti d’Italia dai nomi famosi quali Dozza in Emilia Romagna o Folgaria nel Veneto.

Ma mentre la prima località ha la sua anima medievale con il castello e le mura di cinta, la seconda gode dello sfondo impagabile disegnato dalle Dolomiti, patrimonio dell’umanità, la nostra vive di luce propria.


Tutto merito della fantasia di numerosi artisti che dal 1996 in poi, hanno deciso di dare corpo ai loro sogni affrescando tutte le abitazioni e dando vita ad una sorta di biennale d’arte moderna molto particolare: quella del Muro dipinto.

Sono pittori che hanno creato un’opera diffusa perfettamente integrata con il paesaggio, in sintonia con gli abitanti.
Da questo delirio artistico collettivo è nata la manifestazione “Casoli Pinta”, autentico museo sotto il cielo blu, una bella iniziativa gemellata con Varese, città che detiene la presidenza dei paesi dipinti in Italia.

Così in estate il villaggio di circa millecinquecento anime, bellezza nascosta per molti turisti che soggiornano lungo la costa adriatica, come d’incanto si veste a nuovo e mostra con orgoglio il dono di questi artisti che hanno valorizzato il piccolo centro entrando in proficua sinergia con la dinamica associazione Culturale “Castellum Vetus”.

Non c’è modo migliore per conoscere questa piccola comunità se non quello di lasciarsi guidare dai tratti indelebili di pennelli che creano un mondo colorato di personaggi, cieli azzurri e nuvole bianche con finti balconi, e spettatori inesistenti.

Improvvisamente inizia a piovere.
Cosa stupefacente, fino a pochi minuti prima splendeva un sole quasi estivo.
“E’ per via del buco dell’ozono” fa notare la vecchietta di passaggio.

“La verità è che non ci sono più le mezze stagioni” aggiunge un distinto signore mentre apre l’ombrello.

Ecco l’altro valore aggiunto del paese.
Gli abitanti sono così.
Comunicativi e disponibili.

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giovedì 1 agosto 2013

L’antica Colonna d’Ercole del Regno di Napoli.


All’alba di un mattino d’estate l’uomo cammina sul sagrato della chiesa.
Ha un cappellaccio bisunto, ingentilito da un nastro colorato, folta barba bianca e abbigliamento trascurato che gli danno aria da eremita.

Mi guarda mentre dal piccolo balcone della piazza scatto foto al sole nascente sul mare di Alba Adriatica.

Poi preso dalla curiosità, mi chiede se di professione sono un fotografo.
Reporter, gli rispondo, per hobby, aggiungo.
Se ne va tirando boccate da una pipa dopo aver sbarrato gli occhi all’ombra di cespugliose sopracciglia e a me, pare deluso. Si aspettava forse qualche grosso personaggio cui regalare storie del paese. Evidentemente uno scribacchino locale non gli dà affidamento.
Torno a scattare immagini.

Colonnella è un paese dove potresti trovare a ogni angolo spunti per un servizio fotografico.
Dall’alto del minuscolo belvedere al centro del paese la spiaggia sembra una creazione della fantasia.

Prima della distesa d’acqua la vista s’imbatte nei puntini multicolori delle migliaia di ombrelloni variopinti che fanno da sfondo a un immaginario fatto di scenografie per una varia umanità in costume da bagno.

Volgendo lo sguardo all’altra parte, gli occhi si riempiono della maestosità di cime tanto amate nel Gran Sasso e nei monti della Laga che promettono frescura e passeggiate corroboranti.

Sotto la collina, nella valle del fiume Vibrata, ferve la vita lavorativa dei campi con vigne e ulivi e delle mille piccole fabbriche che fanno di questa zona, al confine delle Marche, la parte più produttiva del teramano.

Colonnella, uno dei paesi più belli della provincia, è davvero come evoca il nome, un militare con stelline a guardia di un territorio che regala un caleidoscopio d’immagini di rara intensità.

L’etimologia viene forse per la sua antica posizione di “colonna d’Ercole” al confine dell’antico Regno di Napoli o forse dal nome del suo feudatario principale che ne volle l’incastellamento.

La visita a questo paese confinante con l’ascolano marchigiano è un nuovo, inedito percorso d’arte, di sapori e tradizioni che trasportano idealmente il visitatore, coinvolgendolo e affascinandolo in tutti i sensi.

