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giovedì 18 aprile 2013

L’antica capitale della Valle Siciliana

Lascio a Montorio al Vomano la vecchia statale 150 e proseguo sulla 491, risalendo lo sperone roccioso ricoperto di rigogliosi querceti.
La policromia dei boschi dà effetti scenografici al paesaggio.

In pochi chilometri sono davanti all’altura, dove si allunga Tossicia, con le sue mura, le chiese, i palazzotti gentilizi.
Sotto, la valle dell’irrequieto Mavone quasi sprofonda, tra casali, vigneti e monasteri.

In alto, le selvagge quinte montuose delle pietre silice dell’immane Corno Grande, accompagnano lo scorrere dei corsi d’acqua e il paesaggio acquista un carattere arcigno, meno leggiadro, con una campagna che diventa mossa e nervosa.

Tossicia merita l’appellativo di capitale della Valle siciliana dove, al tempo dei miti, i siculi tracciarono quella che sarebbe divenuta, per i Romani, l’antica via Caecilia.

E’ una chiocciola di pietra in mezzo a colli e poggi da dipinto raffaellesco.
Il filare alberato che introduce al borgo sembra raccontare le grandi stagioni medioevali e rinascimentali che le pur profonde innovazioni moderne non hanno potuto cancellare.

All’interno del paese, lo scorrere sereno e contemplativo del tempo che qui ha senso solo come condizione meteorologica, mentre storia e leggenda s’intrecciano, raccontando ognuna la propria verità.

Accanto al rinascimentale Palazzo Marchesale all’ingresso del borgo vecchio, prima del corso che porta alla parrocchiale, dove oggi si trovano gli uffici del Comune, si narra esistesse nella notte dei tempi, un’antica fonte dedicata a un nume benigno che soprassedeva all’incolumità della gente del luogo.

Il fitto bosco oggi preda dell’antropizzazione, nella notte dei tempi, era selva sacra a Giove e le grotte, il rifugio di eremiti nei primi secoli dell’era cristiana.

“Ma non tutto è leggenda- mi dice il cortese benzinaio della piazza, mentre riempie il serbatoio della mia auto- questa storia per chi è credente, è vera!”

E giù a raccontare di quando la statua della Madonna delle Nevi fu trasferita dal suo piccolo tempio nei boschi vicini, fin nel cuore del paese, nella chiesa Madre.
Una storia incredibile!

La Vergine, nottetempo, decise di tornarsene nella quiete della sua bella cappella, lasciando privo di erba il sentiero percorso.
Pura poesia!

Una piccola e umile Madonna di terracotta che è portata via quasi violentata, dal suo bel crocicchio di campagna al cospetto del gigante Gran Sasso che decide di tornarsene, col favore delle tenebre, alla sua cappella nel verde, non una ma più volte.

Uno squarcio di poesia che fa passare in sordina la verità su chi abbia potuto fare quest’azione che non è goliardica, ma ha una sua devozione.

Con cortesia la signora Anna mi apre la porta della vetusta chiesina di Sant’Antonio Abate, tutta in pietra, col suo bel portale del grande Andrea Lombardi.

Racconta, orgogliosa, di quando il paese era in lutto perché privata, da ignoti malviventi, della statua della Madonna della Provvidenza.

Dopo alcuni anni dalla scomparsa, mentre Anna era intenta a godersi “Uno mattina” in Rai ecco che, in un servizio realizzato a Londra, riconosce la bella signora in pietra, sdraiata a riposo.

Partono le denuncie ai carabinieri e anche cinquanta milioni del vecchio conio, messi a disposizione della Tercas per riottenere la statua poiché in Inghilterra detenere opere d’arte altrui non è illecito.

“Pensare- mi dice un'altra anziana donna, Linda - che la nostra Madonna sdraiata è una delle poche opere simili presenti al mondo”.
Che grande festa in paese per il ritorno dell’amata signora!

Terra di conquista, Tossicia, da quando, nell’XI secolo, il paese fu fondato per volontà di una potente famiglia che spadroneggiava nella capitale di allora, l’odierna Ornano Grande.

Gli edifici antichi con i loro stemmi, le bifore gentilizie, gli antichi gafii ormai in disuso, stanno lì a testimoniarlo.

Dapprima castrum della potente famiglia dei Pagliara, stirpe dei Conti dei Marsi, il cui castello, che dominava la valle, è presente in pochi ruderi avvolti da misteriose leggende, poi baronia degli Orsini, con il primogenito Napoleone sposo di Maria Pagliara nel 1340, il cui turbolento dominio durò oltre due secoli, fino a Camillo Pardo che dovette abdicare a favore degli Alarcon Mendoza, per volontà dell’imperatore Carlo V.

Il duca Gonzales Hurtado De Mendoza sposò Isabella Ruiz De Alarcon, altera nella sua bellezza, sprezzante nella ricchezza ostentata e anche traditrice, vista la storia d’amore con l’affascinante stalliere che per questo ci rimise la testa.

Un borgo dal cuore antico e silenzioso, Tossicia.
I suoi abitanti, molti di loro anziani, non amano il caos, difendono strenuamente il loro isolamento dorato.

Risalgo la stradina lastricata di pietre scure segnate dal tempo, alla ricerca dell’antica chiesa madre dedicata alla patrona Santa Sinforosa.
Osservo l’armoniosa porta in stile romanico dedicata all’Annunciazione dell’Angelo alla Vergine.

Ambedue i personaggi biblici sembrano intenti a un mistico colloquio.
L’interno colpisce nelle opere attribuite a Silvestro dell’Aquila, intersecate in un tragico rondò che passa dalla serena maternità all’angosciosa crocifissione sul Golgota, estrema sintesi del passaggio terreno del Cristo.

Prima di lasciare Tossicia entro nell’imperdibile museo delle tradizioni popolari.
Qui, una poderosa macchina del tempo coinvolge il visitatore in quella che era la vita rurale e il vissuto quotidiano delle genti della Laga.

Il legno, la pietra, il rame e tutti gli utensili della civiltà agro pastorale sembrano voler prender vita per raccontare, da reperti archeologici, un passato recente.

Ancora oggi nelle frazioni di Chiareto e Aquilano si conserva la custodia di un saggio pensiero:
“Quando l’uomo smetterà di lavorare la terra, sarà la fine di tutte le cose”.

Ecco perché resistono, anche se a fatica, le botteghe dei ramai e quelle dei lavoranti di vimini, i rami di salice con i quali si realizzano cestoni e canestri.

Un tempo non esistevano le buste di plastica e il mondo era un po’ più pulito.
I fuscelli tagliati in primavera rivestivano anche damigiane e fiaschi, i cestini servivano per portare vivande agli uomini nei campi o per andare a vendere al mercato uova o pizzelle di formaggio.

Nel museo ammiro le stupende opere della pittrice Annunziata Scipione, affreschi significativi della Valle Siciliana e già decido di fermarmi nella vicina Azzinano, il borgo dei murales naif.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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mercoledì 17 aprile 2013

La Beverly Hills della Laga!

Se c’è un paese del teramano dove le contraddizioni sono ad ogni curva questo è San Vito, una sorta di Beverly Hills, sperduta fra i monti della Laga.

Non può sembrare diversamente a chi ci arriva scendendo nella valle del Castellano attraverso la stazione sciistica di San Giacomo.


Tra case antiche e solitudine appaiono, improvvise, due ville con piscina, viale con giardino e architetture post moderno.

Cosa incredibile per un luogo che pensi sia abitato solo da pastori.
Il paese è dedicato al santo guaritore che nei tempi antichi veniva invocato per scongiurare il morso delle bestie velenose e idrofobe o per guarire dalle convulsioni del “ballo di San Vito”, sorta di epilessia che prende soprattutto i giovani.

In questo borgo, nel fianco della montagna, è stata costruita una scalinata con duecento gradini sulla cui sommità, il pellegrino trova una gigantesca statua in marmo dell’Immacolata con le braccia aperte.

L’opera sembra fare il verso e scusate l’accostamento irriverente, alla famosa statua del Cristo sopra il Pan di Zucchero di Rio de Janeiro.

Quest’omaggio alla devozione mariana fu realizzato nel 1987, anno dedicato alla Vergine Maria e, per l’occasione, giunse nel piccolo abitato, un arcivescovo da Roma per l’inaugurazione, con “un anello che sembrave nu riccone”, racconta Oreste, un signore del luogo, “ma non ha sallite li gradini pecchè ngliela faceve, l’ha benedetta da sotte”.

Il costo dell’opera fu di 400 milioni del vecchio conio, cospicua somma che fu elargita da Primo e Secondo Di Giacomo, (esisterebbe anche un terzo figlio ma per fortuna l’hanno chiamato Giuseppe).
L’anziano padre tornò a S. Vito anni fa, dopo essere stato a lungo in America a Philadelphia.

Era quasi fuggito dal paesino negli anni ‘50, povero in canna, uno dei tanti in cerca di fortuna.
Nel Nuovo Mondo il successo arrise a questa famiglia di umili origini producendo ravioli, timballi e altre specialità teramane.
Da buoni emigranti non hanno dimenticato il piccolo borgo e, hanno ringraziato la Madonna in questo modo un po’eclatante.

“Giuvanò, qua Teramo non sà manco che esiste San Vite”, urla un signore che gioca a tressette nel minuscolo bar dell’ancor più piccola piazza.

Nei pressi del borgo ancora oggi esistono delle cave di travertino.

Un anziano racconta di aver contribuito alla realizzazione della costruzione della diga di Talvacchia in calcestruzzo, la cui base ha uno spessore di ben 28 metri!

La parrocchiale ha una torre campanaria, antico manufatto di avvistamento, che pende quasi come quella di Pisa.
La chiesa è stata ristrutturata e snaturata nel suo pavimento originario in travertino e nell’altare.
Gli abitanti non riescono a digerire questo boccone amaro.

Una signora se la prende con il vecchio parroco che avrebbe permesso questo scempio della storia.

Il tempio ha una struttura risalente alla prima metà del XII secolo e all’interno c’è un crocefisso in legno policromo del XVI secolo, di cui si ignora l’autore.

La parte interessante è naturalmente quella originaria in pietra di arenaria.