È bella non poco la piazza del Popolo su cui prospetta la parrocchiale dei S.S. Cipriano e Giustino.
Ancor più bella la ripida salita di via dello Statuto che porta a Piazza Mazzini con il Torrione del secolo XVI costruito su basamento medievale. Colonnella da questa torre svettante con l’orologio che riesci a vedere da ogni parte, non si sottrae agli sguardi.

Si lascia, anzi, coccolare con i tetti, le grondaie ramate, le vie strette, le sue improvvise vedute che lasciano immaginare una sottile linea attraversante paesaggi, monti, colline, pianure e coste.
È come essere appesi su di un filo argenteo che unisce e connette un abitato con la sua natura dolce e placida, ricca di contrasti e contraddizioni.

Un consiglio: addentratevi nelle vie di questo borgo incastellato regalando tempo e tranquillità alla vostra visita.
Ne rimarrete entusiasti!

"Antichi palazzi costruiti su un'alta collina,
un intreccio di viuzze e scalinate,
diverse piazzette caratteristiche,
un panorama incantevole, unico,
l'aria salubre, fresca,
questa e' Colonnella."

Ennio Flaiano


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mercoledì 31 luglio 2013

Nel bosco del dio della guerra

In un bosco esiste la magia.
La percepisci quando ti senti parte della foresta e quasi riconosci ogni singolo albero o foglia caduta, sentendoti un tutt’uno con la natura.
Una sensazione meravigliosa!
Una magia ipnotica che costringe a trovare alternative alla certezza della vita.

La quotidianità che incontra lo straordinario, invadendo ogni cellula del corpo e della mente, come una malattia incurabile, inesorabile che non dà certezza di cura.
Mi accade sempre di pensare a tutto questo quando mi trovo nell’angolo più isolato e selvaggio della Laga, di quella terra che rappresenta una splendida invenzione della natura, dove sorge una delle più rare zone isolate d’Italia: il Ceppo, località turistica del teramano con il Bosco Martese d’incomparabile bellezza.

Parliamo di una foresta tra le più spettacolari nel mondo, dove sopravvivono una fauna e una flora autoctone tra le più importanti degli Appennini.
La fitta e immensa selva è immersa nel corso del Rio Castellano, ed è stata definita dai botanici “una perla dai vividi colori”.

La località turistica del Ceppo è rinomata per la raccolta dei funghi porcini di qualità eccelsa, ma è anche stato tragico scenario storico, in tanta beltà, di episodi sanguinari ed eroici della resistenza partigiana.

Ammazzalorso, Capuani, Orsini, Fioredonati e tanti altri partigiani, scrissero qui delle pagine gloriose tali da far chiedere a gran voce la medaglia d’oro per Teramo e la sua provincia.
Fu “la prima battaglia in campo aperto dell’antifascismo italiano” che segnò profondamente la storia della nostra terra.

Qui fu giustiziato, sommariamente, il comandante dei tedeschi, Hartmann, un uomo di aspetto gigantesco con una testa enorme e fu sempre qui, quasi nel punto in cui cadde il Maggiore di Hitler, che fu trucidato Mario Capuani, dottore pediatra, aderente al gruppo “Giustizia e Libertà”, del quale fu autorevole esponente il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Il 27 settembre 1943, alle prime luci dell’alba, i tedeschi si recarono a Torricella Sicura e lo catturarono nella sua casa. Condotto a Bosco Martese, fu sottoposto a processo nella casa cantoniera.
Gli fu chiesto se era stato tra gli organizzatori del raggruppamento di uomini che avevano attaccato e ucciso quaranta soldati tedeschi e il loro comandante Maggiore Hartman.

Mario Capuani rispose senza indugio, “sì”.

Gli fu chiesto se intendesse collaborare con la Repubblica fascista. Rispose, “mai”.
Condannato a morte, fu ucciso con un colpo di pistola alla nuca e seppellito in un campo di fagioli vicino alla casa cantoniera al limitare del bosco.
Il corpo del dottore fu recuperato dal cugino Nino, aiutato da un amico fioraio, Di Carlantonio.

Nella fossa dietro la casa cantoniera, furono trovati altri cinque partigiani fucilati, che non furono identificati perché privi di documenti d’identità.
 Le salme vennero sepolte nel cimitero di Torricella Sicura.
Il dottor Capuani ebbe sepoltura nella tomba di famiglia e fu insignito di Medaglia d’Oro al valore militare e per meriti partigiani.