L’Amministrazione laica di San Vito dipende dalla Provincia di Teramo, quella religiosa dalla Diocesi di Ascoli Piceno.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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martedì 16 aprile 2013

Il bassorilievo impudico del Teatro Romano a Teramo!

(Grazie alla mia cara amica e studiosa A come Alessandra per le foto del bassorilievo!).

So bene di espormi alle ilarità di chiunque leggerà queste righe ma nel Teatro Romano di Teramo c’è un’opera d’arte diciamo “singolare” di cui molto si è già parlato ma della quale magari qualche teramano ignora l’esistenza.

Tra i tanti importanti reperti archeologici custoditi all’interno della cavea può essere sfuggito un bassorilievo plastico rappresentante un fallo alato di ampie proporzioni finemente scolpito.

Si, avete letto bene.
Si tratta di un grande pene già scoperto molti anni fa, intorno al 1963, dal caro amico Giammario Sgattoni, dopo l’abbattimento di palazzo Ciotti, edificio del ‘700 che insisteva pochi metri più avanti, dove oggi c’è un supermercato.

Il reperto sparì misteriosamente e per molti anni non se ne seppe più nulla.
Adesso è magicamente ricomparso grazie all’associazione Teramo Nostra.

Secondo il professor Melarangelo, studioso di storia antica, la pietra col bassorilievo del fallo è un omaggio al tempio dedicato al dio Priapo della mitologia greca e romana, noto a tutti soprattutto per la spropositata lunghezza del suo organo genitale.

Qualcuno nel vederlo ha commentato si trattasse della statuetta di Priapo che, secondo la testimonianza di facili donnine, girava ad Arcore tra le ragazze alle "cene eleganti" di Silvio Berlusconi.

Lasciando da parte facili battute e goliardie, tornando seri, si può ben dire che siamo davanti ad un reperto importante.
Certo non nuovo come stile se teniamo conto che, nell'arte romana, il fallo veniva spesso raffigurato in affreschi e mosaici, generalmente posti anche all'ingresso di ville ed abitazioni patrizie.
L’enorme membro di Priapo era infatti considerato un amuleto contro invidia e malocchio e molte donne patrizie indossavano al collo dei gioielli con piccoli cilindri raffiguranti l’organo.

Inoltre è noto che nelle campagne gli agricoltori solevano utilizzare cippi di forma fallica per delimitare le proprietà degli agri.
Priapo era figlio di Afrodite e Dionisio.
Il suo glande fuori misura, lo aveva trasformato in un essere grottesco dalla pancia enorme e la lingua lunga.
Per l'insieme di queste deformità, Afrodite lo rinnegò e lo abbandonò.

I pastori che lo allevarono, considerarono la sua mostruosità fallica portatrice di buoni auspici per la fertilità dei campi e delle greggi.
Così Priapo, che rappresentava l'istinto e la forza sessuale maschile, divenne il dio dell'atto d'amore e della fertilità rurale.

A Teramo quindi esisteva il culto di questa divinità così particolare con un tempietto che insisteva vicino al grande teatro.

Ci si è chiesti il perché delle ali e del fatto che un pene più piccolo si insinua sotto a quello grande, visibile solo guardando la pietra da vicino.
Qualche esperto ha ricordato l'animale associato a Priapo che è l'asino per una sorta di analogia fra il membro del dio e quello del ciuco.

Un giorno, secondo la mitologia greca, il satiro era intento a insidiare una Ninfa dormiente, ma il ragliare di un asino svegliò la creatura, impedendo al dio di farla sua.
Priapo odiò così tanto l’animale da pretendere sacrifici costanti con l’uccisione di poveri ciuchini.

Nell’antichità si credeva che chiunque riuscisse a vedere “l’asino che vola” poteva godere delle attenzioni degli dei.
Questo forse spiegherebbe, in maniera un po’ fantasiosa, la strana presenza delle ali.
Motivo in più per chiedere a gran voce di valorizzare ulteriormente tutta l’area archeologica con le vicine pietre dell’anfiteatro.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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lunedì 15 aprile 2013

La magia di Castel Del Monte!

È un paese magico Castel Del Monte!
Basta raggiungerlo da Castelli – Rigopiano nel teramano o da Campo Imperatore, il piccolo Tibet aquilano, attraversare incredibili prati ampi e poi l’ambiente straordinario e misterioso della piana sovrastata dalle creste dei monti Licciardi e Bolza.

Infine c’è da tuffarsi in un teatro lunare, a volte anche un po’ angosciante, tra colli e vallette pietrose, tra mulattiere e immensità erbose, fin quando non scorgi la sagoma rassicurante del paese del pastore poeta Francesco Giuliani.

Questo incredibile personaggio ha lasciato a tutti noi dei poemetti in rima, memorie scritte di storie di streghe e vita pastorale, in cui è possibile decifrare accadimenti di un’intera epoca che di certo non ha fatto mancare precaria sopravvivenza e analfabetismo diffuso.

L’”Ariosto” dei poveri, dei transumanti questa figura pastorale scriveva: “d’antichi cavalieri, d’armi e d’amori, voglio avvertir, non è il mio canto, ma sol di greggi amate e di pastori, di cantar mi vanto”.