Oggi, in questa località, a trentacinque chilometri da Teramo, si può visitare l’enorme monumento che, nel 39esimo dell’insurrezione fu innalzato sopra un’altura circondata da abeti, in ricordo dei tragici avvenimenti.
Sono due gradinate con rampe di scale, che girano attorno ad un bassorilievo bronzeo ideato ed eseguito da Dino Di Berardino di Corropoli, che raffigura un partigiano in armi.

Un altro simulacro posto a sette chilometri dal Bosco Martese, opera dell’artista Silvestro Cutuli, calabrese impiantato da sempre a Teramo ricorda, con una stele dai cinque riquadri spezzati, il sacrificio di cinque dei sette partigiani trucidati il 25 settembre del ’43.

La storia è drammatica anche qui: oltrepassato il Comune di Torricella Sicura, per una spiata, i giovani combattenti furono catturati dai i tedeschi mentre si erano recati al Mulino De Iacobis per approvvigionare di farina, l’accampamento partigiano del Ceppo.

Tornando all’aspetto naturalistico, fare una passeggiata fin quassù significa godere della vista di un bosco ricco di essenze.

L’abete appenninico, il faggio, gli aceri, il tasso, la betulla, i giganteschi abeti bianchi, i carpini neri.
Con una gradevole scarpinata attraverso una mulattiera agevole, al di fuori del bosco, si raggiunge la località Lago dell’Orso a circa 1780 metri.

Un’incomparabile vista sul Gran Sasso ripaga della camminata.
Veramente una bella sensazione essere soli in mezzo alla magia della natura in questa foresta dedicata al Dio Marte, il grande guerriero.

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martedì 30 luglio 2013

Villavallelonga: il respiro della natura!

C’è una parte d’Abruzzo, nel cuore del Parco Nazionale più vecchio d’Italia, che meriterebbe di essere conosciuta per le sue bellezze naturali e per la storia che custodisce.
Questa è una delle parti più selvagge della regione: Villavallelonga e la vicina Collelongo, offrono più di uno spunto per vivere una giornata indimenticabile in qualsiasi stagione.

Villavallelonga è uno dei centri turistici più importanti, immerso in uno stupendo paesaggio fatto di faggete e praterie e le escursioni possibili, da fare in ogni stagione sono praticamente infinite.
In inverno si pratica sci di fondo o cammino con le classiche racchette ai piedi, in estate si percorrono sentieri escursionistici di rara bellezza.

Forse, però, è l’autunno con le sue giornate ancora miti e i suoi colori ineguagliabili, che possono entusiasmare al massimo chi ama la natura.

È consigliata una visita al Centro dell’Orso del Parco Nazionale d’Abruzzo.
Vivono dentro la grande struttura, in stato di semi libertà, due esemplari di plantigradi, Yoga e Sandrino, conosciuti simboli viventi dell’area protetta.

Gli orsi del Parco hanno bisogno di grande tutela essendo ormai ridotta la loro presenza, in circa cinquanta esemplari di cui alcuni in cattive condizioni di salute.
Alla fine degli anni ’60, la popolazione dell’orso bruno marsicano si attestava sugli oltre settanta esemplari.
Il rischio estinzione è più che mai reale.

Negli anni ’70 e fino al primo decennio del ’90, questi animali sono stati barbaramente cacciati a suon di pallettoni, da allevatori senza scrupoli convinti che costituissero un pericolo per il bestiame.
Molti esemplari furono avvelenati prima che si capisse che i giganti della foresta dalla corporatura tozza, che eretti raggiungono quasi i due metri, altro non volevano cibarsi che di radici, frutta, bacche e minuscoli animali.

La passeggiata in questi luoghi può far scoprire altri animali che popolano la fantasia dell’uomo: cervi, lupi, camosci, gatti selvatici, tassi, volpi e donnole.

In poco più di mezz’ora di auto da Villavallelonga si raggiunge la fantastica e fiabesca valle dell’Aceretta e ci si regala ore di pieno contatto con la natura più intatta.

In questi luoghi si rifugiavano grandi uomini quando c’erano da prendere decisioni importanti, come papa Wojtyla o Aldo Moro.
Tornando a Collelongo, è vivamente consigliata la visita al sito archeologico italico- romano di Amplero con le necropoli da cui sono stati rinvenuti importanti reperti di tombe con corredi funerari e il Museo di civiltà contadina, tra i più completi dell’Italia centrale.

Si arriva in questi luoghi attraverso la A 25 uscita Avezzano, poi seguendo la provinciale Ultrafucense da Trasacco.

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