Il borgo è fantastico, pare essersi fermato al medioevo.
Un pugno di abitazioni tutte addossate e unite le une alle altre, da volte, archi e muri condivisi, come per abbracciarsi, reciprocamente e tenere lontani i pericoli.

Lungo dedali di viuzze e fazzoletti di piazze silenziose, si affacciano caratteristici sporti o ballatoi.

La storia millenaria è raccontata da ruderi, antiche iscrizioni, monete, cippi funerari, ritrovamenti che parlano d’insediamenti dell’anno 1000, quando nella piana di San Marco a mezzogiorno del paese, un villaggio di genti italiche e vestine, nel quarto secolo a.C. fu colonizzato dai terribili Romani a suon di daghe e lance.

Nacque così, tra sangue e orrori la “Civitas Tre Corone”, avamposto d’alta montagna che doveva essere tra i primi baluardi difensivi dalle incursioni di barbari invasori.

Immaginate che vita dovettero sopportare questi uomini, bersagliati dall’asprezza dei lunghi inverni battuti dall’inclemenza del tempo, soggiogati dalle continue razzie di banditi senza scrupoli.

Molti di loro caddero rovinosamente insieme all’invincibile, che poi si rivelò non tale, Impero Romano.

Altri fuggirono sulle sommità dei monti, dove ancora oggi sono visibili i resti di rocche antiche, altri sopravvissero dedicandosi alla pastorizia e fondando il primo grande insediamento del “Castellum De Monte”con una fortificazione degna di tale nome che, nel corso degli anni, divenne inviolabile con tanto di torri, ampio borgo custodito da alte mura turrite, fatto di case nate da solida roccia e fornite di finestrelle adibite a ulteriore baluardo difensivo.

Dietro le piccole porte delle case e i cigolanti battenti delle finestre, si celano oggetti antichi che raccontano tempi di legno, lana, rame, ferro.

In ognuno dei fondaci del paese, alcuni delle autentiche spelonche sopravvissute al tempo, si trovano resti di transumanza e civiltà contadina: bastoni per rompere il caglio, pentoloni per creare formaggi, telai per la lavorazione della lana, piccoli aratri.

Colpiscono le porte d’ingresso, le robuste mura di cinta dell’incastellamento, il tessuto urbano che sembra nato dalla roccia viva.
Gli abitanti di Castel Del Monte hanno creato un “itinerario culturale” attraverso le porte di entrata al borgo, le piazzette di ritrovo e le case ammucchiate una sull’altra.

E’ un viaggio a ritroso nel cuore di una storia millenaria che ancora vive, pulsa e chiede attenzione.
E’ un “Museo delle Genti” all’aperto, che si aggiunge a quello che c’è sulla pastorizia e la transumanza.

Da non perdere la piccola chiesa di Santa Caterina che offre un alone mistico non comune.
Non è certo una chiesa grande, non ha la magnificenza che appartiene di diritto ai luoghi sacri, ma vive di un fascino tutto suo.

All’interno un foglietto ricorda che, a dispetto di quanto sopra, una bolla papale del 1795 del pontefice Pio VIII, le donava il privilegio di “Basilica”, con tanto di indulgenza plenaria.

Merita attenzione anche la chiesa di San Rocco, ricavata da un imponente torrione quadrato, integrato con la poderosa cinta muraria delimitata dai portoni d’ingresso e la Madonna del Suffragio dove si trova l’altare più bello del paese e un raro organo del 500 che riempie gli occhi.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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domenica 14 aprile 2013

I Guerrieri e i Turchi di Villa Ripa

(Un sincero grazie per la preziosa collaborazione al professor Lucio De Marcellis).

 Scoprii Villa Ripa attraverso una ricerca inedita di Angelo Fabiocchi, suo abitante entusiasta, dove si parlava del simbolo di questo piccolo borgo a pochi chilometri da Teramo: due palazzi di altrettante famiglie facoltose, i Guerrieri ed i Turchi che aprivano e chiudevano l’abitato, a simboleggiare il dominio dei signorotti sul popolo.

Oggi la dimora Guerrieri si trova quasi al centro del paese in Largo San Martino e le fa da completamento, una grossa costruzione situata di fronte al palazzo stesso e che si allunga, per una ventina di metri, verso est fiancheggiando, da un lato, la chiesa parrocchiale.

Essa era adibita a cantina, ci dice la ricerca del signor Angelo, dove la ricca famiglia ammassava, dentro grossi botti, centinaia di ettolitri di vino che i vari contadini (quasi un centinaio) producevano nelle loro masserie.

I palazzi Guerrieri e Turchi sono di origini molto antiche, sicuramente tra i primi a essere stati edificati.
Il primo fu ampliato intorno agli ultimi anni del '700 ad opere del sacerdote Don Giacinto Guerrieri.

Dalla parte opposta della canonica, verso est, vi è la zona nuova del paese con costruzioni moderne che fiancheggiano una più ampia via chiamata "strada delle Fornaci”.

Negli ultimi anni dell’800 fu sostituita dall’arteria che oggi percorre un tragitto più ampio ma comodo.

La chiesina, edificata nel 1607, è stata ristrutturata nell'ottobre del 1968 assumendo l'aspetto attuale.
Del tempio originale di S. Martino, purtroppo, non vi è più traccia se non nei muri perimetrali.
Sulla facciata della chiesa è posta una Madonnina.
La targa indica che fu collocata dall'Azione Cattolica in occasione dell'anno santo 1950.
All’attualità la parrocchia conta circa centottanta famiglie per un totale di settecentocinquanta anime.

Fuori dal paese merita una visita la ripida via della Fonte Vecchia, molto utilizzata fino all'ottobre del 1935, quando arrivò in paese l'acqua potabile ad opera della Società Acquedotto del Ruzzo.

Alcuni abitanti si sono impegnati anni fa per riportare alla luce la fontana coperta dai calcinacci di una discarica abusiva.

Da qui è possibile, di fronte, nell'altra parte del Tordino, osservare l'edificio della Motorizzazione.

Nel sottostante greto del fiume di fronte a Villa Butteri, c'è il Ponte di Turchi a tre arcate di cui una crollata circa quarant’anni fa e, vicino, il Mulino di Turchi funzionante fino agli anni ‘60, al quale era annesso un frantoio ed una macchina per selezionare l’erba.

Scrive ancora Angelo Fabiocchi:
Della famiglia dei Turchi si hanno le prime notizie a partire dalla fine del 1500 ma non sappiamo se sono originari del paese, comunque da quella data hanno abitato stabilmente a Villa Ripa nel loro palazzo, situato in largo Turchi, tenendo conto che avevano grossi possedimenti nella nostra zona.

Era di loro proprietà l’attuale mulino (funzionante fino agli anni ’60) con annesso il frantoio ed una macchina per selezionare l’erba (ora tutto diroccato) sul Tordino in località "Contrada della Marchesa"; di tutto lo stabile si ha notizie già dai primi anni del ‘700.

Il ponte che si trova a qualche metro dal mulino è chiamato " il ponte di Turchi" e molto probabilmente venne costruito da questa famiglia visto che la maggior parte dei terreni confinanti col fiume era di loro proprietà.

Il 23 Giugno 1858 , la vigilia di San Giovanni la sera, verso le ore 20, il ponte di Turchi (si tratta del vecchio ponte precedente a quello ancora esistente che da Villa Ripa porta a Villa Butteri e quindi a Montorio, passando per Frondarola) "fu dalla propria piena del Tordino scarpito e demolito portando la grossa vena, su cui era piantato, sotto le ripe di Cellone (nomignolo di una famiglia di Villa Butteri da cui aveva preso il nome il burrone dalla parte di detto paese) per quanto il fiume era gonfio, che le acque penetrarono dentro il molino rovinando le macine, una porta del molino fu dall'acqua cacciata e l'acqua stessa toccava i coppi del trappito”.



Articolo redatto da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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sabato 13 aprile 2013

Un castello importante alle porte di Teramo!

Frondarola è un borgo delle colline teramane da dove si gode una spettacolare vista sull'intera catena del Gran Sasso

Anni fa, il professor Quirino Iannetti, studioso di storia, definì questo borgo secolare “il castello più importante alle porte di Teramo”.

L’antico “Fornarolo” ancora oggi è crocevia tra mare e monti.

Il paese a 458 metri, variò più volte il suo nome nei secoli, in Forarolo, Frontariolo, Frondarola e si presentò nel primo documento pubblico, in un atto di donazione che il conte Trasmondo di Siffredo faceva del castello alla chiesa aprutina, nel 1076.

Il nome del borgo derivava da “Furnus” (famiglia di edili, amministratori della città di Teramo) e da “Arola” (piccola terra).
Quando l’Interamnia fu messa a ferro e fuoco nel 1156 dalle soldataglie del Loretello, i nobili si rifugiarono nelle campagne.

I Melatini, tra le famiglie più potenti della città, si trasferirono nel piccolo abitato e nell’anno 1341 ne divennero i feudatari.

Nell’anno 1371 Matteo di Roberto, della stessa famiglia diede mano alla costruzione di una rocca.
Nel 1424 il paese divenne feudo di un’altra grande famiglia, gli Acquaviva di Atri.

Alcuni facinorosi si rifugiarono a Frondarola iniziando a molestare la città di Teramo.
Le truppe teramane provarono a dare loro una lezione, ma furono sconfitti.

Ecco cosa si legge da uno stralcio pubblicato da don Giulio Di Nicola su «Paesi d’Abruzzo»:
Il 7 aprile 1459 in Teramo gran pianto e rammarichi perciocché essendo andati alcuni giovani per comandamento del Magistrato ad espugnare la rocca di Frondarola (spelonca ed asilo di scellerati) ebbe lacrimoso esito. Perciocché molti di loro furono uccisi, i nomi de’ quali si tacciono ne’ libri, onde ho cavato quello che vi racconto …”.

Don Giulio scrive anche che:
“… In seguito i teramani si presero la rivincita espugnando il castello e saccheggiando il paese. Grande fu la rovina in quanto nel 1462 s’implorò la franchigia da tributi e tasse.
Il 5 marzo 1470 il re Ferdinando II d’Aragona concedeva Frondarola alla città di Teramo con piena facoltà di conservare o distruggere il castello.

I teramani decisero di radere al suolo la rocca in quanto ritenuta covo di fuorusciti teramani.
Al termine della guerra tra francesi e aragonesi, nel 1505, Frondarola, insieme ad altre ventisette frazioni, dovette ritornare sotto Teramo.

È interessante visitare la parrocchiale del S.S. Salvatore nella quale sono stati fatti numerosi lavori di restauro, in particolare del soffitto ligneo negli anni '60.

Il tempio si presenta come una grande “T” a unica navata con due altari in stucco le cui origini risalirebbero al XIII secolo, oggi rimaneggiati.

L’altare di sinistra è dedicato alla Madonna del Rosario e su di esso si trova una pregevole tela della Vergine databile ai primi anni del 1600.

All’Addolorata è dedicato l’altare di destra, dove si trova anche una bella statua di Santa Rita.
Si hanno notizie della chiesa fin dal 1683.

(Grazie per la gentile e preziosa collaborazione al professor Lucio De Marcellis).




Articolo redatto da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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venerdì 12 aprile 2013

La Porta Santa degli enigmi!

C’è un luogo che permette un viaggio nel bello, per incontrare il passato e il presente.

È un lembo di territorio, tra Morrodoro e Notaresco, che racconta mirabili storie di devozione anche a dei turisti frettolosi, quelli classici del “mordi e fuggi” fatto di nuove esperienze e forti emozioni.

Una stradina isolata tra campi ubertosi ricchi di vigneti porta all’austera costruzione dell’abbazia di Santa Maria di Propezzano.

Il complesso religioso è dominato da una torre campanaria quadrangolare non incorporata alla facciata, ma distante circa due metri.

Lo studioso Giuseppe Ceci, in un vecchio libercolo degli anni ‘60, ipotizzava che un tempo, questo manufatto fosse “merlato a guisa di castello”.

A fianco si trova l’antico convento benedettino, dalla mole così imponente da far intuire l’importanza che ebbe nel periodo medioevale sia a livello religioso che civile.

Esisterebbe, secondo una tradizione diffusa, una pergamena oggi non più leggibile, logorata dal tempo, che lo storico Nicola Palma dovette tradurre quando era ancora comprensibile.
Questa specie di bolla, attribuita a Bonifacio IX, scritta in latino, fissava l’edificazione della chiesa nell’anno 715.

Una storia intrigante racconta dell’ennesima apparizione della Madonna nel teramano.

Tre pellegrini reduci dalla Terra Santa, dopo un viaggio faticoso, vollero fermarsi per il giusto riposo.
Appesero le povere bisacce, contenenti sante reliquie, su di un corniolo e si addormentarono.

Al risveglio, con sommo stupore, i pellegrini si accorsero che l’albero era cresciuto a dismisura e che era impossibile prendere le borse.
Mentre, attoniti, guardavano il corniolo ingigantito, una visione celeste ordinò loro di edificare una chiesa.

Il 10 maggio, data in cui tuttora si festeggia la Madonna di Propezzano, il Papa Gregorio II consacrò, in modo solenne, il tempio a Santa Maria Propizia Pauperis con l’annesso monastero, che divenne subito punto di riferimento lungo il percorso adriatico verso la Terra Santa.

Questa storia è raccontata nella pergamena.
A nulla vale la precisazione storica che Gregorio, in realtà, divenne papa dopo la data della consacrazione della chiesa e non prima.

Un altro enigma avvolge la costruzione della chiesa che, contrariamente alla successione degli stili, inspiegabilmente è stata iniziata in stile gotico e poi terminata in forme romaniche.

La facciata è costituita da tre parti di diversa altezza; la destra è accorpata nel convento; all’interno di questo c’è uno splendido chiostro con dipinti del seicento e al centro un pozzo artistico.

Sotto gli archetti si trovano delle lunette, con affreschi del pittore polacco Sebastiano Majewsky, sulla vita di Gesù.

Il corpo centrale del complesso ha un portico a tre archi sotto il quale si trova il portale e resti di affreschi del ‘400, di sopra una grande finestra tonda e, più in alto, un sobrio rosone.

La parte di destra presenta la famosa Porta Santa che viene aperta solo in maggio a ricordo dell’apparizione e nel giorno dell’Ascensione.
Tutto per tenere fede alla “Bolla Indulgentiarum”, emessa dal Papa Martino V che concesse il perdono dei peccati in queste due solennità.
A proposito della grandiosa Porta Santa, sembra provenga dalla scuola atriana del 1300.

Si attribuisce l’opera a Raimondo Del Poggio, superbo autore del meraviglioso portale del Duomo di Atri, vissuto alla corte degli Acquaviva, signori della città ducale.

Ne parla diffusamente il Palma nel suo libro: “Storie delle terre più a nord del Regno di Napoli”.

Le colonnine sono in stile cosmatesco, interessante fioritura artistica del XIII secolo, simili a quelle di San Giovanni in Laterano a Roma.

L’interno è sobrio ed elegante e le tre navate incutono rispetto.
Si resta sicuramente ammirati da una pittura raffigurante l’Annunciazione dell’Angelo alla Vergine.
Assolutamente da non perdere, l’antico refettorio dei frati con i suoi pregevoli affreschi, mutilati dal tempo.

Il viaggiatore abituato a grandi spazi non potrà ignorare la comoda lentezza di un piccolo luogo dalla grande storia e dalle leggende intriganti.

Potrà guardarsi intorno indisturbato, senza urgenze, cliccare foto, scambiare due parole con i pochi abitanti delle cascine vicine, tutti radunati al tavolo del piccolo bar adiacente, per poi tornare a casa con la gratificante sensazione di aver fatto un rapido viaggio nel tempo.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
Sul blog "Paesaggio Teramano" possibilità di visionare o fare il download dei numeri della rivista già pubblicati.
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giovedì 11 aprile 2013

Nel maniero di Vallenquina

A voler dipingere il panorama che s’incontra risalendo il Castellano, la tavolozza dovrebbe contenere tutti i colori della terra: il verde dei boschi, il bianco dell’acqua che scende dalle montagne, il marrone delle mandrie, il grigio delle pietre dei borghi.

Partendo da Teramo verso Campli e deviando per Macchia da Sole, di sopra delle gole del Salinello ci si dirige a Leofara, il regno dei castagni.
Imboccando la strada per Valle Castellana si scopre una bella contrada a 869 metri di altezza, che vanta secoli di storia dai tempi del brigantaggio fino all’ultima guerra mondiale.

Vallenquina, è un minuscolo borgo che nei secoli scorsi era conosciuto come Valle Equina, potestà di una delle famiglie teramane più antiche, i Bonifaci, che abitavano in un castello consistente in una trentina di vani con tanto di barbacani e feritoie.

La potente famiglia aprutina aveva un enorme numero di possedimenti e il loro stemma ghibellino dell’aquila richiamava quello degli svevi già presenti nel maniero di Manfredi, Re di Sicilia, in Macchia da Sole, oggi definito “Manfrino”.

Il luogo, che nel 1804 contava sessantasette abitanti, nel 1940 raggiunse la ragguardevole cifra di centoventi residenti.
Oggi è semi deserto e gli eredi dei Bonifaci sono sparsi in provincia tra Campli e Teramo.

Nel piccolo abitato c’è ancora una bella chiesetta, molto più antica del castello, edificata probabilmente ai tempi di Carlo V, sotto la dominazione spagnola e dedicata al culto di San Nicola.

Le campane di questo luogo sacro, sembra provenissero dal monastero di San Sisto, un tempo presente su di un colle vicino, abbandonato e distrutto dopo un enorme numero di incursioni di briganti senza scrupoli.

Le orde di tagliagole, che infestarono per lunghi anni il posto, non infierirono mai sugli abitanti dei paesi vicini.
Il loro odio era indirizzato alla ricca famiglia teramana.

I Bonifaci però, oltre che da casato, erano nobili anche d’animo, dato che era frequente il loro aiuto alle popolazioni più bisognose.
I banditi erano di solito a volto coperto per coprire l’identità, ma con l’avvento dei Repubblicani, fu scoperto che la bandana sul volto celava l’identità di gente del luogo, fra cui, capobanda, tal Felice Andrea Angelini, originario di Prevenisco, bellissimo villaggio vicino.

I nobili anche in quel frangente, dimostrarono di essere di gran cuore, evitando di divulgare i nomi dei briganti che tante volte avevano razziato e depredato le loro sostanze.

Per chi si rechi in questo luogo, basteranno pochi minuti per rendersi conto dell’enorme importanza che rivestiva anticamente questa terra di confine, transito per chi dalla zona della Vibrata, s’immetteva tra le due montagne gemelle e i ruderi dell’antica stazione romana Castrum Metella, verso l’ardua via per Antrodoco e poi Roma.

Un grande numero di paesi merita una visita, da Fornisco a Collegrato, da Settecerri a Valle Pezzata.
Si può concludere degnamente la gita con una bella mangiata a base di funghi porcini.

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Articolo di Sergio Scacchia pubblicato sul blog Paesaggio Teramano collegato alla rivista omonima.
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mercoledì 10 aprile 2013

Giù per le antiche strade

Dal mare alla montagna attraverso una delle valli più interessanti del teramano solcata dal fiume Vomano. Arte sacra, storia, cultura millenaria e gastronomia!

Immaginate un tuffo nel passato, tra verdi rilievi, abbazie secolari e cemento intorno a violentare la storia.
Benvenuti lungo la vallata del fiume Vomano e le sue colline, alla scoperta di un itinerario sacro nell’arte del romanico abruzzese.

Un percorso di alto livello storico, religioso e culturale nell’entroterra teramano lungo le vie, dai valichi montani al mare, percorse da pastori, artigiani, soldati e monaci.

Luoghi dove si respira l’aria della fatica che generazioni di contadini hanno fatto per crescere i loro figli.

Posti dove si scoprono le atmosfere mistiche di religiosi che, nelle colline, hanno trovato un insediamento perfetto per l’”ora et labora” caro a San Benedetto.

Montepagano, guarda la costa dai suoi trecento e più metri di altezza.
L’antica “Mons Pagus” romana, poi feudo dei Duchi di Atri, accoglie i visitatori con un museo di arti e tradizioni e la torre campanaria sopravvissuta alla distruzione della vecchia chiesa di Sant’Antimo, crollata miseramente.

L’orologio del manufatto, di notte, lo puoi scambiare per luna piena appena sorgente.
Il borgo dura si e no cento passi, ma quanta bellezza!
Appena scoperta la chiesa dell’Annunciazione con le sue statue lignee del quattrocento e l’altare dorato e intagliato, già arriva il belvedere da dove si scorge l’Adriatico fino al pescarese.
A sorprendere è la valle, il vento che l’odore della legna nelle case fa più pungente, il verde che la primavera rende vivido e creativo e la multiforme ricchezza del paesaggio rurale sempre più minacciato dall’espansione urbana.

Qualche chilometro ed eccoci a Morrodoro, l’antica “Morrum”, ricco feudo agricolo dei potenti Acquaviva.

Qui c’è un museo dedicato alla civiltà contadina nell’antico palazzo De Gregoriis che custodisce antichi reperti di vita agreste.

Come in una commedia di Edoardo De Filippo, gli uomini e le donne del paese accolgono con la loro genuina socialità.

Il piacere degli occhi e quello della gola vanno a braccetto in questa che è una delle strade più importanti del vino in provincia di Teramo.

La parrocchiale di San Salvatore, opera del 1331 di Mastro Gentile da Ripatransone, è bella ma impallidisce al cospetto del grande manufatto a qualche chilometro verso la valle: la romanica Santa Maria di Propezzano, l’insediamento più antico e artistico, la cui fondazione risale al 715 d.C. a dar ragione alla scritta, in carattere gotico, sotto il portico.

È il primo dei cinque grandi monumenti sacri di questa incredibile “valle dei templi”.

Un mistero la leggenda dell’edificazione del tempio ad opera di pellegrini tedeschi che, di ritorno da una visita alla tomba di San Pietro, nel riposarsi, assistettero all’apparizione della Vergine desiderosa di avere una chiesa tutta per lei.

L’abbazia fu completata nel 1285 con la sua struttura architettonica essenziale, l’artistico rosone formato da tetti concentrici con fregi in terracotta e, sopra, lo stemma dei soliti Acquaviva.
A destra del porticato, è interessante la Porta Santa che si apre due volte l’anno, il 10 maggio e nella festa dell’Ascensione.

All’interno, sono belli gli affreschi del quattrocento che raffigurano i Papi Bonifacio IX, Alessandro II e Martino V mostranti bolle con i privilegi concessi alla piccola basilica.

A fianco, imperdibile anche se chiuso quasi sempre, il chiostro a pianta quadrata con gli affreschi del pittore polacco Sebastiano Majeski.


Poco lontano è consigliabile una visita al “Giardino delle erbe officinali” dove si coltivano oltre trecento tipi di essenze per medicina, uso alimentare e cosmesi.

Abbandonando di nuovo la valle e salendo verso la collina orientale, si scopre la bella Notaresco con i suoi antichi palazzi.
Un tempo era un emporio famoso con i suoi bachi da seta e il commercio di olio, vino, formaggi e filati.
L’antica “Nutarisco” era la fortezza medievale del re Lotario, punto di riferimento in seguito per le lotte d’indipendenza del Risorgimento fino all’Unità d’Italia.

Non lontano c’è Guardia Vomano e l’abbazia romanica di San Clemente, fatta costruire da Ermengarda nel IX secolo, con il fantastico ciborio dalle decorazioni floreali e animali di Roberto di Ruggero di cui parliamo in altra parte del magazine.

Le colline si ammantano di piccoli centri discreti, arroccati sui poggi con i loro acciottolati, gli archi a blocchetti di pietra, gli stemmi signorili.

Castellalto con la sua entrata antica, è quasi una finestra spalancata sull’infinito.
La vista spazia dalla valle del Tordino a quella del Vomano.
Pochi chilometri sotto, la frazione Castelbasso stupisce con il suo puzzle di vicoli stretti, labirintici spezzoni di tracciati medievali.

C’è da soffermarsi a scoprire la chiesa di San Pietro del 1338.

Il suo portale regala elementi decorativi singolari con scritte in vernacolo e due leoni rozzamente scolpiti.

Tornando nel fondo valle, in lontananza fa bella mostra di sé la torre, a base triangolare, del piccolo paese di Montegualtieri, frazione di Cermignano, esemplare rarissimo nella storia dell’architettura medievale.

È alta circa quaranta metri, alla sommità ci sono belle merlature e anticamente serviva per avvistare incursioni nemiche.

Il nostro viaggio potrebbe continuare nella valle Siciliana, scoprendo il romanico di Santa Maria di Ronzano, San Giovanni ad Insulam e, non distante dal paretone del Gran Sasso, San Valentino di Isola.

Ma questi gioielli d’arte, converrete, meritano ben altro tempo e spazio!



Gli articoli inseriti nella rivista sono redatti da Sergio Scacchia, autore tra l'altro di tre libri:
"Silenzi di Pietra" e "Il mio Ararat" e "Abruzzo nel cuore".

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Gli articoli sono inoltre pubblicati da Vincenzo Cicconi della PacotVideo , tra l'altro gestore di questo blog, su:
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